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IL LEONE E LA TIGRE (Sri Lanka 2002)

© Alessandro Scarano 2002

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Kandy, 22 luglio

Finalmente in Sri Lanka!

L’anno scorso, nello stesso periodo, avevo tentato di venire qui per vedere la festa della Esala Perahera – una delle più importanti e pittoresche feste buddiste dell’Asia – ma il giorno della partenza, quando ero appena uscito dalla doccia e mi stavo preparando per andare a Fiumicino, Roberta di Nouvelles Frontieres mi ha telefonato per dirmi che le Tigri Tamil avevano attaccato a colpi di mortaio l’aeroporto di Colombo e che i voli erano ovviamente annullati per almeno tre giorni. Svanita la possibilità di vedere la festa, mi sono promesso di ritentare l’anno successivo. Ed eccomi qua con Dario, batterista dei Down Kids ( HYPERLINK "http://www.downkids.org/"www.downkids.org).

Il volo della Kuwait Airlines per Kuwait City era occupato da un estremamente variegato campionario di razze umane, cosa dovuta al fatto che Kuwait City è uno dei crocevia di numerose tratte da e per l’Asia. Sull’aereo che ci ha portati a Colombo vi erano invece per lo più donne singalesi che lavorano all’estero e tornavano a casa per le vacanze estive: eravamo, con due francesi, gli unici occidentali.

Giunti all’aeroporto siamo stati “agganciati”, tra gli altri, prima da un tassista che ci si è dichiarato disposto a portarci a Kandy a 2000 rupie (20 euro), e poi da un altro tizio che ci ha offerto una macchina con autista e guesthouse pagate per dieci giorni a 400 dollari per tutti e due. Accertatici della possibilità di recarci anche alla spiaggia di Nilaveli in tutta sicurezza (è in zona Tamil, e all’ambasciata dello Sri Lanka a Roma mi avevano detto che non era molto consigliato recarsi lì, ma di cercare comunque notizie aggiornate in loco), abbiamo deciso di non scontentare nessuno e di prendere così il taxi fino a Kandy e poi, dopo i tre giorni previsti di permanenza nell’ultima delle antiche capitali, di farci venire a prendere dall’autista per continuare il giro dell’isola: 20 dollari al giorno erano una cifra onesta, in fin dei conti, e abbiamo voluto approfittare dell’occasione ed evitare il probabilmente caotico apparato di pullman pubblici che – almeno inizialmente – era nostra intenzione sfruttare per la sua estrema economicità.

La strada percorsa dall’aeroporto di Negombo a Kandy scorre tra una ininterrotta serie di case, negozi, baracche, bancarelle, tra le quali cammina continuamente gente. Al di là dei bassi edifici si estende una vegetazione che definire lussureggiante può sembrare riduttivo: fino alle colline che chiudono l’orizzonte si vedono palme, e palme, e palme, tra le quali è racchiusa qualche piccola risaia. Il tassista, tale Bandula, ci dice che l’economia dello Sri Lanka è basata sull’esportazione di cocco, tè e caucciù. Sarà l’ambiente rurale e il clima caldo umido, ma per la strada tutti camminano calzando al massimo dei sandali infradito: i venditori di scarpe qui non fanno certo affari d’oro; ad un certo punto la macchina si ferma davanti a dei ragazzi con cinque o sei istrici, due grossi ma gli altri evidentemente cuccioli, legati per il collo a dei grossi picchetti di metallo fissati in terra: decliniamo prontamente l’offerta di poterli fotografare contro pagamento di una piccola somma e proseguiamo per Kandy.

Avevo prenotato dall’Italia via e.mail una stanza all’Expeditor Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo., e qui ci ha amichevolmente accolti la signora Kanthi, che ci ha impegnato in una piacevole chiacchierata davanti a tè, pane, burro, marmellata ed ananas. La stanza ed il bagno appaiono puliti, e i letti sono sormontati da un’enorme quanto oscena a vedersi zanzariera rosa fuxia.

Un paio d’ore di riposo, una doccia, e andiamo in città (l’Expeditor si trova su una collina sopra il lago a dieci minuti di cammino dal centro cittadino) per vedere la penultima sfilata serale della Perahera.

Kandy è invasa da gente che è arrivata da tutto il circondario e che affolla tutti i marciapiedi delle strade lungo le quali passa la sfilata. A furia di girare troviamo ad un incrocio due posti a sedere su di un muretto grazie all’intervento di quello che sembra essere un maggiore della polizia militare che, senza tanti complimenti, ingiunge a due ragazzine di stringersi per farci posto. Ringraziamo sentitamente il nostro benefattore e, con la convinzione di essere stati molto fortunati a trovare un posto con il casino che c’è in giro, e ci sediamo su quello che risulterà essere il tormento dei nostri lombi nelle ore successive; ebbene sì, trovato in questo modo il posto, non lo si può lasciare, visto che altre migliaia di persone sono ancora alla ricerca di un punto dal quale assistere allo spettacolo: peccato che all’inizio della sfilata, previsto per le 20,15, manchino almeno quattro ore!

Ciò nonostante, Dario riesce ad approfittare del fatto che minaccia di piovere per sgranchirsi le gambe e tornare all’Expeditor per prendere ombrello ed impermeabile, mentre io lo aspetto per un’ora mantenevo la posizione e facendo amicizia con due poliziotti il cui improbabilissimo inglese ha comportato svariate incomprensioni reciproche. Quando i dolori nelle nostre parti posteriori e la stanchezza fino ad allora accumulata hanno raggiunto livelli notevoli, inizia la parata. Nel frattempo la gente intorno e davanti a noi è aumentata: accanto a me scorre lo scarico a cielo aperto di una fogna e, ciò nonostante, un gruppetto di ragazzine guidate da un’anziana signora si è posizionato a sedere su di una tavola piazzata proprio sui bordi della buca, dalla quale escono a tratti miasmi considerevoli. Non siamo riusciti a vedere in giro che un solo paio di turisti.

Alla luce di enormi torce, costituite da un palo con in cima un cestello, nel quale bruciano pezzi di noce di cocco, sfilano per quasi due ore e mezza una sorta di differenti scuole di percussionisti, danzatori, giocolieri, suonatori di trombe, portatori di bandiere e – naturalmente – elefanti. Questi sono splendidamente bardati, a volte con piccole lampadine colorate accese, e il più grande di tutti, camminando su teli che gli sono stati appositamente davanti per non farlo sporcare con la strada, porta sul dorso un baldacchino che entro uno scrigno dovrebbe celare il dente del Buddha; sopra di esso vi è un altro baldacchino, retto da più persone con pali e corde.

Il problema è che, anche ad essere stufi dello spettacolo (e del muretto sfondamembra), non ci si può allontanare né tanto meno alzarsi, per espresso divieto delle forze dell’ordine presenti, gentili ma ferme. Alla fine della parata abbiamo avuto modo di constatare quanto anche i locali ne avessero avuto abbastanza di stare per ore in una incomoda posizione, ed è scattato per tutti l’impulso a camminare.

Abbiamo deciso di cenare al Paiva’s, dove ci hanno detto che a causa dell’ora tarda potevano servirci solo riso “cinese” e non cucina indiana, peraltro loro specialità. Tutto sommato, il riso era abbondante (pure troppo), il condimento niente male (anche se il dubbio che fosse costituito dagli avanzi di tutta la serata l’ho avuto), e la salsa di peperoncino batteva qualsiasi tipo di preparato corrispondente che avessi provato fin ad allora. Prezzo, circa 10 euro per uno.

