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Axum, 2 gennaio

Brrrr! Durante la notte - un cielo di stelle meraviglioso - si è perfino creato del ghiaccio sulla tenda, dalla quale mi sono precipitato fuori alle 6 per imporre a quel beota di Elias di spegnere il motore della jeep, che grazie al vento ci stava intossicando con i fumi del probabilmente mai revisionato diesel.
Scendendo verso valle, sulla via per Debark, abbiamo incrociato un altro numeroso gruppo di babbuini, mentre passando davanti al campo di Sankaber ci siamo resi conto che in questo posto non vale assolutamente la pena di piantare la tenda.
Lasciati a Debark guida e scout, siamo partiti alla volta di Axum.
La strada è quella fatta dagli italiani 70 anni fa, e non vi è stata più fatta alcuna manutenzione, per cui si è trasformata in uno sterrato polveroso e sassoso, ma che regala dei panorami di stupefacente bellezza tra gole e rupi, picchi e strapiombi lungo i quali si srotolano i tornanti.
È lunga, tanto che arriviamo stanchi ad Axum dopo 12 ore dalla partenza da Chenek: oggi Elias si è decisamente meritato la paga.
Alloggiamo all'Africa Hotel, 50 birr la doppia (piccolina ma decente, doccia calda e letto comodo), e ceniamo all'Habesha Restaurant, dove però le portate sono freddine e non di nostro gusto.

Altri babbuini

Ultimo sguardo alle Simien Mountains

Pure il distributore Agip!

Fortino italiano a difesa del ponte

Sulla strada

per Axum

Axum, 3 gennaio

Con tutta calma, considerato il viaggio stancante di ieri, alle 10 siamo andati al parco delle stele: notevole quella più grande, crollata al suolo in diversi frammenti, mentre la gran parte delle altre non sono scolpite.
Si poteva visitare solo una delle due tombe sotterranee ma, comunque, pare che nascosto sotto terra vi sia ancora più dell'80% della roba.
Appena fuori l'ingresso del parco delle stele c'è anche la "nostra", che fino a pochi mesi fa faceva bella mostra di sé - stupenda, se confrontata a quelle presenti qui - fuori dell'ex ministero delle colonie a Roma.
È sotto una tettoia, ancora imballata così come l'abbiamo mandata, divisa in tre tronconi: chissà quando (e se) riusciranno ad erigerla per farla tornare al suo splendore!
Tutto sommato, avremmo fatto meglio a tenercela: sono convinto che sia stata restituita solo ed unicamente perché era stato Mussolini a volerla a Roma, e che se dovessimo pretendere la restituzione di tutto quello che è stato rubato in Italia nel corso degli anni svuoteremmo buona parte dei musei mondiali.
Altre stele si trovano in un terreno sulla destra del parco, ma lascia interdetti il fatto che siano così abbandonate, che la più bella di esse è stesa a terra ed utilizzata come latrina.
Le tombe dei re Kaleh e Gebre Meskel si trovano in cima ad una collina lì vicino, sono sotterranee, ma non sono poi così interessanti, anche perché i blocchi ben squadrati di cui sono fatte non sono scolpiti o dipinti, e quindi il tutto appare molto spoglio.

Il parco delle stele

La grande stele crollata

La "nostra", ancora impacchettata

La leonessa di Gobedra è una vera sòla, e consiste praticamente in un dozzinale graffito sulla roccia: fare la camminata in mezzo alle pietre dell'ex cava non vale la pena, a meno che - come noi - non si abbia del tempo da perdere.
In ogni caso, siamo riusciti a trovarla solo con l'aiuto di due bimbetti, perché non c'è un sentiero segnato.
Il palazzo della regina di Saba a Dungur, di fronte ad un'altra zona con diverse stele insignificanti, è invece ciò che rimane di un grosso edificio, del quale sono rimasti i soli bassi muri delimitanti i singoli ambienti: c'è pure una piattaforma metallica per poterlo osservare dall'alto.
Ultima tappa, il museo archeologico, le cui opere esposte fanno trasparire una raffinatezza tutt'altro che eccezionale.
Il resto del pomeriggio è trascorso con le visite ai negozietti axumiti di artigianato, senza peraltro acquistare alcunché.
Una buona cena, stavolta, al Cafè Abissinia: finalmente cibo caldo, oltre che buono e a buon mercato: 29 birr in due!

La leonessa di Gobedra

Dungur: il palazzo della regina di Saba


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