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HANOI ROCKS (Vietnam 2011)

© Alessandro Scarano 2011

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Bac Lieu, 7 agosto 2011

Come ci sono finito nel delta del Mekong, in questa cittadina fuori dal mondo?
Con 12 ore di volo via Francoforte (Vietnam Airlines, 1.054 euro) e con 6 ore di pulmino da Saigon preso a noleggio da Anna Maria, l’amica vietnamita di Chiara (mia compagna id viaggio) che ci accompagnerà in giro per qualche giorno.
La famiglia di Anna Maria abita qui a Bac Lieu, e così siamo passati a trovarla per poi iniziare a visitare buona parte del Vietnam.
Clima caldo umido, come preventivato, territorio piatto e verdissimo di campi di riso e alberi di frutta.
Alloggiamo all’Hotel Bac Lieu in una doppia senza finestre che ci costringerà a soffrire per via dell’odiata aria condizionata, il tutto per circa 12 euro (350.000 dong).
Nel pomeriggio, dopo una doverosa doccia, passeggiata per il mercato di verdura e pesce (qualche bancarella per terra) fino alla casa dei parenti di Anna Maria, dai quali ci tratteniamo a cena.
Prima, però, massaggio, al quale ha provveduto un curioso personaggio tanto checca quanto economico: circa 3 euro in due.
Dopo cena, tornando in albergo, ho acquistato una SIM vietnamita (Vinaphone) che mi consentirà di telefonare anche in Italia a prezzi sicuramente inferiori a quelli che fa la Wind quando sono all’estero: anche qui, come nel resto del mondo, nessuna registrazione, nessun documento, prezzi modici.

Can Tho, 8 agosto

Sono riuscito a far colazione solo grazie alle scorte di biscotti e merendini che, come al solito, mi sono portato dall’Italia: escluso che io mangi di prima mattina noodles e altra roba salata.
Abbiamo fatto il check out (il programma di massima avrebbe previsto un altro giorno a Bac Lieu ma, con tutto il bene che possiamo avere per Anna Maria e la sua famiglia ospitalissima, non ci siamo fatti migliaia di km per stare qui).
Anna Maria e la zia ci hanno portato in giro a vedere quel poco che c’è: un curioso “tempio della musica tradizionale” (tra l’altro dedicato ad un prozio di Anna Maria), un tempio dedicato ad una divinità del mare (molto frequentato dai locali), un albero di mango risalente a 300 anni fa.
Dopo aver pranzato dalle zie di Anna Maria abbiamo preso il pullman per Can Tho.
Qui alloggiamo al Kim Lan Hotel (35 dollari per una stanza un po’ lussuosa per le nostre abitudini).
Cena al Nam Bo, sul lungofiume, un po’ pretenzioso ma pulito (e, ovviamente, caro: 400.000 dong), e a letto presto per andare domattina a vedere uno dei mercati galleggianti con una barca contrattata stasera in mezzo alla strada: alla fine 25 dollari per arrivare al mercato di Phong Dien, che pare non sia proprio vicinissimo alla città.
Stasera abbiamo visto i primi turisti.

Phu Quoc, 9 agosto

Sveglia presto, ma non abbastanza.
L’albergo offre la colazione (finalmente pane e marmellata, ma poca roba) a partire dalle 6, seguiamo la barcarola fino al guscio di noce con motore asfittico e salpiamo alle 7.
Passiamo per il mercato galleggiante di  Rac Gia che è praticamente finito, ed arriviamo a quello di Phong Dien quasi due ore dopo solo per trovarci in mezzo a pochissime barche di frutta e molte barche di turisti (per lo più italiani, per giunta).
Tornati in albergo alle 11, facciamo il check out e andiamo in taxi all’aeroporto (circa 200.000 dong) per prendere il volo per l’isola di Phu Quoc.
Qui ci attende la macchina che ci porta al Hiep Thanh Resort, uno dei tanti lungo Long Beach, non lontano dall’aeroporto, con hotel e bungalow in muratura.
Impianti idraulici così così, con la doccia che si allaga mentre la fai, ma ormai siamo abituati.
Quel che sconforta è la spiaggia, con mare torbido (e questo me lo aspettavo, vista la stagione monsonica) e spiaggia a tratti non pulita con – tra un resort e l’altro – gli scarichi delle fogne degli stessi.
Forse d’inverno rende meglio, ma un po’ di sole c’è e ci buttiamo in acqua a nuotare.
Nel pomeriggio un po’ di pioggia battente, ceniamo  - benino – al ristorante del Sea Star Resort, vicino al nostro ma con vista mare.
Qui la sera non c’è alcunché da fare, quindi approfitto del wi-fi gratis e del televisore con collegamento satellitare.