Durante il ritorno alla guesthouse abbiamo saputo che questa sarebbe stata anche l’ultima serata del carnevale locale, contemporaneo alla Perahera, ma non ci siamo ritenuti in condizione di posticipare il riposo.

Kandy, 23 luglio

Ci siamo svegliati alle 10,15, ancora tramortiti dalla stanchezza. Scesi in città dopo la colazione, abbiamo avuto solo il tempo di trovare un posto a sedere per la sfilata finale (notturna, perché domani ci sarà l’ultima in senso vero e proprio, che si tiene di giorno); saremo in seconda fila su una terrazza ricavata su di un tetto: 1.500 rupie (15 euro) per uno, ma almeno avremo delle sedie più comode del muretto al puzzo di fogna di ieri.

Abbiamo poi visitato una delle colline intorno alla città, con una grande statua del Buddha in cemento, panoramicamente interessante.
Dalla guesthouse ci hanno indirizzato ad una fabbrica/negozio di batik, ma i prezzi erano “europei” e le figure rappresentate non mi piacevano affatto, data la mia preferenza per l’arte astratta piuttosto che per la figurativa; tra l’altro, i locali nemmeno li usano i batik, che sembrano essere acquistati solo dagli stranieri.

Alle cinque, puntuali, siamo seduti sulle nostre sedie, non molto distanti da dove eravamo ieri sera ma con una visuale decisamente migliore. Anche stavolta i turisti, sparsi generalmente qua e là sui posti a pagamento, sono pochissimi, anche se in numero maggiore rispetto a quelli visti ieri.

Il percorso della sfilata è lungo circa due chilometri, e si svolge lungo le vie del centro cittadino. La gente prima della parata sciama per le strade alla ricerca di un posto da dove poter assistere, ma già dalle prime luci dell’alba una moltitudine di persone ha occupato tutti i marciapiedi, costringendosi ad un’attesa di ore ed ore in attesa dell’evento (secondo me c’è gente che ci ha dormito la notte, sul marciapiede). Volontari della Croce Rossa, boy scout e membri di altre associazioni giovanili, ognuno con la propria divisa, provvedono a rifornire di acqua la folla, portando ognuno una piccola tanica ed un bicchiere, con il quale fanno bere la gente. Impressionante il numero dei poliziotti in giro, che sorvegliano il percorso stando su ambo i lati a pochi metri l’uno dall’altro, e contemporaneamente sono presenti in tutti i punti della città ove il passaggio è più frequente. Mi ha lasciato però stupito il fatto che fossero – anche quelli della polizia militare, con il berretto verde e rosso – completamente disarmati, indossando le sole divise, senza neanche un manganello. Ad ogni modo, l’ordine pubblico è sempre parso essere sotto completo controllo, nonostante la gran folla che abbiamo stimato in almeno centomila persone: tutti devono rimanere seduti (almeno quelli delle prime file), e non ci si può alzare per stiracchiarsi senza sentirsi ordinare da un agente di stare seduti. Qui il sistema pare funzionare. Le strade vengono periodicamente lavate con autobotti per evitare il polverone, e la vendita di posti a sedere, arachidi, gelati, palloncini, trombette, pistole ad acqua, frutta, è continua.

A partire dalle 19,00 le strade vengono fatte sgomberare, e la gente può sistemarsi solo sui marciapiedi, dove peraltro si trova già da una giornata. Non ci sono transenne, solo un grande ordine, mentre la parata scorre rumorosamente nel silenzio della folla.

Apre il corteo un gruppo con enormi fruste, che vengono fatte schioccare mentre la gente lancia sulla strada delle monete (cosa ch non si ripeterà se non a fine serata), raccolte dai membri del gruppo stesso. Dopodiché, alla luce delle torce, è tutto un susseguirsi di danzatori, suonatori e giocolieri, tutti vestiti di bianco e di rosso. Poi, naturalmente, ci sono gli elefanti, bardati con gualdrappe colorate e, talvolta, munite di piccole luci (in questo caso l’elefante porta una batteria sul collo, davanti al mahut). Di quando in quando appaiono individui vestiti come dignitari di corte.

Gli elefanti, com’è naturale, durante la parata lasciano sulla strada palle di letame del diametro di circa trenta centimetri l’una, che sono raccolte – almeno nel tratto davanti a noi – ed accatastate su un lato, proprio davanti ala gente seduta sul marciapiede, che credeva di aver compensato la lunga attesa con uno splendido posto in prima fila e che invece si ritrova con un bel mucchio di cacca di elefante a venti centimetri dalla faccia.
Abbiamo fatto la conoscenza di Paolo Donà, giornalista del Gazzettino di Venezia, padovano ed incallito giramondo, il quale era seduto nella fila davanti a noi sul tetto dal quale abbiamo ammirato il passaggio.

A festa finita abbiamo sperimentato nella sezione “rosticceria” del Paiva’s del cibo locale, facendoci mettere in un hopper (specie di focaccia di farina di cocco) della carne di manzo: tutto ottimo, ma la carne piccantissima – e perciò particolarmente apprezzata da entrambi – ha reso necessario l’acquisto di due Coca Cola gelate.
Prendendo la chiave del portone nella cassettina di legno agganciata al cancelletto d’ingresso mi sono graffiato la mano con un chiodo: non ho l’antitetanica, mi disinfetto, metto un cerotto, speriamo bene.

Kandy, 24 luglio

Sveglia alle 9,00, colazione e via, per un giro con il cugino della signora Kanthi che, con il suo van, ci ha portati prima al tempio Gadaldeniya, costruito in stile induista ma dedicato al Buddha, che ha al suo esterno un dagoba particolare, in quanto munito di quattro cappelle, ognuna con una statua del Buddha e le pareti con affreschi abbastanza rovinati (il tutto è stato costruito nel XIV secolo); il tempio è in ristrutturazione. Siamo poi andati al tempio Lankatilake, dipinto di azzurro, sempre in stile induista con un piccolo dagoba bianco fuori. A seguire, l’Embekke Devale, altro tempio, le cui colonne di legno intagliate ci sono state spiegate una ad una da un vecchietto al quale abbiamo poi regalato 50 rupie. Per ognuno dei templi si pagano 100 rupie d’ingresso: visti quelli cambogiani, questa mi sembra robetta di terz’ordine, ma prendiamo quello che passa il convento.

Tappa successiva il giardino botanico, che tra i vari alberi presenta un gigantesco Ficus di Giava, esteso secondo la Lonely Planet 1.600 metri quadri (secondo il cartello sotto l’albero 2.460, secondo noi non più di 300).

Decidiamo di tornare “a casa”, saltando la sfilata pomeridiana della Perahera dato che due serali ci hanno già più che soddisfatto; dopo aver riposato, siamo andati in centro per vedere comunque le fasi finali del corteo.

Abbiamo conosciuto Luca, insegnante elementare di Ivrea, che viaggia da solo e starà in Sri Lanka per due mesi, con il quale siamo andati a dare un’occhiata al mercato cittadino che non si è rivelato molto interessante (curiose alcune chitarre che portavano il logo “Givsom”).

