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INDIA 2003

© Alessandro Scarano 2003

India

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Delhi, 2 agosto 2003

Forse l’estate non sarà il periodo migliore per visitare l’India, ma il periodo delle ferie “forzate” per quanto mi riguarda è questo, e mi devo adattare al caldo e all’umido del periodo in cui il monsone lascia i suoi ultimi (spero) segni su questo Paese che ha ispirato la penna di tanti autorevoli scrittori e viaggiatori.

L’organizzazione, anche questa volta, è ridotta al minimo: biglietto aereo e prime due notti a Delhi prenotate presso l’Hotel Broadway, scelto sulla Lonely Planet per la sua vicinanza (apparente) alla città vecchia.

Un viaggio in India non può nascere senza difficoltà (non ci sarebbe gusto, altrimenti), e così il volo è giunto a destinazione con sette ore di ritardo per un guasto ai motori nei cieli di Kuwait City.

Fortunatamente sono qui a raccontarla, ma la situazione ha fatto preoccupare tutti i passeggeri dell’aereo (con esclusione del sottoscritto, che dormiva alla grande e non si è accorto di nulla), che hanno distintamente sentito i motori spegnersi in volo per poi riaccendersi e consentire un immediato atterraggio nell’aeroporto dal quale si era partiti poco prima; io, per quanto mi riguarda, mi sono addormentato prima del decollo e mi sono svegliato dopo l’atterraggio, ritrovandomi nuovamente in quel Kuwait che pensavo di aver abbandonato.

Giunti a Delhi distrutti, dopo aver dormito poco e male ma dopo aver fatto la conoscenza di tale Silvana che ci ha dato delle preziose indicazioni sugli alloggi nel Rajasthan (forte dei suoi molteplici viaggi in tale zona), abbiamo raggiunto l’Hotel Broadway che, a dispetto della prenotazione effettuata e confermata per e-mail, ci ha provvisoriamente sistemato in una orrenda singola con letto aggiunto, senza finestre, promettendoci però una doppia più ampia per domani.

Nel pomeriggio abbiamo raggiunto Sandra, amica di un’amica, che organizza viaggi quaggiù e che ci ha dato indicazioni per ottimizzare i giorni a nostra disposizione; purtroppo le sue tariffe erano un tantino alte per il nostro budget (l’incontro è avvenuto nella hall dell’Hotel The Park, uno dei più lussuosi di Delhi, roba da oltre 250 dollari a notte, ove lei stava organizzando un giro per della gente che alloggiava proprio lì) e così, alla fine, abbiamo organizzato l’affitto di auto ed autista con un’agenzia locale situata proprio di fronte all’Hotel Imperial.

Siamo quindi tornati al Broadway senza aver visto molto di questa capitale, se non un traffico caotico ove ci si fa strada lacerando i timpani altrui con il clacson, un inquinamento di ottimo livello, strade e marciapiedi invasi da fanghiglia a causa del monsone.

Alla sera, dopo una doccia obbligata, cena al ristorante dell’albergo, il Chor Bizarre, ove ci siamo ritemprati con una epica mangiata di buon cibo piccante a circa 500 rupie per uno (10 euro, ma serviti e riveriti).

Delhi, 3 agosto

Oggi giro turistico per la capitale, con un tuk tuk al cui guidatore abbiamo dato 300 rupie per tutta la giornata.

Siamo partiti dalla Jama Majid, la moschea più grande dell’India che, pur essendo interessante, consiste più che altro in un enorme cortile: visto il gran caldo che deve fare da queste parti, evidentemente, la gente prega all’aperto.

Siamo saliti sul minareto, facendo peraltro da “scorta” a tre ragazze spagnole in quanto le esponenti del c.d. “sesso debole” (?) non possono salire se non accompagnate, dopo che alcune donne sono state importunate; dal minareto si gode un’ottima vista della città, delle sue case “sgarrupate” e del suo inquinamento fetido.

Siamo passati al Red Fort, passando per una Chandni Chowk dai negozi chiusi per la giornata domenicale ma ugualmente affollata.

Il forte era in fase di restauro, anche perché tra pochi giorni vi si terrà la festa dell’indipendenza (15 agosto): posto non eccezionale, ma comunque da vedere nonostante la lunga fila all’ingresso creatasi per la concomitanza della domenica e delle misure di sicurezza che prevedevano la perquisizione di ogni singolo visitatore.

Il tuk tuk ci ha poi condotti alla Tomba di Humayum, secondo imperatore moghul, circondata da un piacevole giardino ove ci siamo concessi un attimo di sosta e una telefonata in Italia (questo fatto della telefonia cellulare e del roaming internazionale ha di recente sconvolto le mie abitudini in materia di comunicazione con casa).

Il complesso del Qubt Minar si trova invece a parecchia distanza dal centro cittadino, ma vale assolutamente la visita: si tratta della prima moschea costruita in India dopo la conquista musulmana (o, almeno, di ciò che ne rimane).

Il minareto è una torre alta quasi 73 metri, sulla quale purtroppo non è più possibile salire dopo che, nel 1981, una scala è crollata uccidendo una quarantina di persone.

In un cortile è anche presente un famoso pilastro di ferro, forgiato più di 2000 anni fa ed inspiegabilmente ancora non attaccato dalla ruggine.

Dal Qubt Minar siamo tornati in albergo, completando il giro con una piccola sosta nei pressi dell’India Gate, monumento all’indipendenza indiana che sorge in un luogo che ricorda – molto vagamente – gli Champs Eliseès.

Delhi non è assolutamente una bella città, prescindendo dalla sporcizia, dal traffico e dall’inquinamento.

Di domenica si possono vedere coppie e famigliole che, come dalle nostre parti, approfittano della pausa dal lavoro per visitare i pochi monumenti degni di nota o sostare al fresco nei prati.

Il monsone, accolto con felicità dalla popolazione, rende l’aria più fresca e la pioggia, almeno quella degli ultimi due giorni, non è mai scrosciante e ci si può permettere di camminare anche senza ombrello.

Ci sono svariati turisti in giro, principalmente spagnoli e tedeschi, ma non in numero eccessivo.

Soddisfatti per la cena di ieri, anche stasera abbiamo mangiato allo Chor Bizarre, stavolta con piatti kashmiri che però – pur buoni – non hanno secondo me raggiunto i livelli dei tandoori di ieri.

Domani alle 8,30 si parte per quella che ritengo sarà la parte più interessante di questo viaggio.

Mandawa, 4 agosto

È tutto vero!

Quello che fanno vedere in televisione corrisponde assolutamente alla realtà: il traffico è infernale, l’inquinamento è pesante, le mucche sono in mezzo alla strada, c’è gente che vive (?) ai lati della strada, per terra, coperta solo da un telo di plastica a mò di tenda, ci sono ingorghi agli incroci ove si mischiano auto, cammelli, somari, autobus, biciclette, pedoni, mucche, moto, tutti in mezzo al fango.
E c’è il monsone.