Phu Quoc, 10 agosto

Finalmente una colazione con abbondanza di pane, burro e marmellata!
Stanotte è venuto giù il finimondo, con pioggia a scroscio, stamattina è nuvolo, e così proviamo ad affittare uno scooter in albergo per dare un’occhiata all’isola.
Risultato, torniamo dopo 5 minuti sotto un altro scroscio d’acqua, e provvediamo subito ad acquistare i biglietti aerei per andare a Saigon domani anziché dopodomani, viste le pessime previsioni del tempo.
Peccato, perché in un’altra stagione il posto meriterebbe una visita.
A questo punto ci siamo fatti fare un massaggio in riva al mare, e poi passeggiato per dare un’occhiata agli altri resort, almeno dalla riva.
La bassa stagione si nota, con la spiaggia sporca come da noi d’inverno, diverse strutture chiuse o in ristrutturazione, poca gente in giro.
Cena ancora al ristorante del Sea Star, sotto un’acquazzone che per fortuna è finito quando siamo dovuti rientrare in albergo.

Saigon, 11 agosto

Colazione, ozio (il tempo è sempre nuvoloso), e poi volo per Saigon, dove alloggiamo – dopo aver preso un taxi a 8 dollari con un coupon dell’aeroporto – al Kim Huong Hotel (centralissimo, proprio davanti all’ingresso posteriore del mercato di Ben Thanh) per 24 dollari a stanza.
Oggi ci tocca una camera senza finestra, da domani ce la cambieranno.
Iniziamo con il mercato, visto che è proprio qui, dove vendono un po’ di tutto ma nulla di qualità (molta merce taroccata, soprattutto valigie, come in ogni altra città asiatica).
Decidiamo di fare un pasto pomeridiano al Quan An Nyon, consigliato dalla Lonely Planet, con ambientazione carina ma menu prevalentemente composto da zuppe, che io aborro.
Poi a spasso per la zona di Nguyen Hue, con alberghi a cinque stelle, uffici commerciali e negozi di lusso o quasi.
Molto fornita la libreria Fahasa.
La mia compagna di viaggio ha deciso di farsi fare le unghie finte, sicché mi tocca l’esperienza di un’attesa in un salone di bellezza : spero non passi per strada qualche conoscente (il mondo è un paesetto, non si sa mai).
Avendo mangiato all’inconsueta ora delle 17,30, niente cena e a letto presto.

Saigon, 12 agosto

Colazione poverella, al Kim Huong, una baguette con un’ombra di burro e marmellata: meno male che ho le mie scorte personali.
Oggi giro per la città, sperando che l’acquazzone violento della prima mattina non si ripeta.
A piedi ci siamo diretti verso l’ex municipio, il Teatro dell’Opera, la cattedrale di Notre-Dame, il bel palazzo della posta, l’orto botanico, il museo storico e – non senza difficoltà per trovare la strada giusta – la pagoda dell’imperatore di giada.
Poi taxi fino al museo dei residuati bellici (l’unico affollato).
A cena siamo stati raggiunti (sempre perché il mondo rimane un paesetto) da Francesco e Stefania, amici romani giunti da Hong Kong per un breve giro in Vietnam.
Abbiamo mangiato alle bancarelle fuori dal mercato di Ben Thanh, spendendo più di quello che abbiamo pagato finora  in ogni ristorante, ma mangiando ottimi granchi e gamberoni.