Tornati all’Expeditor per la cena, a base di riso e curry di pollo, abbiamo ascoltato le lagnanze della signora Kanthi sulla carenza di turisti negli ultimi cinque anni e sull’aumento del costo della vita nel Paese.

Anuradhapura, 25 luglio

Abbiamo lasciato l’Expeditor e la signora Kanthi ed abbiamo fatto la conoscenza dell’autista che ci accompagnerà per i prossimi dieci giorni. Si chiama Kemal (abbreviazione di Kemalqualcosa), fa questo lavoro dal 1974, è sposato senza figli, ed avrà passato la cinquantina; guida lentissimamente a piedi scalzi una Nissan Sunny dalle gomme lisce (“no problem”, dice lui) e dai finestrini bloccati (per cui aria condizionata obbligatoria), e presenta una pancia frutto evidente dei tre abbondanti pasti al giorno che spettano a chi porta in giro i turisti per le guesthouses.

Sulla strada per Dambulla Kemal ci fa fermare a vedere uno “spice garden”, piccolo orto botanico ove ci vengono mostrate le piante delle varie spezie, offerte tazze di tè al cioccolato e tè speziato, illustrate tutte le proprietà curative di questa e quella pianta; ci viene anche fatto un breve massaggio ayurvedico; diamo 100 rupie di mancia ai massaggiatori ed acquistiamo qualche prodotto.

Proseguiamo per le caverne di Dambulla (ingresso 100 rupie), che visitiamo solo dopo un bel tratto in salita a piedi sotto il sole. Le grotte sono cinque, generalmente con una statua principale del Buddha ed altre figure scolpite ed affrescate, ispirate sia al buddismo che all’induismo; notevole un Buddha sdraiato lungo 15 metri: peccato che sia proibito fare fotografie all’interno.

Fatto rifornimento di frutta e di acqua ad una bancarella lungo la strada, siamo andati alla rocca di Sigiryia. Le foto non renderanno mai la maestosità del luogo e del panorama di cui si gode dalla cima, raggiunta scalando la rocca di due gradini in due per l’emozione e la voglia di vedere da lassù quello che il re Kasyapa vedeva alla fine del terzo secolo dopo Cristo. Salendo, si raggiungono prima (con una scaletta a chiocciola lungo la quale scorre gente in un senso e nell’altro, senza controllo alcuno) gli affreschi disegnati sulle pareti, e poi le zampe di leone che racchiudono la scala da cui parte la rampa finale. Il vento forte ti fa dimenticare il caldo e la fatica, ed il panorama è impressionante, dato che si estende a perdita d’occhio senza che una casa – o quasi, dato che piscina e tetto di un albergo spuntano tra gli alberi, laggiù in basso – interrompa la serie continua di alberi, laghi e montagne in fondo alla pianura. Solo per il panorama si potrebbe restare lassù delle ore, ed immaginiamo la vita di Kasyapa osservando i resti del suo attichetto con piscina, trono in pietra, e vasca da bagno con vista sul lato meridionale. Scendendo, incrociamo un gruppo di anziani quanto tenaci turisti giapponesi, alcuni dei quali devono farsi prendere sotto le ascelle dalle guide singalesi per salire i ripidi scalini: volere è potere!

Kemal ci ha poi portati ad Anuradhapura, dove alloggiamo alla Samanala Guest House. La stanza è molto grande, come pure il bagno: unici problemi sono costituiti dalla mancanza di acqua calda (pazienza), da inequivocabili macchie al centro delle lenzuola (facciamo finta che le abbiano lavate, ma con sapone scadente), e da qualche piccola, ma mordace zanzara (con conseguente pronto utilizzo di Autan Extreme ed ammoniaca). La cena è abbastanza buona, simile per composizione a quella servitci all’Expeditor di Kandy ma inferiore per gusto; fa eccezione il cocnaut sambol, un ottimo piatto di cocco, cipolle, peperoncini piccanti e pomodori, il tutto tritato fino: buono!

La sera, data anche la distanza dalla città, sembra non rimanga di meglio da fare che una partita a UNO per poi tornare in stanza, anche questa arredata – deve essere una moda locale – da un’orrenda zanzariera rosa.

Anuradhapura, 26 luglio

Oggi giro completo di Anuradhapura e Mihintale, la prima in mattinata e la seconda il pomeriggio.

Grazie alla macchina e a Kemal ci siamo spostati velocemente in un parco archeologico particolarmente vasto che giace pressocchè ancora semisepolto, e componente la più antica delle capitali dell’isola. Dagoba, palazzi, fontane, vasche gigantesche, nonchè il famoso Sri Bodhi Tree, l’albero nato da un tralcio di quello sotto il quale, in India, si è illuminato il Buddha. È l’albero più vecchio del mondo quanto a certificazione dell’età esatta (parliamo di più di 2000 anni), dato che è stato ininterrottamente vegliato dai monaci fin da quando è stato piantato. Oggi è meta di pellegrinaggi, e anche noi abbiamo visto una lunga fila di scolari e scolarette delle elementari (280, a detta di una delle accompagnatrici adulte) portare in divisa e preceduti da un suonatore di tamburo e da un alfiere con la bandiera buddista a strisce colorate le offerte all’albero; abbiamo in seguito incontrato numerose altre processioni di fedeli che andavano a pregare innanzi alle immagini del Buddha raffigurate nei vari dagoba. Di questi dagoba, semisfere che rappresentano la cosmogonia buddista, alcuni sono impressionanti per grandezza: abbiamo scoperto che sono pieni all’interno, fatti di mattoni e poi rivestiti di cemento e pitturati di bianco; siamo rimasti sbigottiti innanzi ai lavori di ristrutturazione di uno di essi, osservando la fila di operai che, su ponteggi che sembravano dover crollare da un momento all’altro, facevano il passamano mattone per mattone.

Riposiamo un paio d’ore al Samanala, e ripartiamo per visitare Mihintale, luogo ove – secondo la leggenda – il buddismo venne introdotto in Sri Lanka per la prima volta. Soliti dagoba (che ci stanno quasi venendo a noia) e rovine varie, tra le quali spicca una bella vasca con un grande leone sul lato, che fungeva una volta da fontana.

Dall’alto di una roccia cui si giunge scalando a piedi nudi (come in tutti i luoghi sacri, occorre levarsi calzature e cappello, per cui i sandali di recente acquisto mi sono stati utilissimi) la parete con gradini appena accennati nel granito, si gode di una vista spettacolare, simile a quella di Sigiriya, anche se sicuramente di minore effetto.

Cena a base di curry e pesce di lago, piccante come non mai. Se si eccettua un gruppo di francesi incrociati a Mhintale, i turisti in visita sono ancora pochissimi, il più delle volte coppie.

Abbiamo sperimentato un gioco da tavolo locale, il caramb, una specie di biliardo che si gioca con le pedine da dama su campo di legno quadrato con le buche negli angoli, sul quale si passa un pò di talco per far scorrere meglio le pedine.

