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Addis Abeba, 11 gennaio

Si chiude il giro: oggi siamo ripartiti per la capitale, dove domani ci dedicheremo allo shopping (anche perché nei giorni passati non è che abbiamo trovato roba interessante da acquistare).
Abbiamo ripercorso la stessa strada fino all'incrocio per Mille, dopodiché siamo transitati attraverso il parco nazionale di Awash; in un tratto il terreno è lavico, tutto nero tra ex vulcani oramai ridotti a collinette.

Alba ad Harar

Awash

National

Park

Ci siamo anche fermati a bere qualcosa a Debre Zeyit, in un albergo con terrazza che dà sul Lago Bishoftu, la cui vista è definita dalla Lonely Planet "suggestiva": evidentemente l'autore non deve avere le idee molto chiare su cosa significhi "suggestivo"…
Fatto sta che verso le 17 siamo arrivati al Baro Hotel di Addis Abeba, dove stavolta ci hanno dato una buona stanza, grande e con acqua calda a volontà.
Per la cena ci concediamo un buon ristorante italiano, il Don Vito, dove paghiamo due ottime pizze, un'acqua e una birra 94 birr, ma con tanto di tovaglia, tovaglioli e pavimento pulito.
E già, perché finora, con l'eccezione del Belayneh ad Harar, dove forniscono un microscopico quanto inutile pezzetto di carta velina, nessun ristorante ha dato un tovagliolo, dato che si usa lavarsi le mani prima e dopo, rimanendo oltremodo unti nel mentre (in Etiopia si mangia con le mani, niente posate a tavola!).

Lago Bishoftu a Debre Zeyit

Elias

Addis Abeba, 12 gennaio

Oggi giornata dedicata a shopping e relax.
Avendo ancora a disposizione Elias, visto che siamo tornati ad Addis Abeba con un giorno d'anticipo rispetto al programmai iniziale, ci siamo fatti accompagnare in giro per la città per i consueti acquisti: non che ci sia molto da comprare, invero, e perfino le cartoline sono orrende a tal punto che stavolta non so se ne manderò.
Mangiato a pranzo il solito ananas, ce ne siamo andati - crepi l'avarizia - a trascorrere qualche ora alla piscina termale dell'Hotel Hilton (ingresso 75 birr a testa).
Devo ammettere che non mi trovo molto a mio agio in queste "riserve per privilegiati", soprattutto dopo aver girato per parecchio tempo tra la gente del "mondo reale"; intorno alla piscina ho visto bianchi e neri, hostess magre e matrone grasse, bambini caciaroni (imbattibili gli italiani, naturalmente) e fighetti con l'iPOD.
L'acqua è quasi rovente, e mi sono fatto svariate vasche per svegliare i (pochi!) muscoli intorpiditi da ore ed ore di jeep.
In giro per l'albergo anche diversi appartenenti alle più svariate organizzazioni "umanitarie", tanto ma tanto lontani dalla gente cui dovrebbero portare ausilio (d'altronde, basta pensare che almeno l'80% delle somme a disposizione delle grosse organizzazioni delle Nazioni Unite serve solo a finanziare il proprio personale, che certo non si accontenta di alloggiare alla "Pensione Rosina" e di mangiare dove mangiano tutti…).
Fatti i conti dei birr rimasti, decidiamo di cenare ancora al Don Vito: è finita, domani si riparte.