Saigon, 13 agosto

Stamattina visita al quartiere cinese di Cholon.
Con un taxi ci siamo fatti portare al mercato coperto di Thai Binh, bell’edificio all’interno del quale è un vero e proprio formicaio umano, con gente che trasporta in continuazione grossi pacchi tra gli strettissimi passaggi – comunque ingombri di merce – tra un esercizio commerciale e l’altro.
Sembra di stare a Piazza Vittorio a Roma (solo con una densità di popolazione enormemente superiore), dove allo stesso modo grosse balle vengono portate qua e là senza che, almeno in apparenza, alcuno appaia intento ad acquistare alcunché delle cose di bassa qualità in vendita, siano esse casalinghi, ciabatte, generi alimentari o coperture per chi va in motorino sotto la pioggia.
Lo stesso accade in giro per il quartiere, dove facciamo visita ad un paio di pagode e ci fermiamo a mangiare del gelato prodotto dalla Wells, corrispondente asiatica dell’Algida (o viceversa?), in un negozio stranamente pulitissimo che funge da fornitore di articoli per pasticceri.
Rientriamo in taxi sotto un violento temporale che dura tutto il pomeriggio, costringendoci ad un riposo forzato in albergo.
Lunga peregrinazione per la cena: con i miei amici e concittadini andiamo prima al Huong Lai, il cui personale è composto da ex bambini di strada o comunque provenienti da famiglie disagiate, ma è tutto prenotato per cui, effettuata la nostra prenotazione per domani, prendiamo un taxi per provare il Sésame (stesso discorso per il personale), che però è stato nel frattempo chiuso.
Fidandoci (chissà perché, dopo tutte le sòle prese in giro per il mondo a causa sua) della Lonely Planet, andiamo allora al Ngoc Suong, definito il miglior ristorante per il pesce fresco, che però ha del personale che non solo non capisce una parola di inglese o francese, ma addirittura non è in grado di leggere nemmeno quello che c’è scritto sul menu.
Non hanno bibite fresche – tanto qui la gente del posto ci mette sempre il ghiaccio, che per ovvi motivi evitiamo – e il cibo alla fine non è nemmeno un granché.
Il conto, però, è salato lo stesso, almeno per gli standard locali.
Come spesso avviene, in materia di cibo gli anglosassoni che scrivono le Planet non capiscono un accidente.

Saigon, 14 agosto

Mattinata in giro per antiquari, in una delle strade di fronte all’ingresso principale del mercato di Ben Thanh, osservando vasi cinesi, lampade e mobili déco francesi, pataccame vario.
All’ora di pranzo sono arrivati Anna Maria e l’autista che con un pulmino ci condurrà nei prossimi giorni fino ad Hué.
Per ora ce ne andiamo in gita a Cu Chi, a vedere i cunicoli scavati dai Vietcong nelle guerre con i francesi prima e con gli americani poi.
Vengono con noi anche Francesco e Stefania, che domani partiranno per il delta del Mekong.
La visita (80.000 dong ciascuno) si svolge sotto la pioggia, rendendo così più “reale” l’esperienza.
Riesco anche a tirare 10 colpi di AK47, togliendomi uno sfizio: in passato ho sparato con tante armi, ma con quel “classico” mai.
Pochi turisti, percorso interessante con un soldato che parlava inglese come guida.
A cena siamo andati, accompagnati da una cugina di Anna Maria, al Pho 99 a gustare questa zuppa tipica vietnamita, spendendo la miseria di 400 dong in cinque persone (cosa significa andare a mangiare con la gente del posto).

Mui Ne, 15 agosto

Partenza alle 7,30 per il nord, su di una strada che non consente di superare i 50 km/h.
A Mui Ne arriviamo – dopo un paio di soste – verso le 14,00, prendendo alloggio al Mui Ne Resort, carino e pulito, oltre che abbastanza economico per il posto (50 dollari la tripla).
Andiamo immediatamente a risalire, con i piedi scalzi nell’acqua, il fiumiciattolo che porta alla “Sorgente delle fate”, percorso che richiede una mezz’ora di cammino per arrivare ad una piccola cascatella.
Poi riprendiamo la macchina per andare alle dune di sabbia dorata che si trovano verso l’estremità nord della baia.
Tornati in albergo, do un’occhiata alla spiaggia stretta e sporca e al mare torbido, e decido per qualche vasca nella piccola piscina nel cortile.
Cena (buona, ma cara) all’Hoa Vien.