Mi sono spesso chiesto come sarebbe stata l’Asia sotto il monsone (considerato che in Sri Lanka me la sono cavata con un pò di umidità), e sono stato accontentato.

Sulla strada tra Delhi e Mandawa, appena passata Jhunjhunun, si sono aperte le cateratte e un autentico fiume ha coperto il poco asfalto che c’era tra una buca e l’altra.
La nostra Tata Indica, condotta dal fido Ghurnam, è andata avanti finchè ha potuto, allorché uno schianto sinistro dell’avantreno immerso in mezzo metro d’acqua ci ha fatto accostare su un lato, insieme ad altri tuk tuk, camion, moto e bici.

Su indicazione di alcuni locali, constatato che al rumore non era seguito nessun danno, abbiamo effettuato una deviazione nella campagna per arrivare – alla fine – a Mandawa.
Qui abbiamo trovato alloggio all’Hotel Mandawa Haveli, veramente carino, che per 800 rupie (colazione esclusa) ci ha dato una doppia piccolina, compensata però dall’edificio ricco di affreschi.

Il paese è piccolo, con le strade infangate, ma ha alcune di queste Haveli (case di proprietà dei mercanti locali) ancora riccamente affrescate, anche se quasi tutte abbisognerebbero di restauri.

Quella in cui alloggiamo è pulita, le stanze non hanno aria condizionata (ma in questo periodo di monsone il ventilatore appare sufficiente) e hanno delle decorazioni dipinte sulle pareti bianche: bel posticino, per una tappa intermedia.

Si vantano di avere il migliore ristorante di Mandawa, ma la cena – seppur abbastanza buona – ce la si serve da soli ed è vegetariana e non speziata; in fin dei conti, dopo le fiamme del Chor Bizarre, qualche piatto più delicato non guasta...

Dopo cena, sigaro cubano sul tetto, deliziati dal fresco e da un canto locale diffuso dall’altoparlante di un edificio vicino.

Bikaner, 5 agosto

Partiamo alle 9,00 per Bikaner, ma dobbiamo fare i conti ancora una volta con il monsone (o, almeno, con le sue conseguenze).

Lungo la strada che porta all’autostrada troviamo dapprima un passaggio sotto la ferrovia invaso dall’acqua ed impraticabile: lo aggiriamo, ma solo per ritrovarci più in là dinanzi ad una pozza ove vediamo sprofondare fino alle ruote alcune jeep.

Dopo pochi minuti di riflessione Ghurnam avvia la Tata e riesce a passare infilandosi di lato tra un muro ed il tirante metallico di un palo della luce, strappandoci un sentito applauso, ma non è finita.

Dentro un piccolo centro abitato l’acqua copra un tratto di alcune centinaia di metri, ma riusciamo ugualmente a passare solo per fermarci dopo qualche chilometro, allorchè l’auto si spegne e bisogna farla ripartire a spinta.

Sicuramente è entrata acqua nella marmitta e, secondo Ghurnam, pure nella testata del motore diesel.

Arrivati così fortunosamente a Bikaner, troviamo alloggio all’Hotel Harasar Haveli, ci facciamo accompagnare da Ghurnam al Junagarh Fort e lo mandiamo da un meccanico per constatare i danni.

Il Forte si rivela abbastanza interessante, anche se forse i prossimi che vedremo saranno più imponenti.

All’uscita prendiamo un tuk tuk per tornare all’albergo, dove Ghurnam ci dice che la macchina dovrebbe essere pronta per domani alle 9,00.
Ci attende un pomeriggio di riposo.

Avremmo dovuto riposare in ogni caso, visto che ad un certo punto ha cominciato a piovere: la cosa, devo dire, non è stata molto sgradita, in quanto l’aria si è decisamente rinfrescata.

Venendo da Mandawa verso Bikaner il cambiamento climatico è andato di pari passo con quello del paesaggio: nonostante le piogge monsoniche abbiano interessato entrambe le zone, man mano che avanzavamo il panorama si è fatto sempre meno verde, assumendo invece le colorazioni tipiche pre-desertiche, con prevalenza di ocra.

Anche la calura si è fatta più intensa, e a poco serviva l’aria condizionata della povera Tata.

L’albergo qui a Bikaner ha una bella terrazza dalla quale si vede bene il Forte, ma per prima cosa abbiamo fatto cambiare le lenzuola, non proprio immacolate (le mie addirittura con impronte di scarpe!): d’altronde, oramai so per esperienza che in posti come questi ci si guarda bene dal lavare le lenzuola (e, temo, pure gli asciugamano) tra la venuta di un cliente e l’altro.

Pure la cena non è che sia stata eccezionale, almeno come quantità delle porzioni, ma da quanto emerge da un’attenta analisi delle nostre numerose guide (una Lonely Planet, una Routard, e due Touring), Bikaner non eccelle proprio per la qualità dei suoi ristoranti.

Dato che, escludendo il Forte, c’è ben poco da vedere, consideriamo Bikaner solo una tappa di transito, qualitativamente inferiore a Mandawa.

Jaisalmer, 6 agosto

La macchina è alla fine stata pronta alle 10, perché Ghurnam, dopo aver girato per cinque meccanici che gli hanno diagnosticato cinque diversi tipi di danno, ha chiamato Delhi, da dove hanno mandato un loro tecnico che ha risolto il problema (rimasto per me e Gianfrancesco un mistero).

Per prima cosa siamo andati a Deshnok, ove si trova il famoso tempio di Karni Mata ove si adorano dei topi sacri.

A piedi scalzi (Gianfra con i calzini!), come in ogni luogo sacro che si rispetti, siamo entrati nel tempio, ove scorrazzavano in libertà centinaia di topi che vengono nutriti ed adorati da numerosi fedeli.

Fortunatamente, data l’ora calda, c’erano in giro non molti topi, ma devo ammettere che quando uno di essi mi ha sfiorato un piede ho fatto un bel salto.

Fatte le foto di rito, siamo ripartiti per Jaisalmenr, la “città d’oro” ai limiti del deserto del Thar.

Il viaggio è stato lungo: in più di sei ore abbiamo percorso i circa 400 km di autostrada (...) che spesso era corredata di buche ed irregolarità dell’asfalto, oppure da cumuli di sabbia che si protendevano dai lati verso il centro.

Nella luce del pomeriggio sono infine comparsi i bastioni del forte di Jaisalmer, ove la quasi totale assenza di nubi assicurava un clima decisamente caldo.

Impressionati dal colpo d’occhio che offrono le mura a chi si avvicina alla città, siamo andati in cerca di un alloggio e, dopo aver visto un paio di alberghi il cui stato e la mancanza d’aria condizionata non avrebbe secondo noi compensato l’economicità delle richieste, siamo finiti in un posto consigliato dalla Routard di Gianfrancesco e non citato dalla Lonely Planet: il Shri Niwas Villas (da non confondere con il caro e – secondo le guide – non eccezionale Narayan Niwas Palace, situato di fianco).

