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LA QUARTA SPONDA (Libia 2010)

© Alessandro Scarano 2010

libia

Sabratha

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Bengasi, 3 agosto 2010

Altro giro archeologico, stavolta in Libia, altra nazione che a suo tempo abbiamo tentato di colonizzare e ritenuto la nostra “quarta sponda” nel Mediterraneo.
Oggi – e dal 1969 – è guidata dal colonnello Gheddafi, e i rapporti con il nostro Paese continuano tra alti e bassi: al momento i libici hanno eliminato l'obbligo del timbro bilingue sul passaporto, ma non l'obbligo per i visitatori stranieri di avere un “invito” da parte di un'agenzia turistica locale ed un agente di polizia sul mezzo di trasporto.
Giocoforza venire qui, ancora una volta, con avventure nel mondo.
Dopo un'ora e mezza di ritardo siamo atterrati a Tripoli, e dopo due ore di ritardo siamo infine arrivati – sempre per via aerea – a Bengasi, in Cirenaica.
Alloggiamo al Dogal Hotel, pià che decente, con frigo in camera e vista mare.
Il gruppo è composto da 7 persone, spero tutti interessati (viste alcune esperienze precedenti) all'oggetto del viaggio.

Al Bayda, 4 agosto

Partiti da Bengasi con il pullmino e con a bordo il poliziotto (un ragazzone gigantesco, che si è scomodamente sistemato accanto all'autista rattrappendo le lunghe gambe), abbiamo dapprima visitato il sito di Tocra: ben poco roba, solo qualche traccia mal tenuta di un insediamento ed un fortino vicino al mare con incisioni sul pavimento lasciate dai bersaglieri italiani.
Intorno ci sono ancora i binari dei carrelli su cui gli archeologi italiani spostavano il materiale scavato all'epoca.
Tolemaide è invece un sito più esteso (in fin dei conti era la capitale della locale Pentapoli), ma anch'esso non eccezionale, considerato anche lo stato delle rovine.
Sarà che ormai di siti archeologici romani ne ho visti a iosa e che quindi sono difficile nei gusti, ma quel poco che ho visto finora non mi ha soddisfatto affatto.
In nessuno dei due siti visitati si è visto un turista che fosse uno, eccetto noi.
Per fortuna non fa un caldo eccessivo e c'è un leggero venticello: per essere in Libia di agosto per ora ci sta andando più che bene dal punto di vista climatico.
Abbiamo pranzato facendoci preparare un couscous dal custode del sito, che per 6 dinari a testa ci ha anche portato acqua, bibite, pane, olive, zuppa libica e tè.
Siamo poi passati a vedere i mosaici di Qasr Libiya , molto belli anche se avrei preferito che fossero lasciati come pavimento, anziché ritagliare i riquadri e metterli sulle pareti come quadri (in uno c'è anche una rarissima rappresentazione del Faro di Alessandria).
Al villaggio che porta il nome di Omar Al Muktar (capo della resistenza libica anti-italiana), costruito a suo tempo dai coloni italiani, sono stato invitato (trascinato è più corretto) dai giovani locali a giocare a calcio balilla nell'ex chiesa parrocchiale, ora adibita a sala giochi, con tanto di computer con videogames.
Prima di arrivare ad Al Bayda siamo pure passati a dare un'occhiata all'antico santuario di Slonta, che in un piccolissimo spazio presenta alcune figure scolpite nella roccia a scopo propiziatorio per la caccia (almeno così s dice).
Ad Al Bayda alloggiamo all'Hotel Laoloat, meno “chic” di quello di Bengasi ma comunque decente (anche se nella nostra stanza manca l'utilissimo frigorifero).
Abbiamo cenato in una specie di rosticceria vicino all'albergo (buone cose a prezzi decisamente economici), e poi siamo andati a prendere un tè all'Asservium, locale con tavoli all'aperto qualche centinaio di metri più in là.