Dalat, 16 agosto

Partenza alle 11 per Dalat, ma prima diamo un’occhiata alla torre Cham di Po Shanu,che sorge su di una collina sulla costa appena prima di Phan Thiet.
Niente di eccezionale, solo un paio di piccole costruzioni al centro di una delle quali è posto un lingam di pietra scura.
Durante il tragitto successivo mi sono addormentato, per risvegliarmi in un altro mondo: stiamo percorrendo dei ripidi tornanti in mezzo a fitti ed alti bambù, che dopo un po’ lasciano il posto a colline coperte di piante di caffè.
La strada non è perfettamente asfaltata, sicché si va piano anche per la lunga serie di curve.
Giunti sull’altopiano, alle 15,30 arriviamo ad un paese sorto intorno ad una cascata (Prenu, non indicata sulla Lonely Planet): tutto abbastanza kitsch, ma va bene per sgranchire le gambe e far riposare l’autista.
Poi passiamo alla pagoda di Truc lam, niente di interessante se non fosse che si trova al centro di un giardino molto curato, che può fare la gioia degli appassionati di botanica.
Alle 17 la pagoda chiude, e quindi ci dirigiamo verso Dalat, dove alloggiamo al Thiem Minh, posto “da vietnamiti” pulito ma di livello basso, che ci costa per una spaziosa tripla 500.000 dong.
Prima di cena mi faccio un giro per il mercato centrale, che si sviluppa dentro e fuori una costruzione di cemento in orrido stile socialista.
Ceniamo nei pressi, al Ngoe Hai, ottimo cervo al curry per circa 6 euro a testa.

Nha Trang, 17 agosto

Il Thien Minh non fornisce la colazione, che siamo andati a fare in riva al lago (particolare curioso ed inquietante, servono il succo di frutta bollente).
Siamo poi partiti per un giro intorno a Dalat, partendo dalla “Casa Pazza”, strano esperimento (ancora in corso) di una donna architetto locale la cui opera sembra quella di un Gaudì sotto acido.
Poi il poco interessante – almeno per me – Giardino dei Fiori, e la kitschissima pagoda (in realtà sono due) di Linh Phuoc, rivestita di pezzetti di ceramica.
A Nha Trang ora si arriva per una nuova strada molto più breve, sicché siamo partiti alle 13 per giungere alle 17,30 al Nha Trang Beach Hotel (tripla abbastanza spaziosa per 500.000 dong).
Visto il complesso delle torri Cham di Po Nagar, ancora utilizzato come luogo di culto.
Cena al Thu Ong (42 Le Quy Don), consigliato dall’albergo per vietnamiti, buono, non caro, personale gentile e servizievole anche se non parla una parola di inglese: meno male che abbiamo Anna Maria.

Nha Trang, 18 agosto

Finalmente un po’ di mare come si deve: con la Turtle Diving abbiamo organizzato un’uscita per lo snorkelling (17 dollari) e diving (48 dollari) all’isola di Hon Mun, partenza alle 7,30 e rientro alle 14,00.
L’acqua è inaspettatamente (dopo aver visto quella a riva) limpida, e dei due punti dove siamo stati portati ci ha soddisfatto maggiormente il secondo, con coralli vivi e più colorati rispetto al primo; unico problema, le piccolissime meduse che pizzicano non poco.
Nel pomeriggio, dopo la doccia, siamo passati a vedere la mostra fotografica permanente di Long Thanh, veramente bella, con foto in bianco e nero  di vita quotidiana vietnamita.
Dopo due chiacchiere con il fotografo (che ha esposto anche in Italia), siamo andati a fare un giro in un mercato coperto del quale non ho appuntato il nome, molto popolare (nel senso che vi si reca la popolazione di ceto medio-basso), come di consueto organizzato in settori merceologici.
Cena al Dua Xanh (154 Ton That Tung), indicatoci dall’autista: si trova fuori dal centro, un po’ oltre le torri Cham di Po Nagar, ma è pulito, buono ed economico.
Bisogna ammettere che da quando siamo usciti dal “circuito Lonely Planet”, dopo Saigon, abbiamo sempre mangiato più che bene a prezzi accettabili in locali puliti, spesso grazie al nostro Chan che si preoccupa di trovarci ristoranti locali per locali ma con livelli di pulizia inappuntabili.