*** *** ***

Che dire dell'Etiopia?
Io non ho visitato la parte meridionale, quella che forse attrae di più i patiti della natura (grandi laghi con coccodrilli ed ippopotami) e dell'etnologia (tribù), proprio perché non sono mai stato interessato a tali argomenti, mentre ho preferito la parte settentrionale, più ricca di elementi storici ed architettonici.
A dire il vero, pensavo di trovare di più e meglio.
È vero che non sono riuscito a vedere il monastero di Narga Selassie sul lago Tana e quello di Debre Damo nel Tigrai ma, visto il resto, non credo che tali due siti possano rappresentare qualcosa di straordinario.
Mi è piaciuta molto la chiesa di Abuna Yemata Guh, anche e soprattutto per l'ascesa sulla rupe che occorre fare per vederla, mentre mi hanno deluso non poco Axum (d'altronde, ciò che potrebbe interessare è ancora nascosto sotto terra) e Gondar, e anche Harar si è rivelata poco attraente, per non parlare di Addis Abeba.
Lalibela è un altro discorso: ho fatto di tutto per andarci il giorno del natale copto, ma lo stesso hanno fatto migliaia di copti, il che ha significato vederla al massimo dell'affollamento, della sporcizia e della puzza e, in ogni caso, le chiese sono tenute veramente male.
E allora?
E allora, stranamente, sono stati proprio i panorami che più mi sono piaciuti, e mi hanno distratto durante i lunghi trasferimenti sulle strade polverose e gratificato durante il breve trekking nel parco dei monti Simien: le montagne dalle strane forme, le gole, i colori cangianti con cambiare della luce.
La tanto incensata (nei vari racconti di viaggio) gente etiope è sì gentile e non ti guarda con ostilità come può avvenire in altri Paesi africani, ma spesso colpisce il fatto che sia più frequente la richiesta di denaro qui che non in India.
I bambini, soprattutto, che studiano tutti inglese, imparano ancor prima della presentazione "my name is..", la richiesta "give me…", seguita da "pen", birr", o… da niente: "dammi" e basta.
Ci è stato detto di non dare loro nulla, perché altrimenti avrebbero uno shock culturale che li porterebbe ad abbandonare la scuola e stare tutto il giorno a mendicare appresso ai turisti, ma già lo sapevo da me: d'altronde, la mia politica è sempre stata quella che "se dai a uno, devi dare a tutti, e se dai a tutti alla fine sei tu a dover chiedere", per cui mi sono limitato a regalare qualche maglietta in un paesino montano, e scegliendo rigorosamente, tra i bambini, quelli che NON chiedevano (e spesso erano quelli senza scarpe e con i vestiti più laceri).
In generale, l'impressione è stata di un popolo con un tasso di evoluzione molto scarso, probabilmente dovuto alla scarsa istruzione che c'è stata per anni e che ancora perdura, seppure mitigata dalla numerose scuole aperte nei villaggi: non c'è tecnologia (pressoché inesistenti i computers) e non c'è chi la sappia far funzionare.
Le strade sono state fatte dagli italiani 70 anni fa, e così sono rimaste (le poche rimesse a nuovo sono merito di ingegneri cinesi o giapponesi), i termini tecnici sono in gran parte ancora italiani, perché la tecnologia è stata conosciuta solo a partire dal 1936, e particolare impressione ha destato il mancato uso della ruota: tutti portano la roba sulla testa o sulla schiena, e solo in un paesino sulla strada per Harar abbiamo visto dei bimbetti (l'evoluzione della specie!) che avevano costruito dei rudimentali carretti per trasportare le taniche d'acqua.
Con poche eccezioni, gli uomini sanno tutto dei campionati di calcio europei, ma poi ti chiedono se in Italia abbiamo leoni e iene, e se le nostre strade sono asfaltate: in realtà, calcio a parte, non hanno la minima cognizione di cosa ci sia al di là della frontiera e, spesso, nemmeno cosa ci sia al di là della fine del loro paesino.
Spesso ho avuto l'impressione di trovare qui quello che frega tutta l'Africa non mediterranea: la carenza di istruzione, in primo luogo, e poi il fancazzismo che porta a cercare di campare con il minimo sforzo.
L'assistenzialismo messo in atto da parte del "mondo civilizzato", in un simile contesto, è totalmente inutile, perché (come nel nostro meridione con l'istituzione della famigerata Cassa del Mezzogiorno) abitua la gente a farsi risolvere i problemi da qualcun altro.


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