www.alessandroscarano.com


diari di viaggio ed altroqualche anno di attivitàqualcuno deve pur farlo...recensionirecensionipagine utili e nonposta


HOLIDAY IN CAMBODIA
(dec 26th, 2001 - jan 7th, 2002)
di
Alessandro Scarano


Phnom Penh, 27 dicembre

"In Cambogia? E che ci vai a fare in Cambogia?"
Questa domanda, accompagnata in genere da commenti poco entusiasti sulla mia sanità mentale, mi risuona nelle orecchie come una fastidiosa eco da quando ho messo al corrente parenti, amici e conoscenti della mia intenzione di intraprendere il prossimo viaggio nella vecchia Indocina.
Possibile mai che tutti sappiano che in questo Paese ci sono stati vent'anni di guerra civile ma ignorino i suoi splendidi siti archeologici?
Ad ogni modo, dopo un lungo viaggio via Bangkok, eccoci qui nella capitale (e più precisamente nella camera 501 dell'Hotel Champs Elysées, ampia, pulita, dotata di aria condizionata, frigo e TV: quando viaggio con Gianfrancesco mi "tocca" fare il signore...).
Mi sto godendo la partita Leeds-Newcastle, ma decidiamo che in fondo è il caso di fare una passeggiata serale per la città in cerca del bar Heart of Darkness, che la Lonely Planet consiglia ai suoi lettori.
Il giro a piedi, effettuato in un'atmosfera leggermente caldo-umida, ci ha per ora rivelato una città con strade asfaltate in rapporto alla loro ampiezza: più ci si allontana dai boulevards centrali, più il manto stradale diviene disconnesso (se non totalmente inesistente); sui marciapiedi stazionano svariate bancarelle che vendono frutta e spremute, oppure benzina in bottiglia; alcuni negozi danno l'impressione di essere aperti 24 ore su 24, in quanto i gestori dormono su brandine al loro interno, con la saracinesca aperta e la luce accesa; ogni tanto capita di vedere qualcuno che ha steso un'amaca tra un albero ed un muro di cinta, e così dorme "sopra" il marciapiede; l'illuminazione è molto, ma molto precaria, e alla fine l'Heart of Darkness - scovato in un vicolo - ci appare come un piccolo buco semideserto, che non spicca assolutamente rispetto agli altri (pochi) locali visti fino a lì.
Decidiamo di desistere, e di tornare in albergo in modo da essere operativi domani di buon'ora: ci attende la visita completa di Phnom Penh in un solo giorno.
Come da copione, il tassista che ci ha portato dall'aeroporto in albergo ci ha ripetutamente offerto ragazze, e per la strada questa sera un gruppetto di ragazzine (ma proprio "ine"!) ci ha rivolto degli "hello, I love you!" sui quali abbiamo ritenuto di non dover indagare vieppiù.
Il viaggio non ha molto pesato a livello di stanchezza, almeno finora: il 747 della Qantas era confortevole, e il 717 della Bangkok Airways che ci ha portato qui non ha fatto pesare le sue dimensioni più ridotte grazie alla brevità della tratta.
Considerando poco consono al posto ed al momento il Peppino De Filippo proposto da RaiSat, continuiamo a vedere trasmissioni sportive, ed assistiamo ad un clamoroso goal da centrocampo nel campionato thailandese: in Italia in portiere sarebbe stato lapidato all'istante dalla curva inferocita...

Phnom Penh, 28 dicembre

Grazie al gentile e servizievole personale del bureau dell'albergo siamo riusciti a vedere tutto il necessario: abbiamo "affittato" un ragazzo con un motorino che, per dieci dollari, ci ha portato entrambi (ebbene sì, sul motorino eravamo in tre, ma qui le norme della circolazione stradale, se esitono, vengono ignorate in nome di bem altre consuetudini...) a spasso per tutto il giorno; lo stesso portiere dell'albergo ha provveduto a stilare in khmer su di un foglietto la lista dei luoghi da visitare, e la ha consegnata al ragazzo.
Prima tappa, i famigerati "killing fields".
Il campo di sterminio di Choeun Ek si trova a circa 18 km fuori da Phnom Pehn, al termine di una strada che, nella nostra comune memoria di viaggio, può trovare paragone solo con la terribile Baracoa-Moa a Cuba: interamente sterrata, con buche, fossi e sassi, ha provocato tre forature della ruota posteriore prima che il nostro "chauffeur" provvedesse a sostituire il suo più che vetusto mezzo, durante il viaggio di ritorno, con un altro leggermente più moderno e resistente.
C'è da dire che, in caso di foratura, il problema si risolve facilmente per la presenza, lungo la strada (strada?) di specie di bancarelle specializzate nella riparazione e vulcanizzazione di gomme: evidentemente, dato lo stato del fondo stradale, bucare è normalissimo.
Il campo di Choeung Ek lascia tristi: al centro è stato eretto uno stupa che ha al suo interno, ben visibili oltre le vetrate, più di 8.000 teschi ordinati per sesso e per età, nonchè un mucchio di vestiti alla base; intorno, svariate buche nel terreno che erano servite come fosse comuni.

Lo Stupa...