Hoi An, 19 agosto

Lunga e pesante tappa di trasferimento.
Abbiamo deciso – ovviamente con il consenso dell’autista – di eliminare la tappa di Quy Nhon, che avevo programmato proprio pensando che anche soli 400 km, se fatti a non più di 50 km/h, sarebbero stati troppi.
E così è stato.
Siamo partiti alle 8 da Nha Trang, ci siamo comunque fermati a Quy Nhon per far riposare Chan e farsi fare un massaggio in un centro gestito da personale non vedente (un’ora di massaggio per 50 dong, meno di un euro e mezzo), e siamo infine arrivati a Hoi An alle 22,30, dopo un’ulteriore sosta di mezz’ora per cenare in un posto lungo la strada (riso con pollo, maiale e verdure, niente da bere di fresco, 50 dong per uno).
La strada consente di vedere bei panorami lungo la costa, scenari agresti nell’interno con campi di riso mietuti e non, riso messo ad asciugare sull’asfalto della statale con le auto ed i camion ed i motorini che ci passavano quasi sopra.
Il traffico è stato intenso, spesso grazie a camion lentissimi, ma la caratteristica di chi guida in Vietnam è quella di starsene nel bel mezzo della strada, praticamente a cavalcioni della linea di mezzeria, e di scostarsi solo ed unicamente se proviene un mezzo più grosso dalla parte opposta.
Ciò vale anche, incredibilmente, per i motorini, e rende ovviamente molto difficile il sorpasso.
Alloggiamo al Long Life Hotel, dove non hanno triple e ci arrangiamo in una doppia con letti da una piazza e mezza per 40 dollari a notte, colazione compresa.

Hoi An, 20 agosto

Colazione a buffet e via, per le strade della città vecchia.
Prima occorre fare un biglietto  che consente l’ingresso a 5 della case o pagode, e poi si pianifica il giro da fare, che di solito (e anche per noi così è stato) è quello segnato sulla Lonely Planet.
Tra i cinque posti visitati ci è piaciuto di più il primo, anche se devo dire che è più bella la cittadina nel suo complesso che non le sue singole parti.
Purtroppo ha prevalso la vena turistica, e così è tutto un susseguirsi di negozi e locali, con un’interminabile passeggiata di stranieri per le strade.
Ho ordinato una camicia di lino portandone quale modello una mia di cotone, sono curioso di vedere il risultato domani.
Relax pomeridiano nella piscina dell’albergo, mentre le ragazze fanno pedicure di fronte al Long Life, e poi cena in un posto poco fuori città, tanto trucido quanto buono, trovatoci come al solito da Chan, e dove la specialità della casa sono delle ottime tagliatelle con gamberetti e maiale.
Dopodiché altra passeggiata serale per la città vecchia, finché uno sgrullone d’acqua e la sveglia prevista per domattina prestissimo ci fanno ritornare in albergo.

Hoi An, 21 agosto

Partenza alle 5,30 per il sito di My Son, ed è stata una scelta azzeccatissima: quando alle 8 abbiamo finito il giro dei ruderi, effettuato praticamente in solitudine, è arrivata la folla dei gitanti locali e non.
Le rovine, viste così, sono suggestive anche se in ben misere condizioni dopo i bombardamenti americani.
I restauri hanno consentito di vedere pochi edifici in piedi, e in una parte del sito sono al lavoro dei ricercatori italiani (oggi no, è domenica).
Tornati in albergo, dopo colazione ci siamo dedicati ad una giornata di totale fancazzismo, considerata la levataccia mattutina: sdraio a bordo piscina, penniche e nuotate.
Nel tardo pomeriggio, con il fresco, altra passeggiata per la città vecchia: ho ritirato la camicia in lino (21 euro!), e ho perfino trovato il consueto ciondolo ricordo del viaggio, ma un po’ troppo grande; nessun problema, l’orefice è a disposizione per farmene uno più piccolo (una mappa del Vietnam) per domani: il prezzo è un po’ alto, 400.000 dong (13 euro), ma in ogni viaggio che faccio “devo” trovare un ciondolo che lo rappresenti, e questo lo fa.
Ottima cena al Bazar, bel ristorante rifinito al 36 di Tran Phu, prezzi non eccessivi, addirittura un buon gelato come dessert.