Dopo rapida contrattazione, il prezzo di una doppia spaziosa con un bagno decente è calato da 650 a 450 rupie al giorno, colazione esclusa; pare, tra l’altro, che siamo gli unici clienti dell’albergo (cosa vuol dire al giorno d’oggi non essere nominati della Lonely Planet!).

Brevissimo riposino e via, alla scoperta di Jaisalmer.

Fuori dalle mura vi è un dedalo di vicoli con un mercato ove si vendono in particolar modo stoffe ed oggetti dell’artigianato locale: le stoffe, come già sapevo, sono molto belle, e mi sono ripromesso di effettuare qualche acquisto nei prossimi giorni, dato che abbiamo in programma di fermarci per tre notti.

Abbiamo dato poi una rapidissima prima occhiata ad una parte del forte, dato che per le 20 volevamo essere seduti al tavolo del rinomato ristorante Trio (la nostra pratica di non pranzare fa sì che si giunga all’ora di cena con una fame da lupi).

Il ristorante, dotato di una bella terrazza con vista sul forte, si è rivelato buono ed economico, risolvendo le nostre esigenze di cibo e di un posto fresco e ventilato ove smaltire la notevole sudata causata dalla seppur breve camminata.

Jaisalmer, 7 agosto

Nottata in bianco per via del caldo opprimente.

Visto che il condizionatore faceva un rumore tipo reattore diaeroplano, abbiamo deciso di accendere solo il ventilatore, con il risultato che sembrava di avere un mostro che alitava caldo su di me.

Un’altra passeggiata per il forte ha portato all’acquisto di copriletto e cuscini in tipico stile locale, policromo con specchietti tondi, nonché di sciarpe di pashmina del Kashmir stracare ma di ottima qualità e, comunque, dal prezzo sicuramente inferiore rispetto a quello che avrei pagato a Roma; mamma e sorella a questo punto sono servite, e anche con gli acquisti miei personali sono quasi a posto.

Abbiamo sudato parecchio, ma il posto è veramente bello.

Particolarmente interessante è stata la visita della Salim Singh-Ki-Haveli, caratterizzata da una torretta di pietra decorata da fiori, pavoni ed altre sculture in miniatura, con bella vista sul forte e con una stanza nella quale l’allora Primo Ministro del Rajasthan osservava il ballo di una delle sue mogli; la stanza è ricca di specchi, che originariamente coprivano anche il pavimento, ed ha una sorta di piccolo trono ove sedeva il padrone di casa circa 300 anni fa, con davanti una fontana alimentata da un serbatoio sul tetto, oggi sparito: l’insieme delle lampade ad olio, degli specchi e dell’acqua che sgorgava rendeva questa stanza areata sui quattro lati da finestre l’equivalente di una moderna discoteca con aria condizionata.

Ore più calde passate nella stanza, con condizionatore “a palla”, ma senza riuscire a prendere sonno.

Usciti alle 18 per ammirare il tramonto dai bastioni del forte, siamo stati rincorsi per strada dal venditore di pashmina, il quale aveva scoperto di aver fatto un errore di calcolo, e che gli dovevamo ancora 1.600 rupie.

Veramente, al momento di pagare ci eravamo accorti che la cifra richiesta era inferiore a quella pattuita ma, ovviamente, ci eravamo ben guardati dal farlo notare.

Da persone oneste, abbiamo pagato la differenza (32 euro), e Gianfrancesco ha perfino comprato un’altra sciarpa pashmina decorata con un disegno di colori sapientemente disposti mischiati tra loro in un effetto cangiante: stupenda, ma per quanto mi riguarda sono già andato ben oltre il budget regali che avevo preventivato.

Ci siamo successivamente arrampicati in un punto delle mura dal quale si poteva vedere, insieme al panorama dalla città in primo piano e del deserto del Thar sullo sfondo, il punto in cui sarebbe calato il sole.

Durante l’attesa, tra le nuvole che si addensavano verso est, pronte a beneficiare del loro contenuto il continente indiano, è ad un certo punto spuntato addirittura un arcobaleno.

La luce che emanava da occidente tingeva di tutte le gradazioni dell’ocra cittadina e forte, e un’arietta fresca arrivava dai rovesci monsonici molti chilometri fuori di Jaisalmer.

Pare che quest’anno abbiano visto la prima pioggia da tre anni a questa parte!

Curioso particolare: il panorama che si può osservare dalla parte nord delle mura è funestato dalla visione di un gruppo di tralicci eolici per la produzione di energia elettrica.

Tramontato il sole, seconda cena al Trio, oramai eletto nostro ristorante ufficiale a Jaisalmer: stavolta curry di montone, pollo tandoori, purea di patate don cipolle e, per Gianfra, banana fritta.

Jaisalmer, 8 agosto

Dopo una nottata passata a dormire con condizionatore e ventilatore accesi, ci siamo svegliati entrambi con una bella periartrite sulla parte del corpo esposta alla corrente d’aria.

Colazione servita, come consuetudine dell’albergo tra un nugolo di mosche, senza un tovagliolo, un piattino o un cucchiaino: Gianfra ormai ha deciso di farla in camera, prendendo la sua parte e portandola dentro, quanto meno al riparo dalle mosche.

Nella mattinata giro in macchina nei dintorni di Jaisalmer, con visita ad un tempio giainista di Lodhruva (carino, ma ricostruito di recente), all’Amar Sagar, giardini che non ci ha molto impressionato, nonchè al gruppo di cenotafi dei Marajah di Jaisalmer, situato a Bada Bagh.

Al ritorno sono riuscito a fare nuovamente acquisti: meglio fermarsi, altrimenti riuscirò a spendere in tessuti più di quanto spenderò per la permanenza in India!

Nel pomeriggio siamo partiti per vedere Kuldhara, una città fantasma, e poi il tramonto dalle dune di Sam.

Arrivati all’altezza di Kuldhara (non citata dalla Lonely Planet, ma dalla Routard), una ventina di chilometri da Jaisalmer, abbiamo notato un cartello che indicava più oltre, a 14 km, tale Khabah Fort, alle nostre guide rinomate assolutamente sconosciuto.
Senza sapere assolutamente di cosa potesse trattarsi, abbiamo quindi deciso di andarci subito, per poi tornare sui nostri passi per vedere Kuldhara e poi andare a Sam.

Il Khabah Fort sorge su di una collinetta pietrosa ai cui piedi si stendono le rovine di una cittadina che sembra essere stata colpita da un violento terremoto (in piedi, oltre al forte, c’è solo un tempietto jainista fatto con la consueta arenaria locale); si tratta di un piccolo fortino, ma l’ampiezza della cittadina distrutta ci ha fatto pensare ad un luogo che poteva vivere bene al tempo delle carovane, trovandosi sulla strada che conduce verso il Pakistan.

Dalla parte opposta alla cittadina dall’alto del forte si vedono alcune vicine dune di sabbia e poi, fino all’orizzonte, il deserto del Thar.
È questo un deserto sui generis (almeno oggi), perché grazie evidentemente alla prima pioggia vi sono più tratti verdi ed erbosi che ocra e terrosi.

