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Lalibela, 6 gennaio

Oggi è stata più che dura.
Siamo partiti tardi, verso le 8,30, a causa di un guasto al filtro del gasolio, che è stato sostituito.
Fatta colazione alla solita pasticceria (che non è proprio "Mondi" a Ponte Milvio, ma tant'è) vicino alla traversa che porta all'Hotel Wlaelo, siamo andati verso Makallè, città trafficata, unico polo industriale etiopico, dove abbiamo cambiato qualche altro euro perché a Lalibela non ci sono banche.
L'asfalto è scomparso dopo un po', lasciando luogo al consueto polverone dovuto a lavori di ristrutturazione della vecchia strada italiana.
Curioso come si tentino restauri (curati con l'ausilio di ingegneri cinesi) solo sulle parti "facili", ovvero quelle dritte ed in piano, mentre i tratti realizzati 70 anni fa dai nostri connazionali, non si sa come, nelle zone più impervie sono destinati a restare come sono.
In pratica, se non ci fossero andati gli italiani nel 1936, gli etiopi andrebbero ancora in giro camminando per i vecchi sentieri.
Da Maychew in poi buon asfalto fino a Wolodia, poi ancora sterrato, man mano sempre peggiore.
Già eravamo partiti tardi, poi le condizioni stradali non ottimali, infine un incidente che ha coinvolto due autoarticolati che si sono incastrati sulla stretta strada montana dopo Wolodia, che dà sul burrone a strapiombo: disincastrati i mezzi dopo mezz'ora di attesa, ci siamo trovati sulla strada - sterrata, ovviamente - che porta verso Gondar nel momento del tramonto, il che significa avere il sole basso sull'orizzonte e dritto in faccia, che non consente vi vedere alcunché, meno che mai i camion che vengono dalla parte opposta.
Fatto sta che ci siamo trovati a percorrere una pessima pista al buio, cercando quasi alla cieca la svolta a destra per Lalibela; trovata la svolta, il cartello dice "54 km", ma in realtà pare che siano molti di più.
Elias era molto stanco, noi pure, e la strada (strada?) non finiva mai: mi tornava in mente il racconto di Giorgio Bettinelli, che nel corso di uno dei suoi giri del mondo su di una Vespa 200 arrivò a Lalibela alle 22,30 facendo la nostra stessa strada, non proprio comoda anche per una jeep.
Dopo aver sbagliato girando a sinistra ed essere arrivati ad uno spettrale aeroporto, unico punto illuminato della zona, siamo tornati indietro e, alle 22, siamo alfine giunti a Lalibela, proprio nella notte del natale copto, dove fortunosamente abbiamo trovato l'unica stanza libera dell'Hotel Asheten, che ha ovviamente approfittato della situazione per spillarci 200 birr per un piccolo loculo con bagno fetido in comune.
Elias dormirà in macchina nel cortile, dato che anche lui a meno di 50 birr non riesce a trovare alloggio.

Sarà italiana?

Continua il su e giù per le montagne

Il Lago Ashenge

E adesso?

Lalibela, 7 gennaio

Oggi sveglia con calma, doccia (poca acqua, ma calda), colazione, e visita della città.
Non siamo andati a vedere le celebrazioni mattutine (alle 5!) per il natale copto, che hanno richiamato qui migliaia di pellegrini da tutto il Paese, ma abbiamo così evitato un'enorme ressa e molte pulci, a detta di chi c'è stato.
Non che le pulci siano mancate, finora, sia negli alberghi che per strada: d'altronde, quando non ci sono zanzare in giro e si hanno gli stessi segni dei morsi, il motivo è solo uno.
Siamo prima andati a vedere il mercato del sabato, polveroso come tutta la cittadina, e dove veniva venduta la solita roba: prodotti agricoli (tef, aglio, peperoncino, pomodori, patate), stoffe locali e di puro acrilico straniero, taniche e tinozze di plastica cinesi, cestini di vimini.

Lalibela

Il mercato del sabato

Poi, considerato che a mezzogiorno finiscono le messe nelle chiese e quindi c'è meno ressa, siamo andati vedere Bet Georgis, la più famosa, quella a forma di croce.
L'idea dei costruttori è stata effettivamente ottima, ed il risultato notevolmente spettacolare: hanno dapprima scavato un fossato perimetrale a forma di croce molto profondo, e poi hanno lavorato la parte interna.
Peccato che oggi l'interno sia funestato da bruttissime luci al neon, che eliminano l'effetto della luce naturale proveniente dalle finestre, e da stoffe appese di pessima fattura.
Le altre chiese, tutte scavate nella roccia per non farle vedere da lontano durante le invasioni dei dervisci sudanesi, non sono poi così suggestive, nonostante la loro particolarità, e sono tutte accomunate dalle luci al neon, dallo sporco (i tappeti sono molto, ma molto pulciosi), dai molti pellegrini che baciano devotamente soglie e pareti.
Tutte le chiese, con l'esclusione di Bet Georgis, hanno impalcature esterne che rovinano l'effetto scenografico, e sono coperte da orrendi tetti in lamiera.
Ma quello che rende maggiormente perplessi è lo sporco puzzolente che regna ovunque: d'accordo che ci sono migliaia di pellegrini e che da qualche parte dovranno pur fare i loro bisogni, ma qui ci sono escrementi umani dovunque, e sono molti a pisciare in mezzo alla strada come se nulla fosse.
Se si aggiunge il polverone alzato dal vento e la quantità di mendicanti, la situazione è peggiore di qualunque posto abbia visitato, India inclusa.
Al ritorno in albergo, la doccia è stata obbligatoria, insieme al lancio nel cestino dei rifiuti dei calzini indossati per la visita alle chiese.
Ci siamo fatti cambiare la stanza con una più grande che si era nel frattempo liberata, sempre senza bagno ma almeno a 150 birr.
La nostra vecchia stanza è stata data ad un ragazzo veneto che avevamo incontrato ad Addis Abeba, per 80 birr.
Cena al Chez Louise, segnalatoci da una coppia di italiani incontrati ad Axum.
Dopo tutti questi giorni di injera e wat, mi sono concesso una pizza al pomodoro e formaggio: ovviamente in Italia il pizzettaro che avesse proposto al pubblico quel che ho mangiato stasera sarebbe stato crocefisso, ma almeno ho cambiato sapore.

Bet Georgis

Bet Mikael

Bet Medhane Alem

Bet Maryam


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