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Bahar Dar, 27 dicembre

Dopo una notte insonne per via del letto in pendenza da un lato, fatta colazione con biscotti e cornetti (che sono sempre solito portare con me per i casi di emergenza) ed una spremuta d'arancia (6 birr l'una, 60 centesimi di euro), abbiamo fatto la conoscenza del nostro autista per i prossimi giorni del viaggio.
Elias è giovane, sposato con due figli piccoli, parla un inglese molto approssimativo, ed ama guardare le partite di calcio dei campionato europei, sicché non potrò sottrarmi agli inevitabili commenti su Del Piero, Maldini, e compagnia bella.
La jeep è una Toyota Land Cruiser scassatella dalle gomme arrivate alla fine della loro carriera, e che lascia un fumo da denuncia penale: speriamo bene!
La strada per Bahar Dar è inizialmente buona, con un bel nastro d'asfalto, ma ad un certo punto questo termina con una linea netta, ed iniziamo 45 km di noiosissimo sterrato, dove occorre spesso chiudere prontamente i finestrini per non mangiare la polvere alzata dai mezzi che incrociamo.

Gli eucalipti, presenza costante

Campi e capanne: l'Etiopia rurale

L'asfalto finisce qui...

...ma la strada continua...

...anche se le difficoltà aumentano

Dopo una sosta a Debre Markos per il pranzo dell'autista (noi a pranzo ci limitiamo a banane ed ananas), abbiamo ripreso il tragitto verso Bahar Dar ed il Lago Tana.
Attraversiamo zone rurali, con ampi coltivati e capanne con pareti in legno, fango e chissà che altro, mentre il tetto è in paglia o in lamiera ondulata (quest'ultimo materiale copra la stragrande maggioranza delle costruzioni che abbiamo visto finora, anche ad Addis Abeba).
Per strada ci sono parecchie mucche ed ancor più somari, ma ciò che più impressiona è la quantità di gente che cammina sui lati, molte volte scalza sull'asfalto rovente o sui sassi appuntiti, e va.
Non possedendo abbastanza denaro da spendere per i mezzi pubblici, la gran parte della gente nelle campagne si sposta a piedi, per andare a scuola, a prendere l'acqua, ad amministrare i propri animali, a far visita, e così via.
L'Etiopia ci appare oggi come un Paese in perenne movimento, ed incontriamo solitari viandanti anche in mezzo al nulla, lontano da qualunque centro abitato.
Ma seguendo la strada, con il proprio immancabile bastone (anche i bambini) o con l'ombrello, con i propri indumenti che per noi sono muti, ma che per i locali dichiarano a gran voce la propria appartenenza ad una tribù, ad un villaggio, ad una famiglia, ad uno status sociale, essi camminano con pazienza verso la loro meta, quale che sia.
Arriviamo a Bahar Dar verso le 6 del pomeriggio: siamo partiti alle 7 di mattina, una bella facchinata soprattutto per l'autista, che - dopo aver preso alloggio all'Hotel Ghion previo patteggiamento per una doppia spaziosa con bagno per 100 birr al giorno - mandiamo a riposarsi, dandogli appuntamento per domani alle 6 del pomeriggio.
Per cenare scegliamo l'Enkutatash 1, frequentato dai locali (oltre che dai turisti), che si rivela buono ed economico.

Bahar Dar, 28 dicembre

Giusto il tempo di fare colazione, ed il manager dell'albergo ci ha offerto per 50 birr l'uno una gita in barca a vedere dei monasteri sul lago.
Pensavamo che il giro avrebbe incluso anche il famoso monastero di Narga Selassie, che passa per essere "impedibile", ma invece ci siamo trovati su di una piccola barca con motore fuoribordo da 15 cavalli, in compagnia di otto americani che, come noi, si sono scaglionati già alla prima tappa.
Il monastero di Entes-Eyesu non è nemmeno nominato sulla Lonely Planet tra quelli meritevoli di visita, e tutto è apparso fin dall'inizio un mezzo dei locali per tentare di guadagnare qualcosa con i turisti.
Solo due ragazze hanno voluto visitarlo, e non è che siano tornate molto soddisfatte.
Abbiamo poi proseguito per il Kebran Gabriel, dove però le donne non sono ammesse, sicché in quattro siamo andati a fare la visita di questo posto, non eccezionale di per sé, ove un monaco ci ha mostrato (all'aperto!) un libro in pergamena che lui asseriva risalire al XV° secolo.
Un vero libro di quell'epoca, "conservato" in quel modo, a quest'ora sarebbe semidistrutto, altro che illustrazioni policrome e splendenti!