Al forte ci siamo accorti di aver fatto una fesseria a a non vedere Kuldhara per prima, perché anche da qui si può andare a Sam; la fesseria l’abbiamo poi fatta non doppia, ma tripla, dato che Kuldhara non è altro che un insieme di resti di mura di case in mattoni, con un solo tempietto jainista abitato solo da piccioni, e che le “famose” dune di Sam sono solo uno di quei luoghi “acchiappaturisti”, nulla di eccezionale ma che va descritto a futura memoria di quegli improvvidi che avessero voglia di andarvi prossimamente.

Lungo la strada in molti provano a fermare la macchina per proporre un passaggio con il cammello fino alle “dune”: dette dune si trovano su di un lato della strada e, pur proseguendo questa per un paese chiamato Kondi, all’altezza dello spiazzo per i turisti un tale da un gabbiotto ha chiesto un “pedaggio” di 11 rupie.

Ora, non tanto per le 11 rupie (che sono circa 20 centesimi), ma per il principio uno può anche incazzarsi; ammetto che mi si possa vendere l’acqua a 50 rupie anzichè a 10, ma la tassa per vedere il tramonto su di una pubblica via (e per giunta su poche dune circondate dal verde e non ai limiti del deserto, dato che la strada proseguiva) ci è sembrata un furto.

Abbiamo pagato, ci siamo fatti la foto con lo “sfondo dune” cercando di non riprendere le zone verdi, e senza attendere il tramonto ci siamo nuovamente diretti su Jaisalmer.

Lungo la via, tanto per confermare un’abitudine dei nostri viaggi insieme, abbiamo bucato: poco male, cambio al volo e via.

Cena, ancora, al Trio, con agnello, purea di patate con cipolle, riso.

Quando cominceranno a mancarmi pizza, spaghetti e gelato?

Jodhpur, 9 agosto

Dopo l’ennesima notte passata in bianco (è chiaro che andando a dormire alle 22,00 sono sveglio alle 02,00!) siamo partiti per Jodhpur.

Oggi le conseguenze della sudata di ieri nel deserto-che-non-è-deserto si sono fatte sentire: se ho sempre odiato l’aria condizionata un motivo ci sarà, ed infatti il condizionatore della Tata al rientro dopo le camminate a Khabah, Khuldara e Sam mi ha fatto venire un bel raffreddore corredato (secondo me, ma non ho un termometro) da febbre.

Giunti a Jodhpur abbiamo alloggiato alla Dewi Bhawan, consigliatissima dalle guide, ed oggettivamente di un livello tale da meritare le 800 rupie richieste.

Gurnam ci ha portato fino alla fortezza di Mahranghar, che domina dall’alto della rocca la “città blu”.

La fortezza è impressionante per imponenza e sistemi difensivi, e venne infatti presa solo per fame, non con la forza.

Mi sono dovuto proteggere gola e collo con una sciarpa leggera, ed ho sudato copiosamente, ma non potevo perdermi un simile spettacolo.

La visita, con supporto tecnologico di una guida elettronica con auricolari compresa nelle 250 rupie del prezzo del biglietto, è durata quasi due ore, dopodiché siamo andati a vedere, a breve distanza ma sempre in macchina, la Jaswant Thada, mausoleo in marmo che però non ci ha detto molto nonostante sia stato definito “il Taj Mahal del Marawar”.

Cena all’albergo, buona anche se leggera (oramai sono assuefatto alle spezie), e poi a letto imbottito di tachipirina.

Udaipur, 10 agosto

Lasciamo il Dewi Bhawan, posto pulito ed accogliente (e quindi poco caratteristico...) con un bel giardino, alla volta di Udaipur, passando per Ranakpur.

Poco traffico finchè eravamo sull’autostrada, ma nei paesi occorre come al solito fare una vera gimkana tra i consueti ostacoli: ciclisti, tuk tuk, auto (poche), moto (parecchie), camion, corriere, pedoni, e mucche, tante ma tante mucche.

A Ranakpur, in una valle tra le montagne, c’è un tempio giainista molto particolare, il Channunkha Temple “costituito da 29 sale sorrette da 1444 colonne tutte diverse tra loro” (Lonely Planet, India del Nord).
Il tempio è fatto tutto di marmo, completamente scolpito, e le colonne sono ij effetti indescrivibili: spero che le foto rendano almeno un minimo la struttura del luogo, ma la mancanza del grandangolo come al solito mi penalizza.

Al momento della nostra entrata nel tempio ho iniziato a piovere, per cui la visita è stata resa anche più suggestiva dagli scrosci d’acqua che si riversavano nei cortili scoperti e dalla vista della foresta circostante, immersa nella pioggia e nella nebbia.

Il Channukha non è enorme, ma la quantità di figure scolpite nel loro complesso fa sì che vi si voglia passare parecchio tempo in silenziosa ammirazione, mentre i devoti ed alcuni monaci onorano l’idolo principale al centro del tempio.
La strada per Udaipur è sfilata in salita, con curve che si snodavano tra le verdi montagne, finchè non è sbucata nella periferia della nostra seconda mèta odierna.

A prima vista Udaipur, con i suoi laghi uno completamente asciutto (ci pascolavano, neanche a dirlo, le mucche) ed uno ridotto per mancanza di piogge intense da tre anni a questa parte, non ci ha entusiasmato affatto.

Alloggiamo all’Hotel Sai-Niwas, decorato con pitture opera del proprietario, in una doppia con balcone sul lago per 700 rupie al giorno (14 euro, per intenderci).

Dopo una breve passeggiata sui ghat della nostra parte del lago siamo saliti sulla terrazza dell’albergo per cenare: solo allora abbiamo capito perchè tutti parlavano di Udaipur come di un posto particolare.

Nel buio della sera le luci dei grandi palazzi-alberghi sulle rive e sulle due isole si riflettono nell’acqua, e il palazzo abbandonato dello Sajjan Garh (Monsoon Palace), in cima ad una delle montagne che circondano il lago, è anch’esso illuminato e sembra sospeso nel vuoto.

La cena non è stata a mio avviso un granchè, tanto che sono propenso a cambiare domani sera, passando dalle cucine del nostro albergo a quelle di qualche altro locale.

Il raffreddore non da tregua, e anchela schiena ancora risente dell’aria condizionata di Jaisalmer; vado avanti ad aspirine e spero bene.

Udaipur, 11 agosto

Abbiamo constatato che le cose interessanti da vedere qui ad Udaipur sono pochette, per cui abbiamo organizzato la giornata in modo tale da dare il giusto spazio sia alle visite turistiche, sia al riposo, dato che di camminare per le sporche strade di una cittadina che deve la sua fortuna alle belle viste sul lago non ci passa neanche l’idea per l’anticamera del cervello.