Al Bayda, 5 agosto

Oggi abbiamo preso una guida per gli scavi di Cirene ed Apollonia: non so se sia ancora obbligatoria, ma è certo che Ad-Ham non si è rivelato così utile: parla italiano, ma ripete un po' a pappagallo quello che ha sentito per anni dal padre, che a suo tempo ha studiato e partecipato agli scavi, e che era una guida molto quotata, ma che ora è purtroppo deceduto.
Abbiamo iniziato con il museo (una sorta di capannone che contiene alcune statue, un paio di sarcofagi e pochi mosaici), dopodiché siamo passati al maestoso tempio di Zeus, attualmente oggetto di scavi (per poco, però, visto che sono finiti i fondi) da parte di alcuni ricercatori al comando di un professore dell'Università di Palermo.
Il tempio è stato parzialmente ricostruito, come tutte le rovine nei dintorni, dopo le distruzioni operate dalla “rivolta giudaica” e dai terremoti.
L'area degli scavi di Cirene è molto estesa e abbastanza interessante e si trova su di un altopiano che domina la vallata ed il mare: vi abbiamo trovato al lavoro anche una squadra della II Università di Napoli.
Pranzato in uno dei ristoranti per turisti appena fuori dell'uscita, siamo andati ad Apollonia, i cui resti di tre basiliche e di un teatro mi hanno meno impressionato, ma dove mi sono concesso un bagno in acque calde e pulite (speravo di vedere dei resti sott'acqua, ma nonostante la maschera da sub nel punto in cui ero non si vedeva alcunché).
Purtroppo la “ricreazione” è stata breve, solo una quarantina di minuti, ma piacevole dopo la camminata sotto il sole: non che faccia caldissimo, ma dopo una giornata in giro ci si stanca lo stesso.
Rientrato ad Al Bayda ho sperimentato la connessione internet locale, con prezzi ridicoli ma velocità un po' limitata.
Cena alla “solita” rosticceria, che poi abbiamo scoperto essere di un libanese e chiamarsi El Rahalla.

Bengasi, 6 agosto

A Ras Al Hillal ci sono le rovine molto rovinate di una basilica, nulla di particolare, ma proseguendo per Al Athrum si trovano i resti di un'altra basilica molto bella, ancora con il recinto in marmo intorno alla zona dell'altare: la visita vale la pena, anche per il bel panorama del mare sotto lo sperone di roccia.
Tornando in direzione di Al Bayda siamo passati per il tempio di Esculapio, i cui resti sono miseramente abbandonati, e sul ponte costruito dagli italiani una trentina di anni fa sopra la gola dello Wadi Al Kufr, luogo ove si nascondevano i seguaci di Omar Al Muktar e che è spazzata da un vento impetuoso.
Dopo una sosta per il pranzo in quello che ci è sembrato il più pulcioso degli “autogrill” lungo la strada (scelto dal nostro autista) siamo infine arrivati a Bengasi, dove stavolta abbiamo preso alloggio all'Hotel Africa, ben più economico di quello utilizzato la nostra prima notte qui e ovviamente meno confortevole (continuo a soffrire la mancanza del frigo in camera per congelare l'acqua da portare in giro durante il giorno).
Dopo una passeggiata per il bazar, (solito ciarpame) ed il lungomare, dove abbiamo trovato un cartellone 6x3 con foto dell'incontro tra Gheddafi e Berlusconi, con il nostro premier che quasi si genuflette dinanzi il figli di Omar Al Muktar, siamo andati a farci una colossale mangiata di pesce a buon prezzo al Bala Restaurant, su Sea Road.
Con esclusione dei siti archeologici, siamo sempre seguiti da Heiman, il poliziotto che pare essere un buon ragazzo (meno male, perché grosso com'è se si incazza non vorrei essere nei pressi), che si cura del fatto che non ci capiti alcunché di male, e che ci aiuta anche negli acquisti, controllando che il negoziante non si approfitti dei turisti e che faccia prezzi onesti.
Non che la popolazione sembri ostile, anzi, ma non molto tempo fa proprio a Bengasi ci sono stati dei casini nei confronti degli italiani dopo che un nostro ministro ha mostrato in TV di indossare una maglietta con le immagini di vignette anti-islamiche danesi, per cui la prudenza non  è mai troppa.