...e il suo contenuto

Per proseguire allegramente la giornata siamo poi andati a vedere quello che è ora il Museo Tuol Sleng, già scuola superiore Tuol Svang Prey, già carcere di sicurezza S-21, ovvero luogo di detenzione e tortura - nel periodo dei Khmer Rossi - di svariate migliaia di persone che, quando non trovarono la morte lì, furono poi portate a Choeung Ek; numerose foto illustrano come solo un'ingiustificabile follia possa aver creato una generazione di veri e propri mostri: avevo visto in televisione un servizio su questo luogo e quindi ero preparato, ma ho notato come alcune persone abbiano rinunciato a passare di sala in sala a veder le foto non solo delle facce dei detenuti, ma anche delle miserevoli condizioni in cui furono trovati quando il massacro finì grazie all'intervento vietnamita.
Successivamente siamo andati a far compere al cosiddetto mercato russo, una sorta di souk ove sono in vendita le cose più disparate, dall'artigianato ai CD alle vettovaglie: c'erano addirittura su DVD dei film non ancora usciti in Italia!
Ho acquistato due enormi stoffe di seta, un ciondolo d'argento, una maglietta, delle cartoline: se tutto va bene, mi rimane da prendere solo un libro di fotografie di Angkor o della Cambogia in generale, e poi avrò evaso la pratica "acquisti e regalini".
Dopo il mercato è venuta la volta del Wat Phnom, tempietto sull'unica collina (pochi metri, comunque) della città, ove vengono venerate delle statue di Budda in legno che, secondo la tradizione, vennero trovate nel fiume da una contadina chiamata Penh (Phnom significa collina, per cui il nome della città significa "Collina di Penh").
Ci siamo poi concessi un'oretta di pausa durante la quale Gianfra ha mangiato e bevuto, mentre io e il nostro... beh, chiamarlo "autista" forse è troppo, ma al momento non mi viene il termine adatto... vabbè, abbiamo solo preso qualcosa da bere, attendendo che i luoghi da visitare riaprissero dopo la pausa pranzo.
Siamo poi passati al Museo Nazionale ove, tra le altre notevoli antichità, ho ammirato soprattutto degli enormi tamburi di bronzo (!) di più di un metro di diametro (!!), risalenti al III-I secolo avanti Cristo e pregevolmente lavorati.

Il "Mercato Russo"

Dopo una foto in riva al Tonle Sap nel punto in cui si unisce al Mekong, fatta dribblando svariati ragazzini che per forza volevano essere immortalati con noi, abbiamo deciso che era ora di riposarci in albergo in attesa dell'uscita serale.
Durante la giornata abbiamo avuto modo di apprezzare anche lo stile architettonico di numerosi villini, alcuni ben ristrutturati, altri in stato fatiscente.
Tutto sommato l'idea del motorino è stata ottima anche se scomoda soprattutto per me, che non avevo altro posto per poggiare i piedi se non i bulloni del mozzo della ruota posteriore (crampi alle gambe a iosa): però ci ha permesso di visitare con poca spesa tutti i principali luoghi d'interesse, e il guidatore ci ha condotto attraverso il dedalo del mercato russo, tenendo a distanza - per quanto possibile, ovvero poco - i vari mendicanti.
Sui mendicanti: la gran parte di essi sono mutilati grazie alle mine, e si piazzano all'entrata dei luoghi da visitare nei pressi delle biglietterie, in modo da sfruttare il momento in cui uno deve mettere mano al portafogli; purtroppo però, grazie alla mancanza di qualcosa che valga meno di un dollaro nei suddetti portafogli, non è possibile dare una mano a questi poveracci, perchè alla fine sarebbe un salasso per il povero viaggiatore (a meno che non ci si procuri un pò di riel, utili anche per fare acquisti di scarso valore).
Dopo un meritato quanto indilazionabile riposino siamo andati a cena al Phnom Khiev 1, vicino all'albergo, dove per circa 7 dollari a testa abbiamo mangiato abbastanza bene pollo con funghi, pollo con ananas, e riso con gamberetti.
Siamo poi andati a piedi sul lungofiume, finendo al Foreign Correspondent's Club, frequentato esclusivamente da "occidentali" (anche se c'erano un paio di giapponesi), aperto anche ai non giornalisti al contrario degli altri FCC sparsi per il mondo, dove in un ambiente "coloniale" abbiamo bevuto un drink (la Coca Cola era calda, uno scandalo, ma non ho osato utilizzare il ghiaccio) e ci siamo fumati un piccolo Cohiba a testa tanto per sugellare la nostra ultima serata a Phnom Penh.
Appollaiati su due sgabelli dinanzi ad una delle ampie finestre con vista sul fiume abbiamo apprezzato il locale accogliente, con vecchie poltrone in pelle e sedie di ferro con il logo FCC sullo schienale, fantasticando sul tipo di frequentazioni durante le numerose guerre che hanno martoriato sia la Cambogia che i Paesi confinanti.
Tornando in albergo ho fatto conoscenza ravvicinata con i topi locali: sono sbucati a decine, trenta centimetri più la coda, da un enorme mucchio di spazzatura lasciato sul marciapiede.


diari di viaggio ed altroqualche anno di attivitàqualcuno deve pur farlo...recensionirecensionipagine utili e nonposta