In mattinata visita al City Palace, architettonicamente apprezzabile solo dall’esterno della parte opposta al lago; all’interno hanno destato i nostri commenti positivi solo poche stanze coperte da vetri e specchi colorati (a quanto pare una moda diffusa nella regione tra i nababbi locali).
Riposo al fresco nell’albergo, posto decisamente piacevole, e poi alle 14 partenza con Gurnam per il Monsoon Palace.

Il posto è nel mezzo di una riserva naturale, ed offre dei panorami notevoli: da una parte le montagne coperte di foreste, e dall’altra la vallata con il lago e la città.

La ventilazione è ottima (non per nulla è stato fatto costruire per essere abitato nel periodo di caldo monsonico – ovvero questo!), e compensa il fatto che il palazzo all’interno è completamente vuoto ed abbandonato.

Tornando a valle abbiamo visto un tale, uno straniero biondo, che andava verso la cima correndo in tenuta da footing: considerata l’asperità del percorso, con curve che si arrampicano in ripide salite, il tizio ci è sembrato un folle.

Sulla strada per l’albergo Gurnam ci ha chiesto di fermarci per una decina di minuti ad un Department Store, anche senza comprare nulla, perché lui in cambio avrebbe ottenuto la possibilità di dormire su di un letto anziché in macchina.
Ovviamente non gli abbiamo detto di no, e ne abbiamo approfittato per avere qualche conferma del fatto che gli acquisti da noi effettuati a Jaisalmer avrebbero potuto essere un affare.

In effetti, quando abbiamo chiesto di vedere delle pashmine, ci hanno mostrato della roba di pessima qualità, il cui prezzo era praticamente il triplo di quello da noi pagato per roba di ottima fattura.

Dopo aver gironzolato un pò chiedendoci quale turista potrebbe mai buttare i suoi soldi in tutto quel ciarpame, siamo tornati in albergo (senza aver, ovviamente, acquistato alcunché), in attesa della cena che, stavolta, avremmo effettuato al ristorante del Jagat Niwas, albergo in riva al lago.

La cena è stata ottima (ho sperimentato un pollo alla brace in stile afghano, con una salsetta di yoghurt ed erbette con retrogusto piccante, che era una delizia), ed il resto della serata è stato trascorso chiaccherando con una giovane coppia romana che occupa la stanza accanto alla nostra al Sai-Niwas.

Al ristorante erano presenti altri italiani: una rumorosa (neanche a dirlo!) tavolata di probabili “avventure nel mondo” e quattro fricchettoni strafatti che ci hanno giovialmente salutato.

Pushkar, 12 agosto

Otto (!) ore di macchina per arrivare fin qui, ma passanndo per Chittaurgarh, ove abbiamo visitato le rovine della fortezza (non che contenessero chissà che di notevole, ma il posto ha una sua romantica storia di assedi durati mesi e di decine di migliaia di persone che hanno scelto di suicidarsi piuttosto che cadere vivi nelle mani del nemico).

Alla fine, quando Gianfra dal sedile posteriore dava segni di insofferenza già da almeno cento chilometri, siamo giunti all’Hotel Sunset di Pushkar, non nominato – inspiegabilmente – né da Lonely Planet né da Routard, e a noi consigliato da quella Silvana di Roma conosciuta sul volo per l’India; il posto è in riva a questo laghetto intorno al quale è raccolta la piccola cittadina, in posizione ideale per vedere il tramonto (ovvio, dato il nome), e con una camera che appare decente.

Per il resto, hanno internet, corsi yoga, e una pizzeria che ci è toccato ammettere non è affatto male per essere in India.

Al momento del tramonto qui davanti si è radunata una piccola folla per assistere al calar del sole: indiani e fricchettoni e viaggiatori che arrivano da ovunque.

Poca gente, in realtà, ma fortunatamente durante il giro che abbiamo già fatto da Delhi fino a qui non abbiamo incontrato molti turisti: tra i pochi, la parte del leone la fanno gli spagnoli, seguiti da alcuni francesi; italiani, finora, pochini (due coppie, una a Jaisalmer, una ad Udaipur, e una qui, un gruppetto di una decina di “avventure”, ed un paio di donne sulla quarantina abbondante).

Pushkar, 13 agosto

Stamattina alle 7 mi sono alzato e sono andato da solo a fare il giro della cittadina, intorno al lago.

Partendo dal Sunset ed andando a sinistra ho percorso il ponte sacro (a piedi scalzi, quindi) e poi ho proseguito passando dietro i vari ghat, osservando il risveglio della città con i pellegrini che si recavano alle scalinate sul lago per le abluzioni rituali, le bancarelle di cibo che accendevano i fornelli, le vacche che iniziavano il loro peregrinare per le strade, gli addetti alla pulizia (?) delle strade che caricavano il grosso del pattume su dei carretti.

Dopo colazione ho invece fatto con Gianfra il giro opposto, passando da destra in senso antiorario.

La vita cittadina era già ripresa totalmente, e ricevevamo costanti richieste di elemosina da bambini e mendicanti vari, nonché i soliti richiami da parte dei negozianti.
Siamo arrivati al Tempio di Brahma, l’unico in India (e, quindi, nel mondo), che ho visitato da solo perché Gianfrancesco non se la sentiva di farsi un altro giro a piedi scalzi.

Il tempio non è niente di che e non mi aspettavo diversamente, ma l’ingresso è gratuito per cui ho approfittato.

Qui a Pushkar non c’è assolutamente altro da vedere, e l’unica attività possibile – se così può definirsi – è stare ad occupare un tavolo davanti al Sunset, guardando il lago: ogni tanto ordiniamo acqua, bibite, o qualcosa da mangiare, e così passiamo il tempo mentre io già fremo dalla voglia di ripartire per il resto del nostro itinerario.

Il fatto è che io vorrei vedere Varanasi, ovvero Benares: di tempo ce ne sarebbe a sufficienza, ma Gianfra la vede solo come “il posto dove bruciano i cadaveri”, per cui se la vorrebbe prendere comoda fino a Khajuraho e lì finire il giro per tornare poi a Delhi.

E ciò nonostante gli altri italiani che abbiamo incontrato lo abbiano guardato come un folle, dato che tutti avevano programmato Varanasi come ultima tappa prima del rientro: staremo a vedere.

Dopo svariate bibite, una pizza e delle patate al forno con funghi e formaggio, è arrivato il tramonto, con le nuvole che assumono una colorazione che va dal rosa al lilla, mentre i muri di templi e case diventano violetti.

Oggi serata di interscambi culturali: un percussionista “bianco” si è unito a due locali (con scarsi risultati, data la diversità della ritmica orientale rispetto alla nostra), mentre altri giovani viaggiatori hanno provato a fare acrobazie con delle fiaccole legate ad una corda, sotto la supervisione di un insegnante indiano.

Jaipur, 14 agosto

Lasciato il Sunset Hotel e la sua bella vista sul lago che invita al fancazzismo più sfrenato, abbiamo deciso di passare a dare un’occhiata al Dargah, tomba di un santo sufi che si trova ad Ajmer.