Al Khoms, 7 agosto

Noiosissima tappa di trasferimento, 12 ore per farci circa 900 km in mezzo al nulla, avendo come panorama soltanto terra riarsa, qualche raro cespuglio, ogni tanto il mare in lontananza in fondo a destra, e a volte – soprattutto appena fuori Bengasi – degli enormi quanto grigi ed orrendi complessi edilizi destinati a chissà chi, visto che alcuni erano grossi come un quartiere (brutto) di Roma e che in Libia ci sono solo 5 milioni di abitanti.
A metà strada, giusto per dare un senso alla giornata, ci siamo fermati a Medina Sultan per vedere i resti di un arco eretto dagli italiani durante l'occupazione per indicare il confine tra la Cirenaica e la Tripolitania, nel golfo della Sirte.
Rimangono, coricate a terra, le due statue in bronzo dei fratelli Fileni (risparmio la leggenda, che si può trovare in tutte le guide) e qualche lastra con bassorilievi rappresentanti le nostre milizie ed una frase di Mussolini.
Per il resto, qualche dormita coadiuvata dall'iPod sul pullmino e tanta noia.
Ad Al Khoms alloggiamo all'Al Madina Hotel (meno male che l'ha individuato l'autista, perché l'insegna è scritta solo in arabo), doccia con un filo d'acqua e letto sconnesso, cuscini senza federe.
La cittadina è piena di posti dove effettuare telefonate all'estero e connessioni ad internet, e pare che i ristoranti cucinino quasi solo pizza e felafel.
Fatto sta che alla fine ci siamo fatti una pizza (mangiabile, ma nulla di più) in una strada dietro la moschea.

Yefren, 8 agosto

Prima tappa della mattinata, una delle più importanti del viaggio, Leptis Magna.
Condotti da una guida veramente molto brava e dall'ottimo italiano (autodidatta, peraltro) abbiamo visto prima il museo (nel quale si notava appena appena una gigantografia di Gheddafi nell'atrio) e poi le rovine, che bisogna ammettere varrebbero da sole il viaggio.
Niente a che vedere con le poche cose viste in Cirenaica, e la qualità e la quantità dei resti a volte lasciano stupefatti.
D'altro canto, la città è rimasta per secoli conservata sotto la sabbia, ed il paziente lavoro di ricostruzione operato soprattutto dagli archeologi italiani permette ora di apprezzarla anche se molto sarebbe ancora il lavoro da fare.
Purtroppo lo Stato libico non si interessa alle rovine romane e greche, che sono lasciate a loro stesse in balia spesso di ladri di reperti antichi, oltre che delle erbacce.
Siamo poi riusciti anche a vedere – corrompendo il guardiano – Villa Silim, con i suoi resti di una villa romana in riva al mare ricca di mosaici.
Una mezza fregatura, invece, è stata la visita ad una delle case troglodite di Gharyan, molto meno pittoresca di quelle che ho avuto occasione di vedere a suo tempo in Tunisia.
Dopo un lungo tragitto siamo giunti a Yefren, dove alloggiamo al bel Yefren Hotel, pulito e dotato di tutti i comfort, tra cui un malandato tavolo da biliardo a buche grandi, con stecche storte come cavatappi ed una pendenza da discesa libera.
Ciò nonostante dopo cena (rosticceria in piazza) mi sono impegnato per un'oretta buona a sfidare – con successo – il mio compagno di stanza in una serie di partite a pool 9.

Ghadames, 9 agosto

Una veloce puntata alla città vecchia di Yefren, con il suo sparuto mucchietto di case totalmente diroccate, e poi via, in direzione dell'antica Ghadames.
Lungo la strada interrompiamo la noia causata dai monotoni quanto orrendi panorami offerti sia dalla strada che dai centri abitati con una sosta prima al piccolo villaggio diroccato di Tarmeisa, dove ho avuto occasione di fare un po' di moto scalando uno sperone roccioso con un breve free climbing in compagnia di un paio dei giovani locali, e poi al granaio fortificato di Kabaw, simile a quelli già visti in Tunisia.
La lunga strada è in parecchi tratti soggetta a lavori di asfaltatura, cosa che ci obbliga ad andare piano e a perdere parecchio tempo.
In un distributore di benzina assistiamo anche alla fila di automobili che fanno il pieno per poi andare a rivendersi la benzina in Tunisia.
Infatti qui il gasolio costa l'equivalente di 15 centesimi di euro al litro, mentre la benzina 20.
Alla fine arriviamo a Ghadames, dove alle 8 di sera misuro 34°C: la vicinanza del deserto si fa sentire.
Alloggiamo in una casa privata nella città nuova, Villa Abdealmoula, che sembra abbastanza pulita e che ha, con mio grande stupore, addirittura il bidet nel bagno.
Abbiamo cenato in un ristorante vicino all'ingresso della città vecchia, che propone solo un pasto a menu fisso per 15 dinari.