Nilaveli, 27 luglio

Siamo arrivati al mare, dove contiamo di fermarci qualche giorno per riposare. Le continue assicurazioni sul fatto che il posto, situato in una zona dell’isola a maggioranza Tamil e in genere precluso agli stranieri per via della guerra in corso, fosse tranquillo e senza pericoli si sono rivelate vere solo in parte. A quanto sembra, in vista delle imminenti elezioni che pare saranno a fine Agosto, il governo di Colombo e la guerriglia delle Tigri Tamil hanno deciso un cessate il fuoco fino a risultati scrutinati, dopodiché si vedrà se continuare o meno le ostilità. Se già ad Anuradhapura vi sono molti posti di blocco, ed una presenza militare occupa sempre un posto di difesa nei pressi dei monumenti più rappresentativi, qui la militarizzazione della zona è evidentissima, come pure le conseguenze del conflitto. I posti di blocco dell’esercito (non della polizia, come finora) si infittiscono sempre più man mano che ci si avvicina alla provincia di Trincomalee; bunker di tronchi d’albero e sacchetti di sabbia ovunque, sempre e comunque, campi bruciati, case arse e distrutte che portano gli evidenti segni di colpi d’arma da fuoco, militari che non ti guardano più sorridendo come i loro colleghi incontrati nelle altre zone, bensì con uno sguardo truce ed inquisitorio: la tensione è decisamente palpabile, altro che tregua! Sulla sinistra, un campo minato con un cartello, piccolo e solo, lasciato a monito dei viandanti.

All’ingresso della zona nord orientale la strada si riduce quasi subito ad uno stretto nastro di asfalto, con terra rossa e riarsa ai lati. Percorriamo il tragitto da Anuradhapura fino a Nilaveli in poco più di tre ore sia per la lenta guida di Kemal, sia perché ci dobbiamo spostare sul lato della strada ogniqualvolta incrociamo un pullman od un camion proveniente dal senso contrario (vige la legge del più grosso, pare), in un paesaggio che forse potrebbe ricordare la savana africana, e molto diverso dal mondo verde lasciato sulle colline intorno a Kandy.

L’albergo (anche se tale titolo, di cui si fregia il posto, pare esagerato) scelto dal nostro Kemal è lo Shahira, grazioso complessino con un giardino al centro, che se fosse maggiormente curato potrebbe anche meritare una maggiore considerazione turistica. La stanza non è stata spazzata, e le lenzuola presentano le canoniche macchie, ma soprassediamo.

Il mare è molto vicino, ma il tempo nuvoloso non ci permette – solo per oggi, speriamo – di apprezzarlo come si converrebbe. La spiaggia è lunghissima, affollata (si fa per dire) solo in due punti (distanti tra loro quasi due chilometri) e solo da gente del circondario venuta in gita in occasione del sabato. Per il resto è deserta, se si eccettua un totale di una trentina di “bianchi”, noi compresi.

Cena allo Shahira, con zuppa di cipolle ed aglio (!) come antipasto, pollo con patate fritte, carote e fagiolini, creme caramel. Fuori è la morte civile, e ci hanno consigliato di non andare a spasso fuori la sera perchè di notte il posto non sarebbe ancora sicuro.

In serata comica caccia ad una blatta giallastra grossa come il palmo di una mano, che siamo alla fine riusciti ad allontanare dalla stanza coprendola con una ciotola di plastica trovata nel bagno, tra gli sfottò dei nostri vicini francesi che canticchiavano la “cucaracha”.

Nilaveli, 28 luglio

Mi sono svegliato grattandomi le numerose punture di zanzara. Le zanzare locali sono pressoché invisibili, ma lasciano il segno e sono drasticamente aumentate durante il percorso da Kandy fin a qui. Data l’ora (erano le cinque del mattino) ho deciso di andare a riva per vedere sorgere il sole, ma l’alba non è stata molto spettacolare a causa di un nuvolone all’orizzonte.

Dopo colazione siamo andati in spiaggia, semideserta anche oggi che è domenica. L’acqua è calda e pulita, anche se non proprio cristallina a causa della sabbia sollevata da onde non alte, ma con un fronte largo anche più di 200 metri.

Abbiamo fatto due chiacchiere con tale Mohammed, uno dei tanti locali di fede islamica (dall’albergo, anch’esso di proprietà di un musulmano, si possono sentire i richiami del muezzin alla preghiera dalla vicina moschea); con Mohammed abbiamo organizzato per domani la gita in barca a Pigeon Island ed una cena a casa sua.

Qui non c’è campo per i cellulari, quindi abbiamo dovuto cercare un posto telefonico pubblico per chiamare casa, a 90 rupie per minuto. Il viaggio fino al telefono ci ha consentito di dare un’occhiata in giro per il “paese” di Nilaveli. In realtà sembra non esserci un vero e proprio centro abitato, ma alcune case lungo la strada che corre parallela al mare da Trincomalee verso nord; molte case sono distrutte e/o bruciate, alcune sono abbandonate, e buona parte della gente sembra vivere in capanne fatte di foglie di palma intrecciate. Pochissimi i piccoli negozietti, che vendono per lo più bibite e frutta. Ogni tanto, ai lati della strada, compare un soldato con il fucile mitragliatore al collo, ed in fondo alla via si intravede l’ennesimo posto di blocco. Sulla stessa spiaggia, andando verso sud, ad un certo punto l’accesso è vietato da un posto della marina militare. Salvo qualche campo coltivato a cipolle, tutto il resto della terra è arido e secco, inutilizzato a prescindere dal fatto che non è la stagione umida.

Anni fa, ci racconta Kemal, qui gli alberghi erano tutti pieni, mentre ora ne funzionano al più quattro e – salvo il costoso Nilaveli Beach Hotel – anche un pochino dimessi, dato che al momento investire in questa zona non è decisamente consigliabile, anzi: non tira affatto un’aria di ottimismo, nonostante questa tregua che a tutti appare sempre più effimera.

Cena ancora allo Shahira, stavolta curry con pesce, buono.

Facciamo una passeggiata sulla spiaggia con Marco e Assunta, di Monterotondo: ci convincono, dato che effettivamente di zanzare non se ne vedono, che le nostre punture siano frutto di un assalto di pulci. Effettivamente le stanze non è che vengano pulite più di tanto tra la presenza di un ospite ed un altro,  e anche i nostri compatrioti vantano la presenza fissa in camera addirittura di una rana.

Nilaveli, 29 luglio

Abbiamo spostato tutti i nostri bagagli nell’armadio, ed abbiamo chiesto al padrone dell’albergo di far dare una ramazzata: lui ha aggiunto che farà anche spruzzare qualcosa contro gli insetti.

Questa mattina gita in barca verso Pigeon Island, un isolotto di roccia e sabbia corallina a circa tre chilometri dalla spiaggia (costo dell’escursione, 500 rupie). L’isola merita una visita: appena fuori dalla spiaggetta dove fanno il bagno anche i locali l’acqua diventa limpida, piena di pesci di tutti i colori, con un fondale corallino niente male (soprattutto dalla parte che da verso la spiaggia di Nilaveli). Il sole picchia ferocemente, e dopo circa tre ore tutti (turisti “bianchi” e locali) abbiamo lasciato il posto ai numerosi corvi ed ai pochi piccioni che danno il nome all’isola.

Nel pomeriggio ha piovuto, e siamo andati a fare il bagno sulla spiaggia deserta sotto la pioggia.