Dato che questa tomba richiama sempre un gran numero di pellegrini musulmani, la visita è stata un tantino movimentata.

Lungo la via che porta alla tomba, come in tutti i luoghi di culto che si rispettino (?), vi era un’infinità di bancarelle che vendevano di tutto, specialmente cibo e fiori da offrire al santo, nonché mendicanti affetti da lebbra e amputazioni ed altre storpiaggini mai viste nel “mondo civile”.
Lasciate le scarpe all’ingresso e, dato che entrambi avevamo i pantaloni corti, cinti i nostri fianchi con dei teli fornitici dagli addetti alla custodia delle scarpe, ci siamo faticosamente fatti strada all’interno del santuario ove vi sono, oltre alla tomba vera e propria, due moschee (una di marmo, niente male) e svariati cortili, oltre ad altri “punti vendita” di merci varie.

La tomba è costituita da una costruzione piccolina, con una bella facciata decorata: per accedere all’interno occorre mischiarsi con i fedeli e cercare di passare tra gli spintoni (il concetto di “fila” è sconosciuto) attraverso uno stretto pertugio controllato da uno dei guardiani, che cerca di regolare il flusso; il feretro è posto su di un letto di argento massiccio, ed intorno ad esso camminano pressati i fedeli, che gettano fiori o consegnano offerte.

Non sapendo se fosse possibile scattare foto all’interno (in questi casi, dove il fanatismo è concretamente percepibile, è sempre meglio evitare reazioni inconsulte), sentendo i piedi scalzi calpestare una fanghiglia di acqua e sporco, pressati da quelli che volevano entrare, ci siamo rapidamente incuneati verso l’uscita più vicina.
Tornati alla macchina, siamo ripartiti per Jaipur, la più grande città del Rajasthan.

Lasciati i nostri bagagli all’Hotel Arya Niwas, bello e pulito, abbiamo fatto una breve visita in auto della città vecchia.

Siamo passati davanti all’Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti, del quale però è rimasta solo la facciata, e siamo andati a vedere il complesso del City Palace (a nostro avviso molto deludente, e che non giustifica il “sovrapprezzo macchina fotografica” visto che poi, all’interno, ci sono più divieti che roba da fotografare) e lo spettacolare Jantar Mantar, un osservatorio astronomico, costruito nel 1728.

Continuiamo ad incontrare la stessa gente, anche perché chi fa il giro del Rajasthan (noi in senso antiorario) finisce per stare negli stessi posti per lo stesso numero di giorni.

Cena al Niro’s, lussuoso ristorante con buon cibo, ma forte aria condizionata che mi ha costretto ad una corsa al bagno del locale a fine serata.

In albergo abbiamo ritrovato Silvana di Roma, la quale è reduce da cinque giorni passati a letto con febbre e dolori addominali: pressoché tutti i turisti incontrati finora hanno avuto almeno un paio di giorni di sofferenza, per cui noi continuiamo a fare gli scongiuri e a prendere regolarmente ogni sera i fermenti lattici, integrati a volte (alle prime avvisaglie di un comportamento anomalo dell’intestino) con antidiarroici.

Jaipur, 15 agosto

Ferragosto in India è la festa dell’indipendenza dalla Gran Bretagna.

Oggi siamo usciti dal caos cittadino dirigendoci verso l’Amber Fort: evitata l’eccessivamente turistica ascesa sul dorso di un elefante, abbiamo raggiunto il forte a piedi.

I visitatori erano abbastanza numerosi, anche se diluiti nell’ampiezza dei bastioni; di interessante c’erano un paio di stanze coperte da specchi, come d’uso nei palazzi dei Marajah, ma per il resto non sono stato molto impressionato dall’edificio.

Notevole, invece, il Jaigarh, fortezza non molto distante ma incredibilmente ignorata dai circuiti turistici organizzati (forse anche perché la strada tortuosa non consente l’accesso ai pullman).

In compagnia di pochissimi turisti indiani ho percorso il lungo perimetro dei bastioni di questa fortezza che non è mai stata espugnata, e ho visto quello che un cartello definiva “il più grande cannone del mondo”, decisamente notevole.

Siamo poi passati al Nahargarh, palazzo fortificato che domina Jaipur: anche qui eravamo i soli stranieri e il posto, anche se non eccezionale in confronto a quello che avevamo già visto in giornata, offre comunque una stupenda veduta della città, ove siamo tornati passando davanti ad un palazzo costruito in mezzo ad un lago.

Pomeriggio di tutto riposo in albergo, e cena ancora al Niro’s, che sembra essere l’unico ristorante di un cero livello in città.

Agra, 16 agosto

Sarà di un certo livello, il Niro’s, ma se dopo la prima sera avevamo avuto qualche lievissimo disturbo gastrointestinale stavolta abbiamo dovuto affrontare il viaggio supportati da pasticche varie.

Ad ogni modo, dopo ore di un viaggio tormentato dalle condizioni stradali e dal traffico, siamo giunti alle rovine di Fathepur Sikri, città voluta da Akbar e che venne abbandonata dopo la sua morte.

La giornata è caratterizzata da un caldo particolarmente umido ed asfissiante, e l’architettura spigolosa dei palazzi di color marrone rossiccio ci trasmette un senso di oppressione; visitiamo anche la moschea, che porta il nome di Jama Majid come quella di Delhi ma è molto più grande (anche se inverosimili risultano le affermazioni secondo le quali sarebbe la copia di quella della Mecca).

Ad Agra i problemi cominciano quando il primo alloggio sulla nostra lista risulta completo: iniziamo così a peregrinare da un posto ad un altro, che scartiamo perché troppo cari o troppo sporchi o... completi!

Il fatto è che molti indiani hanno fatto il “ponte di ferragosto” approfittando della festa dell’indipendenza (venerdì), e sono venuti ad affollare Agra e a vedere il Taj Mahal.
Alla fine troviamo posto all’Atithi Hotel per 1.260 rupie (25 euro) dopo aver contrattato un pò: è caro, ma ha la piscina...

Filiamo di corsa verso il Taj Mahal, tappa imperdibile di un viaggio in India, e scopriamo che il biglietto per gli stranieri  costa ben 750 rupie: paghiamo, ovviamente, anche se il fatto che gi indiani paghino 20 rupie ci fa girare le palle non poco.

Lo spettacolo che ci si presenta all’ingresso è in ogni caso maestoso, e non ci sono foto che possano rendere l’idea di questo edificio che si staglia tra i quattro minareti.

Il giro intorno ai cenotafi è stato compiuto in tempo brevissimo: tra la folla e il caldo e la puzza e il casino degli indiani che, scoperto l’eco prodotto dalla cupola, non facevano altro che emettere grida, non era il caso di attardarci all’interno.

Siamo usciti sulla terrazza dal lato del fiume, e poi pian piano ci siamo diretti verso l’uscita, voltandoci ogni pochi passi per ammirare la bellezza bianca che nella semplicità delle sue lineee costituisce un monumento di grazie e maestosità insieme.