Ghadames, 10 agosto

Notte praticamente insonne per la “lotta” con il mio compagno di stanza per l'aria condizionata: io in genere non la sopporto, ma qui non se ne può fare a meno per il gran caldo, lui sostiene che fa troppo rumore (e dorme col pigiama di maglina!).
In mattinata siamo andati con una guida in giro per la vecchia Ghadames, molto particolare, e il giro ha richiesto tre ore tra le stradine all'aperto e sotto le case.
Le strade sono strette e tortuose per mitigare il vento caldo del deserto, che alla fine arriva quasi fresco all'interno delle case.
La guida ci ha detto che quando noi in Italia ci lamentiamo per un po' di sabbia che troviamo sulla macchina dopo la pioggia che porta il vento dal sud, nello stesso momento loro smadonnano per cercare di tirare fuori la macchina da sotto la sabbia che arriva dal deserto.
Dopo un pranzo breve con un panino, ho approfittato del pomeriggio libero per recuperare un po' di sonno, stavolta con l'aria condizionata a tutto regime.
Nel tardo pomeriggio gita in fuoristrada al Qasr El Gol, pochi rimasugli di un fortino da cui si possono vedere i posti di guardia ai confini con Algeria e Tunisia, e poi giro sulle dune (oltre il confine algerino, credo) per vedere il tramonto.
Cena in una delle case della città vecchia, con il “solito” couscous di cammello e le solite pulci dei tappeti che mi anno aggredito le caviglie.
Domattina inizia il ramadan, per cui abbiamo fatto scorta di acqua e cibo per il viaggio.

Sabratha, 11 agosto

Oggi inizia il ramadan.
È la prima volta che mi capita, dopo tanti viaggi in Paesi islamici, e sono un po' curioso di vedere – almeno da queste parti – cosa comporta nella vita di tutti i giorni.
Ci tocca l'ultima delle lunghe tappe di trasferimento, 10 ore di pullmino per la maggior parte trascorse su strade che scorrono nel nulla totale, con conseguente estremo tedio.
Per ravvivare la giornata ci siamo fermati a vedere due granai fortificati, il primo a Nalut, caratterizzato dagli stretti vicoli al suo interno anziché dal solito cortile, che invece ha il secondo, il Qasr Al Hajj.
Per il resto del viaggio, due palle così fino all'arrivo a Sabratha, dove abbiamo preso alloggio al Jawharat Subrata Tourist Hotel, niente di che ma frigo in camera e curioso rubinetto del lavandino a forma di delfino.
Volevo sapere come regolarmi per il cibo durante il ramadan?
Sono stato servito: i ristoranti non aprono prima delle 10 di sera, e fino ad allora abbiamo ciondolato in giro facendo le vasche sulla strada statale che scorre all'interno della città, in attesa dell'apertura, per poi entrare nel primo che ha aperto, una pizzeria.

Tripoli, 12 agosto

Siamo arrivati al sito di Sabratha, dove abbiamo trovato ad attenderci la guida che ci ha illustrato abbastanza bene (mai quanto quella di Leptis Magna) la rovine, che sono sì  interessanti, ma anch'esse non come quelle di Leptis.
Durante la visita la guida ci ha detto che domani, essendo venerdì di ramadan, il museo di Tripoli sarà chiuso, e che oggi chiuderà all'una.
Risultato, siamo dovuti partire di corsa per Tripoli, saltando il museo di Sabratha, il previsto bagno davanti alle rovine (ahimè!), e la tomba bizantina di Janzur.
Nonostante la corsa, siamo giunti a tripoli alla chiusura del museo e, tramite la guida tripolina avvisata da Sabratha per telefono, siamo riusciti a tenerlo aperto solo per noi con un “contributo” di 100 dinari a favore del personale che sarebbe dovuto rimanere.
Il museo ha di interessante soprattutto un mosaico tra i più belli al mondo, fatto con tessere piccolissime che hanno consentito agli autori di eseguire incredibili  sfumature policrome, mentre per il resto non ha oggetti veramente eccezionali, e la sezione della storia della Libia moderna manca totalmente di una parte riguardante Re Idriss.
Al riguardo, la guida ha detto che non dipendeva da lei... bisogna dire che tutte le volte che si parla di Gheddafi e di decisioni del suo governo tutti i libici fanno “i vaghi” e cercano di cambiare discorso.
Finita la visita al museo, abbiamo preso possesso dei nostri alloggi all'Hotel El Medina (dignitoso, ma senza frigo in camera), sul lungomare tra la Piazza Verde, luogo delle adunate del leader libico, e l'Arco di Marco Aurelio.
Abbiamo riscontrato che oggi è proprio tutto chiuso: negozi e suk, tutte saracinesche abbassate, impossibile o quasi (bisogna avere la fortuna di trovare uno dei rari alimentari aperti) reperire cibo e bevande durante il giorno.
Una passeggiata dalla Piazza Verde (di giorno un grosso parcheggio) verso i palazzi costruiti dagli italiani durante l'occupazione non ci ha consentito di vedere bellezze architettoniche particolari, anche perché la Galleria De Bono è chiusa per lavori di ristrutturazione, ma considerato che i negozi sono tutti chiusi un giro a piedi era l'unica cosa da fare.
Abbiamo cenato, concedendoci un piccolo lusso, all'Athar Restaurant, un posto all'aperto abbastanza raffinato (considerati i nostri standard durante il viaggio) proprio adiacente l'Arco di Marco Aurelio: alla fine per circa 24 dinari abbiamo avuto il piacere di mangiare con un tovagliolo di stoffa, il che non mi pare poco considerato che spesso non ne abbiamo avuto nemmeno di carta.
Dopo cena un'altra passeggiata lungo la via Omar Al Muktar, strada di “struscio” notturno che parte da una Piazza verde illuminata  a giorno con orrendi riflettori buoni per San Siro.