Il potenziale turistico di Nilaveli sembra enorme, con una spiaggia chilometrica, acqua bassa fino a poche decine di metri dalla riva, ottime onde con cui giocare (la scarsa profondità forse non renderebbe il surf interessante, ma per i principianti è l’ideale), popolazione gentile e pesce ottimo ed abbondante. Lo stesso Shahira è un posto carino, che potrebbe essere addirittura bello se curato maggiormente, con le camere allineate lungo un patio che corre intorno al giardino (su una ventina, oggi solo tre stanze sono occupate: una da noi, una da una coppia tedesca di una certa età, una da una giovane coppia austriaca). Ovviamente, se arrivasse il turismo di massa, Pigeon Island sarebbe ridotta ad un formicaio di gente, dato che già ora i locali ed i pochissimi stranieri si contendono lo scarso suolo a disposizione.

Questa sera si cena da Mohammed, quello che ci ha portati in barca a Pigeon Island. L’avvenimento ci consente di gironzolare per le capanne di foglie di palma, ognuna con un pezzetto di terra coltivato generalmente a cipolle, alternate con il peperoncino. C’è la corrente elettrica, ma è utilizzata solo per qualche lampadina e, talvolta, per una radio.

Anche Mohammed ci riceve in una capanna di circa tre metri quadrati, con un foglio di plastica nera come pavimento, sul quale sono state stese due stuoie. Per suppellettili, delle buste di plastica appese ai rami di sostegno della capanna, contenenti di tutto. Mohammed ha trentacinque anni, è sposato ed ha una bambina di cinque anni; è Tamil, ma musulmano e parla un buon inglese. In passato ha lavorato alla reception di un grande albergo di Colombo, ma a causa della guerra è stato allontanato dal suo posto in quanto Tamil e quindi possibile terrorista; in seguito si è trasferito a lavorare negli Emirati Arabi, ma poi è tornato a Nilaveli. Aveva una casa “vera” – costruita con duemila dollari, ci dice – ma una bomba sganciata da un aereo indiano (truppe erano state inviate dall’India per supportare il governo di Colombo contro i Tamil dopo l’omicidio di Rajiv Ghandi) l’ha distrutta, uccidendo anche le sue cinque sorelle. Da come ce la racconta lui, la guerra è cominciata per una questione di donne (originale!): poliziotti singalesi avrebbero insidiato delle donne Tamil, e le proteste locali avanzate presso il governo di Colombo non avrebbero sortito effetto alcuno per cui, aumentato il malumore, sarebbero iniziate le ostilità, cui i Tamil partecipavano grazie alle armi fornite – sempre parole di Mohammed – addirittura da Bin Laden.

Mangiamo seduti sulle stuoie, dopo il rituale tè di benvenuto, degli ottimi granchi, ma la particolare conformazione del cibo, la sua eccezionale piccantezza (Mohammed la mattina si alza e, per colazione, si mangia pane e peperoncino!) che ci fa sudare non poco, e l’assenza di un tovagliolo, hanno ridotto ban presto a mal partito le nostre mani e la nostra faccia. Dopo la cena, Mohammed ci lava le mani con una brocca e ci mostra il suo business: quando porta la gente in barca a Pigeon Island lui va a pescare conchiglie, che poi rivende ai turisti. Ce ne mostra a decine, grandi e piccole, alcune di stupefacente bellezza. Ci racconta di un impiegato dell’ambasciata italiana che è solito comprarne alcune particolari – caratterizzate dall’estrema pericolosità della loro pesca a causa del potente veleno emesso dall’animale che le occupa – e rivenderle a cinque volte il loro prezzo base. Ne compriamo due piccoline, ce ne regala altre. Paghiamo anche la cena (rimesso a noi il prezzo di quest’ultima) ed in tutto gli lasciamo 500 rupie (50 euro), che lui ci fa consegnare alla moglie, visto che è lei ad aver cucinato (“il mio business sono le conchiglie”, dice). E lo lasciamo, lui e la sua capanna e la moglie e la figlia che già gli dorme accanto, sulla stuoia, e i nipotini giunti a godere dell’inusuale “spettacolo” dato dalla nostra presenza, tutti che a scuola imparano a leggere ed a scrivere solo in Tamil, senza che si riesca a capire che questo è il primo passo verso un’eterna divisione tra i due gruppi etnici.

Stasera, “cena etnica”. Davvero.

Giritale, 30 luglio

Sulla strada per Polonnaruwa, verso Habarana, ci siamo fermati per andare a fare un giro “sull’elefante nella giungla”, come recitavano i cartelli. Il vecchio elefante avanzava come i ponies dei bambini a Villa Glori la domenica mattina, e la “giungla” era la campagna dietro la strada, con una grossa pozza all’altezza della quale ci siamo fatti ritrarre come ogni turista imbecille che spende 20 dollari per essere portato in giro per un’ora dalla povera bestia. Ma Dario ci teneva tanto, per cui...

A Polonnaruwa siamo arrivati verso le 15,30 e dopo tre ore, grazie alla macchina, abbiamo visto quel che c’era da vedere: il museo è ben più ricco di quello di Anuradhapura, e ha delle notevoli sculture in bronzo tra le quali spicca una fenomenale danza di Shiva; a seguire, dagoba, templi buddisti ed indù, fontane, scale, colonne e, infine, le tre grandi e belle statue del Buddha seduto in meditazione, in piedi e sdraiato.

Stavolta ci sono più turisti e più venditori di paccottiglia, oltre alle solite classi scolastiche in gita culturale che finora abbiamo incontrato praticamente ovunque. Con Polonnaruwa dovremmo aver chiuso con la parte cultural-archeologica, ed ora potremo dedicarci alle vere e proprie vacanze marine.

Alloggiamo a Giritale (cittadina composta, tanto per cambiare, da qualche edificio lungo una strada poco lontano da Polonnaruwa) al Village, albergo-ristorante nuovo, non segnalato dalla Lonely Planet. Il ristorante non è male, anche se un pò caro rispetto a quanto abbiamo speso finora per mangiare (questa mattina era pieno di gitanti singalesi, i quali sicuramente non avranno pagato la cifra chiesta a noi); la stanza è ampia e pulita (almeno per gli standard cui ci ha ormai abituato lo Shahira di Nilaveli), ma la doccia è solo fredda. Dal lago di fronte soffia una brezza fresca, ma la stanza è sottovento rispetto ad un mucchio di spazzatura cui è stato appena dato fuoco, per cui occorre tenere la porta chiusa ed il ventilatore al massimo. Cena a base di pesce di lago e poi a letto presto, dato che la trasferta di domani verso Arugam Bay, paradiso dei surfisti, sarà lunghetta.

Arugam Bay, 31 luglio

Risveglio zoologico in quel di Giritale: vado al bagno, tiro lo scarico, e vedo una rana che gira con l’acqua nella tazza, sgambettando. L’acqua va giù, la rana scompare.

Dopo di me, Dario: va al bagno, tira lo scarico, e la rana esce dalla tazza e se ne va a spasso per il bagno. Ci viene troppo da ridere per cacciarla via, cosa che invece faccio con una blatta che si era arrampicata sullo zaino. Le formiche negli zaini le cacceremo via invece ad Arugam Bay.

