Addis Abeba,
12 gennaio
Oggi giornata dedicata a
shopping e relax.
Avendo ancora a disposizione Elias, visto che siamo tornati ad Addis
Abeba con un giorno d'anticipo rispetto al programmai iniziale, ci siamo
fatti accompagnare in giro per la città per i consueti acquisti:
non che ci sia molto da comprare, invero, e perfino le cartoline sono
orrende a tal punto che stavolta non so se ne manderò.
Mangiato a pranzo il solito ananas, ce ne siamo andati - crepi l'avarizia
- a trascorrere qualche ora alla piscina termale dell'Hotel Hilton (ingresso
75 birr a testa).
Devo ammettere che non mi trovo molto a mio agio in queste "riserve
per privilegiati", soprattutto dopo aver girato per parecchio tempo
tra la gente del "mondo reale"; intorno alla piscina ho visto
bianchi e neri, hostess magre e matrone grasse, bambini caciaroni (imbattibili
gli italiani, naturalmente) e fighetti con l'iPOD.
L'acqua è quasi rovente, e mi sono fatto svariate vasche per
svegliare i (pochi!) muscoli intorpiditi da ore ed ore di jeep.
In giro per l'albergo anche diversi appartenenti alle più svariate
organizzazioni "umanitarie", tanto ma tanto lontani dalla
gente cui dovrebbero portare ausilio (d'altronde, basta pensare che
almeno l'80% delle somme a disposizione delle grosse organizzazioni
delle Nazioni Unite serve solo a finanziare il proprio personale, che
certo non si accontenta di alloggiare alla "Pensione Rosina"
e di mangiare dove mangiano tutti
).
Fatti i conti dei birr rimasti, decidiamo di cenare ancora al Don Vito:
è finita, domani si riparte.
*** *** ***
Che dire dell'Etiopia?
Io non ho visitato la parte meridionale, quella che forse attrae di
più i patiti della natura (grandi laghi con coccodrilli ed ippopotami)
e dell'etnologia (tribù), proprio perché non sono mai
stato interessato a tali argomenti, mentre ho preferito la parte settentrionale,
più ricca di elementi storici ed architettonici.
A dire il vero, pensavo di trovare di più e meglio.
È vero che non sono riuscito a vedere il monastero di Narga Selassie
sul lago Tana e quello di Debre Damo nel Tigrai ma, visto il resto,
non credo che tali due siti possano rappresentare qualcosa di straordinario.
Mi è piaciuta molto la chiesa di Abuna Yemata Guh, anche e soprattutto
per l'ascesa sulla rupe che occorre fare per vederla, mentre mi hanno
deluso non poco Axum (d'altronde, ciò che potrebbe interessare
è ancora nascosto sotto terra) e Gondar, e anche Harar si è
rivelata poco attraente, per non parlare di Addis Abeba.
Lalibela è un altro discorso: ho fatto di tutto per andarci il
giorno del natale copto, ma lo stesso hanno fatto migliaia di copti,
il che ha significato vederla al massimo dell'affollamento, della sporcizia
e della puzza e, in ogni caso, le chiese sono tenute veramente male.
E allora?
E allora, stranamente, sono stati proprio i panorami che più
mi sono piaciuti, e mi hanno distratto durante i lunghi trasferimenti
sulle strade polverose e gratificato durante il breve trekking nel parco
dei monti Simien: le montagne dalle strane forme, le gole, i colori
cangianti con cambiare della luce.
La tanto incensata (nei vari racconti di viaggio) gente etiope è
sì gentile e non ti guarda con ostilità come può
avvenire in altri Paesi africani, ma spesso colpisce il fatto che sia
più frequente la richiesta di denaro qui che non in India.
I bambini, soprattutto, che studiano tutti inglese, imparano ancor prima
della presentazione "my name is..", la richiesta "give
me
", seguita da "pen", birr", o
da niente:
"dammi" e basta.
Ci è stato detto di non dare loro nulla, perché altrimenti
avrebbero uno shock culturale che li porterebbe ad abbandonare la scuola
e stare tutto il giorno a mendicare appresso ai turisti, ma già
lo sapevo da me: d'altronde, la mia politica è sempre stata quella
che "se dai a uno, devi dare a tutti, e se dai a tutti alla fine
sei tu a dover chiedere", per cui mi sono limitato a regalare qualche
maglietta in un paesino montano, e scegliendo rigorosamente, tra i bambini,
quelli che NON chiedevano (e spesso erano quelli senza scarpe e con
i vestiti più laceri).
In generale, l'impressione è stata di un popolo con un tasso
di evoluzione molto scarso, probabilmente dovuto alla scarsa istruzione
che c'è stata per anni e che ancora perdura, seppure mitigata
dalla numerose scuole aperte nei villaggi: non c'è tecnologia
(pressoché inesistenti i computers) e non c'è chi la sappia
far funzionare.
Le strade sono state fatte dagli italiani 70 anni fa, e così
sono rimaste (le poche rimesse a nuovo sono merito di ingegneri cinesi
o giapponesi), i termini tecnici sono in gran parte ancora italiani,
perché la tecnologia è stata conosciuta solo a partire
dal 1936, e particolare impressione ha destato il mancato uso della
ruota: tutti portano la roba sulla testa o sulla schiena, e solo in
un paesino sulla strada per Harar abbiamo visto dei bimbetti (l'evoluzione
della specie!) che avevano costruito dei rudimentali carretti per trasportare
le taniche d'acqua.
Con poche eccezioni, gli uomini sanno tutto dei campionati di calcio
europei, ma poi ti chiedono se in Italia abbiamo leoni e iene, e se
le nostre strade sono asfaltate: in realtà, calcio a parte, non
hanno la minima cognizione di cosa ci sia al di là della frontiera
e, spesso, nemmeno cosa ci sia al di là della fine del loro paesino.
Spesso ho avuto l'impressione di trovare qui quello che frega tutta
l'Africa non mediterranea: la carenza di istruzione, in primo luogo,
e poi il fancazzismo che porta a cercare di campare con il minimo sforzo.
L'assistenzialismo messo in atto da parte del "mondo civilizzato",
in un simile contesto, è totalmente inutile, perché (come
nel nostro meridione con l'istituzione della famigerata Cassa del Mezzogiorno)
abitua la gente a farsi risolvere i problemi da qualcun altro.