Canoa di giunchi sul Lago Tana

Kebran Gabriel...

... i suoi affreschi...

...e i suoi monaci

Tornati alla barca e alle ragazze, che ci avevano lì atteso, siamo passati ad uno dei monasteri siti nella penisola di Zege, il Beta Maryam.
Qui i dipinti sembrano recenti, e lo stile architettonico rimane lo stesso (chiesetta a pianta circolare); abbiamo deciso di saltare l'ultima tappa in programma, Debre Maryam, essendo notevolmente calato l'interesse generale.
Tornando, abbiamo visto il punto dal quale si origina il Nilo Azzurro, prima della sua famosa cascata di Tis Isat.

Beta Maryam...

...e il suo interno

Da qui parte il Nilo Azzurro

Nel tardo pomeriggio ci siamo fatti portare da Elias con la jeep al mercato cittadino: abbiamo prima visto un'orrida fiera di prodotti moderni che andavano dal trattore, al televisore, alle ciabatte di plastica, con una band di pop locale che si esibiva sul palco di fronte ad una piccola folla dall'elevato tasso alcolico.
Quando, poi, siamo arrivati al mercato "vero", era troppo tardi, e la maggioranza delle numerose bancarelle era chiusa.
Cena di nuovo all'Enkutatash, dove abbiamo esagerato con il cibo, lasciandone un bel po' avanzato: bisogna ricordare che ogni singola voce del menu corrisponde - almeno per i locali - ad un pasto completo.

Bahar Dar, 29 dicembre

Non siamo riusciti a trovare un gruppo per dividere la spesa per la barca grande che ci possa portare al monastero di Narga Selassie, e non ci è sembrato il caso di prendere quella piccola che proponeva il Ghion Hotel, dato che il viaggio è lungo (pare 3 o 4 ore per arrivare, ed altrettante al ritorno), e all'ora di pranzo sul lago si alza un vento fastidioso che crea pure qualche onda.
E allora siamo andati con Elias al mercato, vero fulcro di vita delle città africane in genere: un ragazzo che parlava un buon inglese (sicuramente migliore di quello del povero Elias) ci si è incollato a mò di guida e, alla fine, è stato pure utile per capire tante cose; al termine del giro, si è decisamente guadagnato i 10 birr che abbiamo deciso di dargli.

Il mercato di Bahar Dar

Ciabatte dai copertoni

Siamo poi partiti per Tis isat, a vedere le cascate del Nilo Azzurro.
Trenta km di sterrato, 15 birr ognuno di biglietto e, scartate le guide locali, ci siamo fatti una bella passeggiata lungo il sentiero che, traversato il bel ponte portoghese in pietra, porta fino ad un'altura dalla quale si può ammirare ciò che è rimasto della cascata che prima della costruzione della diga e della centrale elettrica aveva un fronte di 400 metri, e che adesso è ridotta a ben poca cosa, seppure sempre ammirevole.
In fin dei conti, pensando agli sforzi e le lunghe e rischiose ricerche fatte nei secoli dai geografi per scoprire da dove originasse il Nilo, un po' di emozione mi prende lo stesso, anche se lo spettacolo non è più quello di una volta.
Mangiato un ananas con tale panorama innanzi, ci siamo incamminati verso la jeep e abbiamo ripreso la strada verso Bahar Dar e l'Hotel Ghion, nel cui ombroso giardino in riva al lago ci si può rilassare alla bisogna (sempre che ci si copra abbondantemente, per via del vento pomeridiano).
Nel tardo pomeriggio abbiamo fatto una passeggiata per le vie cittadine e abbiamo dato un'occhiata ai pellicani davanti al Mango Park, bar con giardino sul lago, dopodiché ci siamo diretti - anche oggi - al solito ristorante.

Il ponte portoghese

Le cascate(lle) del Nilo Azzurro


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