Il viaggio ha richiesto quasi sette ore, con una piccola sosta presso una bancarella isolata nel nulla della campagna riarsa dalla stagione secca, solo per del latte di cocco ed una masticata di betel, che ci fa da caffè. Durante il tragitto il paesaggio ha mutato più volte aspetto, e siamo passati dai campi secchi a rigogliose risaie e foreste, ogni tanto caratterizzate dall’estemporanea presenza di grossi blocchi granitici. Siamo rientrati, andando verso sud-est ma evitando la strada che passa per Batticaloa in quanto particolarmente brutta (almeno a detta di Kemal), di nuovo in zona Tamil. Sono quindi ricominciati i posti di controllo e le fortificazioni cintate da filo spinato, anche se la presenza militare è senza dubbio inferiore a quella vista andando verso Nilaveli.

Abbiamo visto elefanti che vivono allo stato brado, sia nella discarica appena fuori Polonnaruwa che in un parco nazionale vicino alla costa, e poi manguste, pavoni, scimmie ed uccelli di varie forme e colori.

Anche qui ci sono alcune case distrutte e crivellate di colpi, ma l’atmosfera sembra abbastanza tranquilla: nei centri abitati vige comunque un ambiente estremamente sporco e dimesso, ed Arugam Bay non fa eccezione.

Alloggiamo al Rupas, di fronte alla spiaggia; in giro, locali a parte, ci sono solo surfisti, ma non nel numero che il luogo meriterebbe, date le onde. Il giardino del Rupas non eccelle per pulizia, ma in stanza almeno non ci sono animali; non vengono fornite lenzuola, ma la cena è più che ottima, con un tonnetto alla brace per uno, più patatine fritte di contorno.

Arugam Bay, 1 agosto

La spiaggia è lunghissima, e si perde all’orizzonte verso le due punte della baia. Affittiamo una tavola direttamente al Rupas per 200 rupie al giorno, ed a turno proviamo per ore a governare questo minuscolo (una 6’3’’, credo) pezzo di vetroresina nella zona principianti chiamata “Baby Point”, ma il divertimento sta anche nel fregarsene di collezionare solo cadute in acqua. La tavola è ben diversa da quella con la quale ho effettuato i miei primi tentativi in quel di Rabat lo scorso anno, un lungo tavolone per principianti comunque infido a sufficienza; questa di oggi è difficile governarla anche da seduti, figuriamoci in piedi. Tutto ciò aumenta la mia ammirazione per gli esperti, che qui si lanciano da onde continue ed enormi, ma con sotto un fondo di roccia e corallo che ci fa preferire di gran lunga le poche e basse onde con fondo sabbioso di Baby Point.

Tra “babies” e “masters”, comunque, non saremo più di una ventina in tutto, locali compresi. Poi, immancabile, la scolaresca in gita, che abbiamo trovato finora ovunque siamo passati con eccezione di Kandy e Nilaveli, e che oggi si butta in acqua con i bambini in costume e le bambine avvolte da un pareo.

Dopo la pausa pomeridiana riprendiamo i nostri infruttuosi tentativi di domare le onde fino all’ora di cena (gamberetti e patatine fritte).

Arugam Bay è decisamente il posto ideale per chi fa surf e non si interessa di molto altro: onde perfette (nel “settore avanzati”), acqua caldissima, pesce fresco. Il Rupas è un pò caro (1000 rupie il bungalow per due persone, più la colazione), ma è situato molto vicino – rispetto alle altre guesthouses – ai punti della baia nei quali si pratica surf, e la sua cucina è ottima (cucina intesa in senso lato, perchè in senso stretto quella del Rupas rischierebbe molto nel caso di una visita del probabilmente inesistente ufficio d’igiene locale). I bungalow, in muratura, sono carini e colorati, alcuni con bagno ed altri no (ci sono un bagno ed una doccia comuni veramente paurosi, in un solo blocco di cemento con due porte di lamiera, ognuno con un buco di scolo, solo che nel bagno il buco sostituisce la tazza), allineati lungo un viottolo di terra ove si trovano fiori caduti dagli alberi, tappi di bottiglia, cani rognosi, un gatto, miriadi di corvi gracchianti, due bambini. Ciò nonostante tutti girano a piedi scalzi, e tale abitudine ha oramai affetto pure noi.

Anche al Rupas hanno il caramb, e riesco a perdere (ma solo di misura) con un austriaco convalescente dopo un ruzzolone contro un albero rimediato durante un trekking in montagna.

Kataragama / Tissamarahama, 2 agosto

Dovendo lasciare Arugam Bay nel pomeriggio, questa mattina abbiamo di nuovo affittato la tavola, stavolta per mezza giornata, e ci siamo dati per l’ultima volta ai tentativi di cavalcare le onde. Qualche miglioramento c’è stato, ma con la tavola piccola è decisamente dura: ci conforta il fatto che al Baby Point siamo tutti nelle medesime condizioni, e chi si è presentato con una long board non ha avuto migliori risultati dei nostri.

All’ora di pranzo saldiamo il conto al Rupas, salutiamo tedeschi, sudafricani, austriaci e persino israeliani, e ci dirigiamo (sempre molto lentamente) a sud, verso il Yala West National Park. Passiamo per una strada che taglia il parco, ed ai lati ci sono di pali con fili elettrici a 10.000 volt per impedire agli elefanti di attraversare l’asfalto; rischiamo però la collisione con un vitello, che improvvisamente quanto inopinatamente lascia le altre mucche che camminano sul lato per correre al centro: per fortuna Kemal ha i riflessi pronti (oltre alla guida lenta), e riesce a passare senza danni.

Giungiamo a Kataragama, città santa per indù, musulmani e buddisti. Il tempio indù è chiuso (pare apra alle 19,00), ma riusciamo a dare un’occhiata in giro alle varie costruzioni religiose, tra le quali l’ennesimo dagoba; niente di clamoroso da vedere, forse sarebbe stato più interessante essere qui durante la garnde festa che si tiene più o meno nel periodo della Esala Perahera di Kandy.

Si riparte alla volta di Tissamarahana, vicino al parco nazionale, ove passeremo la notte al Lake Side, posticino da ritenersi “di lusso” rispetto ai posti dove siamo stati finora: letti puliti, comodino, abat jour, due asciugamani, appendiabiti, buona ed abbondante cucina, personale estremamente servizievole. Quasi non farebbe per noi, che appena seduti al tavolo indicatoci dal cameriere per la cena iniziamo ad ammazzare tutte le formiche che camminano sulla tovaglia: i camerieri, molto imbarazzati, ci offrono un altro tavolo ma noi, con indifferenza, diciamo che non importa. E continuiamo a schiacciare formiche: d’altra parte, anche noi abbiamo contribuito all’aumento della fauna locale, dato che ancora ci portiamo appresso negli zaini diverse formiche provenienti fin da Giritale.

In tutto l’albergo ci siamo noi, una famiglia locale, una giovane coppia toscana, ed una anziana coppia di omosessuali probabilmente inglesi (uno dei due tenta l’approccio chiedendoci da dove veniamo, e raccontandoci di quando a Roma ha “mangiato tanti gelati vicino Piazza Navona”, mimando esplicitamente l’atto di leccare “il gelato”; con noi è cascato male, ma mi è sembrato che già in precedenza, durante questo viaggio, qualcuno abbia avuto dubbi sulle nostre tendenze, dato che nella stragrande maggioranza dei casi le coppie in giro qui sono eterosessuali: mah!).