Con il pullmino navetta elettrico che fa la spola con il parcheggio (l’area di 2,5 km quadrati intorno al Taj Mahal è interdetta al traffico, per preservarlo dall’inquinamento) abbiamo raggiunto Gurnam e ci siamo diretti verso l’albergo, o meglio, verso la sua piscina.

Tempo per visitare l’Agra Fort tanto non ce n’era, e ad ogni modo di forti ne abbiamo visti tanti.

Tre quarti d’ora ammollo, dopo una sudata in compagnia dei gitanti locali che ci aveva ridotto ad essere maleodoranti, hanno fatto di noi delle persone nuove.

Cena nell’unico posto vicino che ispirasse una certa fiducia: Pizza Hut!

Non ci avevo mai messo piede neanche in Europa, ma credo che i sapori non fossero così diversi da quelli inglesi, e poi dopo i problemi che ci avevano colto per le cene al Niro’s di Jaipur, volevamo una cucina “non indiana”.

Orcha, 17 agosto

Tappa intermedia sulla via per Khajuraho, ma dotata di un sito decisamente interessante.

Alloggiamo al Betwa Cottages, gestito dall’Ente del Turismo del Madhya Pradesh, ove non ci hanno fatto una rupia di sconto: 650 rupie per una grande doppia con bagno, aircooler e ventilatore; siamo un pò sulle spese perché i nostri contanti sono quasi esauriti (pure la valuta straniera), ma ci siamo sentiti in dovere di evitare posti a buon mercato ma di livello troppo mediocre.

Nel pomeriggio, sbagliando perchè prima avremmo dovuto acquistare il biglietto per la visita ai vari monumenti allo sportello situato sull’isola, subito al di là del ponte, siamo andati al tempio più lontano, il Lakshmi Narayan, che si trova au di una collinetta ad un chilometro circa dal paese.

Bello, con muri e soffitti coperti da affreschi, e con una stupenda vista dalla sommità dell’edificio, ma per entrare abbiamo dovuto dare dieci rupie di mancia al custode, proprio perché prima non avevamo fatto il biglietto.

A seguire siamo scesi verso l’isola nel fiume, ove sono situati i palazzi, che meritano anch’essi una visita, e poi abbiamo finito con il Chaturbhuj Temple, caratterizzato solo dalla sua mole.

Lì abbiamo incontrato una coppia di Torino, con la quale abbiamo cenato al ristorante dello Sheesh Mahal, albergo anch’esso gestito dallo Stato e quindi con il personale dotato della stessa simpatia e spirito d’entusiasmo e di devozione nei confronti del cliente del nostro Betwa Cottages... bah!

In fin dei conti, Orcha, inizialmente non prevista nel nostro programma di viaggio, si è rivelata un posticino tranquillo, ove negozianti, aspiranti guide e accattoni di varia natura non ci hanno minimamente infastidito.

Khajuraho, 18 agosto

Partiti sotto la pioggia, che è durata per tutto il tragitto percorso principalmente su di una strada abbastanza malmessa.

Trovato alloggio all’Hotel Casa di William, raccomandatoci da un’amica di Roma, siamo lì rimasti bloccati per tutto il pomeriggio perchè pioveva a dirotto.

Il conduttore dell’albergo parla correntemente l’italiano, ma il cuoco che assicurava – secondo la Planet – un’eccellente cucina italiana non lavora più qui per cui, complice un’atmosfera mesta del posto, la circostanza che ci avrebbe visto quali unici clienti, e la oramai consolidata refrattarietà di Gianfra nei confronti del cibo indiano ci ha fatto propendere per il ristorante Mediterraneo, ovviamente specializzato in cucina italiana, e nel quale ho mangiato prima una pizza ai funghi (cotta nel forno a legna e con la mozzarella!) e poi una terrificante Indian Style, con peperoni e cipolle.

Khajuraho, 19 agosto

Nottata passata a tentare di digerire la pizza con i peperoni, e risveglio ancora sotto il diluvio.

Approfittando di un momento in cui la pioggia è cessata decidiamo di andare a fare il giro dei templi, cominciando da quelli jainisti più lontani del gruppo orientale, per finire con quelli più importanti, del gruppo occidentale, situati praticamente di fronte al nostro albergo.

Sarà, ma complessivamente il tanto decantato sito archeologico di Khajuraho non è che mi abbia entusiasmato più di tanto: certo, i templi maggiori, quelli del gruppo occidentale, sono ornati da numerose sculture (e quelle a soggetto erotico non sono affatto numerosissime, come si tende a far credere), ma alla fine risultano del tutto simili tra loro (almeno ad un occhio profano come il mio) ed interessanti solo nella parte esterna.

L’intero giro si è concluso in poco più di un paio d’ore, e per ammazzare il tempo ce ne siamo andati a sguazzare nella piscina dell’Hotel Grand View, subito ribattezzata “il paradiso dell’entomologo” per via dei numeroso insetti presenti nell’acqua, che però non ci hanno fatto desistere dal rilassarci nell’elemento liquido.

Prima di cena il gestore del nostro albergo mi ha presentato uno storico dell’arte indiana, suo amico, che parla anch’esso italiano; il colloquio è iniziato in un’atmosfera surreale: mancava la corrente elettrica e, ad un certo punto, anche la candela che illuminava – scarsamente – l’atrio del Casa di William si è esaurita.

Nel buio più totale, come se niente fosse, sono stato reso edotto della storia che c’è dietro la nascita della città di Pushkar e del suo nome; sarà stato il buio, sarà stato l’italiano approssimativo del mio interlocutore, sarà stata la storia complicata ed assurda (in pieno stile indiano), ma sono uscito dalla conversazione con poche idee, inevitabilmente ben confuse.

Ristorante che piace non si tocca, e anche questa sera si fa tappa al Mediterraneo, dove mi tolgo lo sfizio di un agnello alla cacciatora che si è fatto letteralmente divorare.

Mi ero informato sulle possibilità di andare a Varanasi in aereo e di lì tornare a Delhi con lo stesso mezzo, ma Gianfrancesco non è assolutamente intenzionato a visitare la città sul Gange, sono agli sgoccioli con i soldi, e l’organizzazione di una gita effettuata separatamente dal mio compagno di viaggio naufraga tra mille rimpianti: domani inizia il ritorno verso Delhi, passando per Gwalior.

La stanchezza, dopo più di due settimane di viaggio e qualche migliaio di chilometri in macchina, comincia a farsi sentire.

Gwalior, 20 agosto

Il viaggio si è svolto, una volta tanto, sotto un cielo libero da nubi per la maggior parte del tempo.

Arrivati a Gwalior, dopo aver esaminato una stanza all’Hotel Surya e non averla trovata di livello sufficiente per le 450 rupie richieste (il bagno, tra l’altro, era minuscolo e sarebbero occorse acrobazie tra i sanitari per farsi una doccia), abbiamo provato ad alloggiare al Residency, dichiarato “albergo eccellente” dalla Lonely Planet,per un prezzo simile.

