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Dopo una sosta a Debre Markos
per il pranzo dell'autista (noi a pranzo ci limitiamo a banane ed ananas),
abbiamo ripreso il tragitto verso Bahar Dar ed il Lago Tana.
Attraversiamo zone rurali, con ampi coltivati e capanne con pareti in
legno, fango e chissà che altro, mentre il tetto è in paglia
o in lamiera ondulata (quest'ultimo materiale copra la stragrande maggioranza
delle costruzioni che abbiamo visto finora, anche ad Addis Abeba).
Per strada ci sono parecchie mucche ed ancor più somari, ma ciò
che più impressiona è la quantità di gente che cammina
sui lati, molte volte scalza sull'asfalto rovente o sui sassi appuntiti,
e va.
Non possedendo abbastanza denaro da spendere per i mezzi pubblici, la
gran parte della gente nelle campagne si sposta a piedi, per andare a
scuola, a prendere l'acqua, ad amministrare i propri animali, a far visita,
e così via.
L'Etiopia ci appare oggi come un Paese in perenne movimento, ed incontriamo
solitari viandanti anche in mezzo al nulla, lontano da qualunque centro
abitato.
Ma seguendo la strada, con il proprio immancabile bastone (anche i bambini)
o con l'ombrello, con i propri indumenti che per noi sono muti, ma che
per i locali dichiarano a gran voce la propria appartenenza ad una tribù,
ad un villaggio, ad una famiglia, ad uno status sociale, essi camminano
con pazienza verso la loro meta, quale che sia.
Arriviamo a Bahar Dar verso le 6 del pomeriggio: siamo partiti alle 7
di mattina, una bella facchinata soprattutto per l'autista, che - dopo
aver preso alloggio all'Hotel Ghion previo patteggiamento per una doppia
spaziosa con bagno per 100 birr al giorno - mandiamo a riposarsi, dandogli
appuntamento per domani alle 6 del pomeriggio.
Per cenare scegliamo l'Enkutatash 1, frequentato dai locali (oltre che
dai turisti), che si rivela buono ed economico.
Bahar Dar, 28 dicembre
Giusto il tempo di fare colazione,
ed il manager dell'albergo ci ha offerto per 50 birr l'uno una gita in
barca a vedere dei monasteri sul lago.
Pensavamo che il giro avrebbe incluso anche il famoso monastero di Narga
Selassie, che passa per essere "impedibile", ma invece ci siamo
trovati su di una piccola barca con motore fuoribordo da 15 cavalli, in
compagnia di otto americani che, come noi, si sono scaglionati già
alla prima tappa.
Il monastero di Entes-Eyesu non è nemmeno nominato sulla Lonely
Planet tra quelli meritevoli di visita, e tutto è apparso fin dall'inizio
un mezzo dei locali per tentare di guadagnare qualcosa con i turisti.
Solo due ragazze hanno voluto visitarlo, e non è che siano tornate
molto soddisfatte.
Abbiamo poi proseguito per il Kebran Gabriel, dove però le donne
non sono ammesse, sicché in quattro siamo andati a fare la visita
di questo posto, non eccezionale di per sé, ove un monaco ci ha
mostrato (all'aperto!) un libro in pergamena che lui asseriva risalire
al XV° secolo.
Un vero libro di quell'epoca, "conservato" in quel modo, a quest'ora
sarebbe semidistrutto, altro che illustrazioni policrome e splendenti!
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