Unawatuna, 3 agosto

Ad Unawatuna siamo arrivati dopo quattro ore di viaggio. Classico villaggio di pescatori lungo la strada che costeggia la baia divenuto sede, grazie al turismo, di guesthouse, birrerie, scuole di sub, organizzatori di gite, di servizi auto/tele/fax/internet e, ovviamente, ristoranti.

Kemal ci aveva proposto di fermarci in un posto un pò isolato dalle parti di Tangalle, ma per quanto carino non avremmo visto in giro anima viva. Non che ad Unawatuna ci sia chissà che folla, ma sembra che ci sia venuta a noia la eccessiva carenza di facce bianche. Oggi è sabato, e ci sono numerosi gitanti locali come già avevamo visto a Nilaveli, mentre i turisti sono anche qui pochissimi, complice la bassa stagione per il monsone; dopo la schiarita di quando siamo arrivati, il cielo si è nuovamente rannuvolato: ciò nonostante siamo andati a fare una passeggiata prima per il “paese”, ovvero per la strada, e poi in spiaggia lungo tutta la baia.

L’alloggio scelto da Kemal è il Sea View, niente male, anche se sembriamo essere gli unici occupanti; tutto puzza un pò di muffa, ma considerata la stagione non c’è da stupirsi perché qui è pieno, caldo ed umidissimo, inverno.

Il prezzo dei sarong nei negozietti lungo la strada diminuisce di 50 rupie ogni 50 metri: nei prossimi giorni sarò impegnato in accese contrattazioni per gli acquisti.

Cena a base di calamari al ristorante dell’albergo, una bella veranda in riva al mare che ospita – neanche a dirlo – solo noi. Credevamo, dopo la cena da Mohammed a Nilaveli, che fosse impossibile trovare cibo più piccante, ma qui ci siamo dovuti ricredere grazie ai peperoncini verdi immersi nella salsa di curry dei calamari, di gran lunga più potenti dei peperoncini rossi nei granchi di Mohammed: da lasciarci senza fiato!

Dopo cena abbiamo dato un’occhiata in giro, e abbiamo visto solo pochi turisti seduti nei ristoranti o pub sulla spiaggia. Anche qui, forse a causa della bassa stagione, vita notturna zero.

Unawatuna, 4 agosto

Spiaggia. Oggi che è domenica si è affollata (per modo di dire: in realtà si è affollata la parte davanti al nostro albergo, dove parcheggiano i pulmini provenienti da altre località) di locali in gita che si sono riversati tutti nello stesso punto, tra acqua e sabbia; il resto della baia è praticamente deserto, ma l’albergo ci mette a disposizione due lettini sulla sabbia proprio davanti al ristorante, e ne approfittiamo per fare avanti ed indietro con la camera, quando riteniamo di aver preso sole a sufficienza: non è a picco con il cielo sereno, ma quando fa la sua comparsa per qualche ora si fa sentire, anche grazie al clima umidissimo. Di fatto, non si asciugano i panni, le ciabatte, e anche noi tra un pò cominceremo a puzzare di muffa.

Non riesco ancora a farmi venire voglia di un bagno qui, dato che l’acqua per me è un pò torbida e freddina, e quando non c’è il sole tira pure vento.

Nel pomeriggio facciamo shopping. Curiosi, questi commercianti: il venditore di sarong non ha il colore che cerchi? “Aspetta venti minuti, che te lo procuro”. La venditrice di camicie ne ha una sola che ti piace, ma ne vorresti due? “Prendo le misure e la faccio, ripassa domani”. Dall’orefice trovi un ciondolo che ti piacerebbe ma è troppo grosso e non ti piace con la pietra? “Non c’è problema, dimmi come lo vuoi e ripassa tra tre giorni a quest’ora”. Purtroppo, come al solito, bisogna contrattare ogni prezzo, ma facendoci forti dello scarso numero di turisti riusciamo ad osare di più, strappando qualche buon affare che, in ogni caso, farà guadagnare anche il venditore.

Stasera cena al Thaproban, dove ci facciamo fuori pesce, gamberoni, patate fritte, e poi ancora riso e curry con pesce, oltre ad un gelato al cioccolato (gelato che non era eccezionale, ma neanche da buttare via): il costo totale è stato altino, intorno alle 1.200 rupie, ma giustificato da freschezza e bontà delle pietanze servite.

Unawatuna, 5 agosto

Abbiamo scoperto che anche con il monsone si possono avere delle belle giornate di sole. Prima di scendere in spiaggia, dopo la colazione abbiamo visitato il dagoba bianco che domina la baia da una delle sue estremità, in cima ad una collinetta. Da lassù, posto estremamente sporco nonostante la sua sacralità, con avanzi di rifiuti ovunque e – addirittura – feci umane, si gode di un bel panorama.

Finalmente ho deciso di fare un bagno anche qui, e ho fatto un pò di snorkeling fino all’inizio della barriera corallina; l’acqua è però molto torbida, ed il fondale comunque poco interessante.

Nel pomeriggio, andando a zonzo per le stradine che dal paese si inoltrano nell’entroterra, siamo finiti su Jungle Beach Road, che continua ad infilarsi nella giungla dietro al promontorio su cui sorge il dagoba, ma ad un certo punto abbiamo desistito e siamo tornati indietro perchè era l’imbrunire e l’idea di trovarsi al buio nella giungla non sorrideva ad alcuno di noi due.

Cena all’Happy Banana, economico ma niente di eccezionale, con riso ai gamberetti e curry di pesce.

Unawatuna / Jungle Beach, 6 agosto

Giornata dedicata al trekking. Abbiamo deciso di raggiungere a piedi Jungle Beach, una spiaggia della quale sappiamo solo il nome e che dovrebbe essere dall’altra parte del promontorio su cui sorge il dagoba; ci abbiamo messo quasi un’ora, inerpicandoci per un sentiero in mezzo alla giungla, che alla fine porta a questa spiaggetta coperta da coralli e bottiglie di plastica, il tutto portato dalle onde, con una barriera corallina proprio vicino alla riva. Come spiaggia non è un granchè, ma vi si gode una bella vista di Galle e ci sono degli alberi da sfruttare per l’ombra.

Siamo stati avvertiti più volte dalla popolazione locale, sia ad Unawatuna che lungo la strada, di stare attenti a chi si incontra a Jungle Beach, che pare essere meta di ladri (o, quanto meno, di “persone non molto simpatiche”, come dice eufemisticamente la gente del posto). Per l’appunto, quando ormai ci eravamo stancati di stare in spiaggia, sono comparsi tre figuri la cui presenza ci ha fatto decidere che era tempo di cercare la strada asfaltata verso Unawatuna, evitando di rischiare di perderci nella giungla percorsa all’andata.

Seguiamo quindi la scala in cemento che porta direttamente dalla spiaggia ad un albergo sulla strada: scavalchiamo la rete di recinzione, dato che il cancello che porta dalla scala all’albergo è chiuso, e ci troviamo davanti due guardie in divisa cachi, con tanto di numero di matricola sul colletto, che senza farci problemi ci aprono il cancello principale e ci indicano la direzione per Unawatuna.