Neanche un’ora dopo abbiamo chiamato Gurnam e siamo fuggiti di corsa verso il Gwalior Regency; la stanza del Residency aveva serbato per noi alcune sorprese: lenzuola sporche, l’air cooler che gettava acqua su di un letto, formiche sulle pareti e, goccia che ha fatto traboccare il vaso, un insetto ha pizzicato Gianfra mentre era sul letto, nonostante la sovrapposizione del suo lenzuolo personale sopra quello alberghiero.

Il Gwalior Regency è il “lusso” che ci concediamo per le nostre ultime due notti da passare in albergo: 1.500 rupie, ma una stanza enorme con aria condizionata, TV, frigo, e... piscina, che stavano pulendo giusto al momento del nostro arrivo.

Al necessario bagno è seguita la cena nel ristorante dell’albergo, non male, nonostante sul conto sia apparsa una portata non corrispondente a quello che avevamo ordinato, e che aumentava la cifra di 90 rupie: errore subito segnalato e con molta calma corretto.

Gwalior, 21 agosto

In tutto l’albergo ci siamo solo noi ed una coppia atempata che parla inglese, oltre a pochi clienti indiani che – per lo più – vengono solo a mangiare al ristorante.
Oggi pare che la sala banchetti ospiti un party di compleanno.

Siamo riusciti a far passare la mattinata visitando la zona del forte, arroccato sulla classica collina rocciosa che ha contraddistinto la gran parte delle città finora capitate sul nostro tragitto.

Sulla sommità spicca il Mau Singh Palace, originariamente coperto di piastrelle colorate, principalmente blu, delle quali alcune rimangono tuttora; tutti gli edifici sono disabitati ed in rovina, e dopo aver visto tutta la parte settentrionale della rocca ci siamo diretti ai templi di Sesbahu, induisti.

Gurnam ci ha poi portato a vedere anche il tempio Sikh che, bianchissimo, sorge anch’esso sul rilievo che domina la città: ci ha accolto un addetto che, in inglese, ci ha parlato riassuntivamente della storia del sikkhismo e del tempio ove eravamo, oltre ad offrirci una tazza di tè nel refettorio comune, ove alla gente viene offerto gratuitamente un pasto (nonché, a richiesta, un alloggio); non potevamo rifiutare per non offendere i nostri ospiti e, in particolare, Gurnam, e quindi abbiamo bevuto come se niente fosse l’intruglio marroncino che ci veniva offerto in tazze metalliche destinate all’uso comune.

Siamo poi passati al Teli Ka Mandir, tempio adornato di sculture per tutto l’esterno ed la cui interno, secondo la Routard, i novelli sposi venivano introdotti per tre notti ai piaceri della carne sotto supervisione sacerdotale.
Tappa finale è stata quella delle sculture jainiste sulle pareti della base della rocca, alcune di notevoli dimensioni.

Ritorno in albergo, ed immancabile tuffo in piscina.

Spero di recuperare un pò dell’abbronzatura perduta a causa dell’aria condizionata.

Un’ulteriore nuotata dopo il riposino pomeridiano ha costituito l’antipasto della cena che ci ha visto, ancora una volta, al ristorante dell’albergo.

Mathura/Vrindavan/Delhi, 22 agosto

Un ozio mattutino strascicato per ore ci ha permesso di partire verso le 11,30 per l’ultima tappa di questo lungo viaggio attraverso un paese del quale si è tanto detto e scritto, ma la cui sostanza credo sfuggirà sempre a chi lo visiterà come turista; d’altro canto, chi volesse venire qui a viverci per un periodo più o meno lungo dimostrerebbe per ciò solo di non poter essere obiettivo nelle proprie valutazioni (salvo trasferimenti per esigenze lavorative, è chiaro).

Abbiamo raggiunto Mathura, città natale di Krishna (il cui compleanno ricorreva giusto l’altro ieri), dove ho visitato il punto esatto della nascita (un pò come la grotta della natività a Betlemme, ma con meno – anzi, quasi nessuno – aspetti coreografici), una semplice stanza con un ripiano di arenaria ove si dice sia stato deposto il bimbo più di 3.500 anni fa.

La stanza è adorna solo di qualche immagine dell’avatar di Vishnu e di qualche scritta: un sacerdote controlla che al di là della transenna ove è posto il ripiano, e sul pavimento alcuni fedeli si siedono a pregare, mentre altri passano baciando la terra, gli stipiti, o altri punti della stanza.
Il moderno tempio non ha al suo interno alcunché di interessante, e la moschea fatta costruire dall’imperatore Aurangzeb si può vedere solo dall’esterno.

I contrasti tra musulmani ed indù, risalenti all’epoca dei Moghul e quindi assai ben radicati, hanno resa necessaria la sorveglianza del luogo sacro da parte dell’esercito, e all’entrata siamo stati perquisiti più che accuratamente (mancava solo l’ispezione rettale e avrebbero completato l’opera), e abbiamo dovuto lasciare fuori macchine fotografiche e telefoni cellulari.

Da Mathura siamo passati alla vicina Vrindavan, altro luogo sacro ai fedeli di Krishna dove, tra i circa 4.000 templi, sorge anche il quartier generale dell’International Society of Krishna Consciousness, meglio conosciuto come movimento degli Hare Krishna.
Una visita era d’obbligo, e me ne sono andato a zonzo per il tempio ove ho visto in un angolo un gruppo di giovani musicanti, tutti occidentali ma in “divisa” arancione.

Se divenire Hare Krishna in Italia è un conto (li si vede girare con un sorriso beato), fare l’arancione qui è un altro paio di maniche (le facce dei suddetti occidentali non erano proprio gioiose), ma in fin dei conti è una loro scelta, per cui...

Giunti in prossimità di Delhi il traffico è aumentato pazzescamente, ma alla fine siamo arrivati al nostro adorato (e carissimo) Chor Bizarre, ristorante dell’Hotel Broadway, dove abbiamo fatto una luculliana ultima cena prima di andare all’aeroporto per la lunga attesa: da mezzanotte alle 6, ora della partenza.

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È stato un viaggio “pesante” (nonostante la macchina con autista a disposizione: Gurnam è stato molto bravo, guidava bene e non insisteva a mandarci in alberghi di sua conoscenza), per la lunghezza in assoluto del tragitto percorso (4.000 km in 19 giorni),  per le distanze tra le varie tappe (ogni volta non ce la cavavamo con meno di 6 ore), e per lo stato delle strade.

Non è stato il viaggio più entusiasmante fatto finora: gli “highlights” del viaggio sono stati, secondo me, il Taj Mahal ad Agra (ovviamente) ed il tempio di Ranakpur; la mezza delusione di Khajuraho è stata forse dovuta alla stanchezza dopo svariati giorni e chilometri in giro per un paese che non è proprio l’Engadina.

Forse una visita a Varanasi avrebbe reso più interessante l’esperienza, ma per ora dell’India ne ho avuto abbastanza...