Tripoli, 13 agosto

Oggi è venerdì di ramadan, per cui la città sembra Roma a ferragosto qualche anno fa.
Tutto chiuso, non un'anima in giro, per cui la soluzione è stata prendere un taxi (3 dinari) per Sandy Beach, a ovest del promontorio su cui sorge la medina, proprio sotto l'erigendo Hotel Marriot.
La spiaggia non è pulitissima, ma per un dinaro a testa si può stare sotto la tettoia di palma (indispensabile per proteggersi dal sole cocente) e fare il bagno nel mare pulito e sabbioso.
Nel pomeriggio passeggiata nel cuore della medina che si preparava alla cena serale, con effluvi di cibo provenienti dalle case nei vicoli polverosi (e pulciosi, come possono testimoniare i miei piedi).
Abbiamo potuto osservare, oltre alle moschee e alle case, scorci della vita quotidiana tradizionale degli abitanti locali.
Cena in un ristorante nella parte orientale della città, non lontano dalla Piazza Verde, dove nonostante l'atmosfera quasi lussuosa (pareti decorate con vetrate ad immagini colorate), il cameriere capiva solamente l'arabo.
Cambiati al nero (sotto l'arco di ingresso alla medina dalla parte della Piazza Verde) i dinari che ci sono rimasti per non correre il rischio di trovare le banche chiuse in aeroporto domattina, siamo andati a fare i bagagli.

*** *** ***

La Libia, almeno nella sua parte costiera, si è rivelato il Paese più brutto visto finora dal sottoscritto, fatta eccezione – naturalmente – per i maggiori siti archeologici.
Prescindendo dal territorio, per la gran parte piatto e brullo (salvo la Cirenaica, più collinare e coltivata), le costruzioni sono tutte state fatte con il solo scopo di farvi abitare la gente, senza alcun progetto estetico, con gli impianti idraulici tutti “a vista”.
La mancanza assoluta di un qualsiasi senso estetico, dovuta forse al fatto che per centinaia di anni le popolazioni locali hanno abitato sotto delle tende e senza interscambi culturali di un certo rilievo dopo la caduta dell'impero bizantino, hanno fatto sì che questo Paese sia stato costruito secondo il principio “basta che funzioni, almeno in qualche modo”: la casa non deve essere altro che un tetto sulla testa, il bagno un luogo ove espletare i propri bisogni e darsi una ripulita.
Non esistono centri storici se non a Tripoli e a Ghadames (che, però, è abbandonata e ridotta ad una città museo), e gli edifici sono solo mattoni e cemento in attesa di costruirvi sopra un ulteriore piano.
Ciò posto, Leptis Magna è meravigliosa, e vale da sola il viaggio.
Anche Sabratha e Cirene non sono male, ma in un'ipotetica scala di bellezza sono situate molti gradini più in basso della città natale di Settimio Severo.
Peccato che tutti i siti siano lasciati molto in abbandono, pare per il motivo che il leader libico veda Greci e Romani alla stregua di invasori, e quindi le loro vestigia indegne di attenzione.
D'altra parte non è che il turismo sia molto invogliato, anzi, è quasi sopportato: in fin dei conti con tutto il petrolio che ha, la Libia non ha certo bisogno della valuta portata dai turisti stranieri.
Chi è stato nel deserto a sud me ne ha detto meraviglie, io mi sono limitato a vedere parte di quello prossimo alla frontiera con Algeria e Tunisia e devo dire che non mi ha impressionato affatto.
Da vedere, quindi, ma con tutte le dovute riserve.