Pare che quella attraverso la giungla sia una scorciatoia, e lungo la strada veniamo consigliati da una donna a ripassare per lì (“shortcut, shortcut”). Cerchiamo di orientarci nell’intrico di viottoli che corrono tra le palme ed i cespugli quando ci si materializzano davanti due monaci, che ci invitano a vedere il loro tempio. Li seguiamo. Il “tempio” è una costruzione piccola, di una stanza, pitturata di azzurro fuori e di bianco dentro, dove dietro ad un tavolino con tovaglia bianca, fiori, acqua, ed una lampada spenta (“E’ finito l’olio, non abbiamo più soldi”, dice uno dei monaci) c’è un velo bianco che nasconde una statua di Buddha con la tunica dipinta di arancione. Veniamo rifocillati con una banana ed un dolcetto che sa di miele e cannella, lasciamo un’offerta per il “tempio” (stanno costruendo un altro edificio, e gli occorrono 2.000 rupie, ci fanno sapere), e ripartiamo per Unawatuna accompagnati per una parte del tragitto – sempre in mezzo alla vegetazione – dal monaco che, non si capisce perché, tende a prendere Dario per mano mentre cammina. Con un certo imbarazzo salutiamo e continuiamo ad avanzare, finchè sbuchiamo in una delle strade di Unawatuna che conosciamo.

Pomeriggio in spiaggia, per rifarsi della faticata. Anche oggi, come già ieri, vediamo alcuni surfisti locali cavalcare le onde al centro della baia, tra gli scogli e la barriera corallina; inesperti come siamo, non ci arrischieremo certo là dove occorrono capacità ed incoscienza nella medesima misura.

Questa mattina, prima di andare a Jungle Beach, abbiamo fatto dare una pulita alla stanza, che ne aveva decisamente bisogno. Curiosi, questi: puliscono tutte le camere libere, ma non si occupano affatto di quelle occupate: se vuoi una pulita devi chiederlo e, come già a Nilaveli, abbiamo sopportato le pulci per un pò, fin quando è comparso lo scarrafone gigante allorché abbiamo fatto provvedere. Purtroppo le pulci mordono anche in spiaggia (di zanzare ne avremo viste anche qui due o tre in tutto), per cui ci teniamo i morsi e ci arrangiamo.

Cena la ristorante dell’albergo, con un curry di calamari ben peggiore di quello mangiato sempre qui tre sere fa.

Unawatuna / Galle, 7 agosto

Mattina al mare, e gita a Galle all’ora di pranzo. Galle è stata prima portoghese, poi olandese, infine inglese, e l’architettura di quello che può essere definito il “centro storico”, all’interno dei bastioni del forte, è tutta in stile coloniale.

Il conducente del tuk tuk preso ad Unawatuna ci ha portato prima in banca, dove abbiamo cambiato pochi euro per far fronte alle ultime spese, e poi ci ha lasciato davanti all’ingresso principale del forte. Abbiamo cominciato con il giro dei bastioni, dopodichè ci siamo introdotti nelle stradine interne: due ore sono più che sufficienti per l’intera visita e, quando proprio non sapevamo più dove andare e dopo esserci rimpinzati di dolcetti locali, abbiamo incontrato Marco, di Monterotondo, già nostro coinquilino allo Shahira di Nilaveli e che adesso alloggia qui a Galle; insieme a lui siamo andati in giro per il mercato che si trova al di fuori delle mura (notevoli le bancarelle dei pescatori, con quintali di tonno fresco).

Salutato Marco e ripreso il tuk tuk (100 rupie a viaggio, quindi 200 per l’andata ed il ritorno) siamo tornati ad Unawatuna soddisfatti della gita.
Nel frattempo un morso di insetto sul malleolo, grattato eccessivamente nottetempo, si è infettato gonfiando la caviglia e permettendomi a malapena di camminare: meno male che siamo quasi alla fine!

Cena al Coral Light, economica, buonina.

Abbiamo notato che ad Unawatuna sta arrivando più gente – sempre nei limiti delle poche decine – tra cui, addirittura gente che era al Rupas di Arugam Bay; anche nel nostro Sea View le presenze sono aumentate, e dividiamo l’albergo con altre sei persone. Ciò nonostante, il tentativo di uno dei locali lungo la riva di fare stasera una festa/discoteca non ha sortito molto successo.

Unawatuna, 8 agosto

Mia sorella ci ha fatto sapere via sms che non le è stato possibile confermarci il volo di ritorno, in quanto è necessario farlo direttamente qui in Sri Lanka. Parte della mattinata se ne va nel fare questa conferma e nel trovare una macchina per domani che ci porti a Colombo prima ed all’aeroporto di Negombo poi; alla fine contrattiamo con l’albergo per il passaggio a 3.000 rupie.

Un altro pò di spiaggia, dopodiché mi reco dall’orefice al quale ho ordinato un ciondolo d’argento a forma di Sri Lanka, con al centro l’elefante della Perahera che porta il dente del Buddha. Il ciondolo è pronto e, volendo portare uno zaffiro blu a mia sorella, inizia la serie delle pietre mostrate e delle contrattazioni: usciamo dopo un’ora e mezza, con lo zaffiro, una bella pietra di luna, ed un’infinità di altre pietre semipreziose colorate e sfaccettate, dateci in regalo. Spero di non aver preso una grossa fregatura con lo zaffiro (comunque bello), che dovrò far stimare a Roma.

Per la cena, essendo l’ultima sera, torniamo dove finora abbiamo mangiato meglio, cioè al Thaproban; tutto a base di pesce, 700 rupie in due.

Colombo, 9 agosto

Ultima giornata in Sri Lanka: l’aereo parte domattina alle 7,40, per cui ci toccherà passare la notte in aeroporto.

Mattina passata tra spiaggia, ultimi acquisti e preparazione dei bagagli, e all’ora di pranzo partiamo con un van senza aria condizionata ma che consente di stendere la gambe in tutta comodità.

La strada passa per la costa occidentale, e ci permette di dare un’occhiata anche ad Hikkaduwa, rinomata località balneare e meta di surfisti, ma tutto durante i mesi invernali.

Colombo non ha inizio e non ha fine: come di consueto, la strada corre costantemente lungo edifici di negozi, abitazioni ed officine, e ti accorgi di essere in un posto anzichè in un altro solo dagli indirizzi scritti sulle insegne (tutte rigorosamente realizzate a mano) dei negozi.

Realizzi di essere a Colombo quando il gran casino di auto, pullman, camion, tuk tuk, nonché di persone a piedi raggiunge livelli esagerati; c’è un gran movimento, o meglio una grande stasi provocata dall’eccessivo traffico, mentre non appare alla vista alcun monumento od edificio notevole. Non ci sarebbe neanche posto per fermarci, e l’unica foto di me a Colombo sarà una fattami da Dario all’interno del furgoncino.

All’aeroporto i poliziotti all’ingresso ci fanno notare che è prestino per il nostro volo (più di dodici ore di attesa!), ma – dopo i controlli di rito – ci fanno entrare ugualmente: è ora di tornare a casa...

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Sri Lanka: tra leoni e tigri
Bei posti, gente cordiale, pochissimi e non assillanti mendicanti, traffico scarso (con esclusione di Colombo), cibo ottimo, alloggi spartani ma vivibili, mare caldo e – talvolta – molto bello, tutto molto economico: cosa volere di più?