Hoi An, 22 agosto

Ieri sera abbiamo prenotato per 25 dollari l’uno – dopo contrattazione – una gita per snorkelling con la Blue Coral Diving al parco marino di Cu Lao Cham: partenza alle 8, snorkelling in tre posti differenti (coralli duri, coralli morbidi, coralli e pesci), pranzo abbondante sull’isola, rientro al porto per le 16.
Bella escursione.
La sera, ennesima piacevole passeggiata per le vie (due) della città vecchia, un succo di frutta al Bazar, cena ottima in un posto dove vanno solo i locali, tanto che il nostro ingresso ha destato più di una perplessità nella padrona e nel personale.
Il ristorante è il White Rose, al 533 di Hai Ba Thung, e fa solo due piatti, uno meglio dell’altro: una sorta di ravioli al vapore ed una specie di tacos, farciti con pomodori freschi e verdure.

Hué, 23 agosto

Partenza alle 8, e come prima tappa Anna Maria decide di farci avere un’esperienza paranormale.
In una casa isolata tra canali e risaie c’è un tavolino che ruota da solo se ci metti le mani sopra e ti concentri ordinandogli con il pensiero di ruotare.
Bah, io sono scettico per natura, e con me ovviamente non funziona.
Ma con Anna Maria e Chiara sì, e loro si divertono un mondo a correre appresso al tavolino che gira.
Capatina a Danang al museo delle sculture Cham (poca roba), sosta per pranzo in un ristorante sulla laguna che ci ha ladrato un po’ anche se i granchi erano buoni, arrivo a Hué alle 16,30.
Fatta la doccia, abbiamo provato a fare una passeggiata dall’albergo (Hue Heritage Hotel, 36 dollari la doppia) verso la Cittadella, che è grande e al suo interno, esclusa la città imperiale, non vi è molto di interessante.
Tappa all’aeroporto a prendere la madre di Anna Maria (che da oggi verrà con noi) cena al Banana Mango, su La Lai, una specie di fast food dove però ho mangiato dell’ottimo maiale ai ferri in agrodolce.

Hué, 24 agosto

Sembra che questa città, antica capitale e patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, abbia poco da offrire, stando almeno alle guide in nostro possesso.
Anzi, la Lonely Planet nemmeno fa accenno alle “case giardino”, vecchie abitazioni costruite secondo i dettami del Feng Shui.
Per cercare di capirne qualcosa di più assumiamo tramite l’albergo Tinh, una guida che parla inglese e che ci porterà in giro utilizzando la nostra auto guidata da Chan.
Per prima cosa andiamo alla tomba dell’imperatore Tu Duc, che lo stesso utilizzò anche come sua ultima residenza (visto che si tratta di un bel parco di 23 ettari, pieno di alberi e con edifici in legno).
Siamo poi passati alla tomba di Khai Dinh, brutta per stile (kitsch da morire), locazione (posto umidissimo, tanto che non ci vivono nemmeno i ragni), ed oggetti ivi conservati.
Lo stesso recinto imperiale, “città purpurea proibita” all’interno della cittadella, non offre un granché, anche per via dei bombardamenti cui è stato sottoposto nelle guerre contro i francesi e gli americani.
Dopo un veloce pranzo in un ristorantino “locale” indicatoci da Tinh (buono, solo due piatti disponibili, dei quali la specialità della casa è una sorta di involtini primavera freschi con un pezzetto di carne di maiale), siamo passati ad una “casa giardino”.
Questa ha mantenuto struttura ed aspetto originali, ed è circondata da un giardino che sembra più un orto botanico, considerato il gran quantitativo di specie di alberi presenti.
Le altre “case giardino”, invece, sono state man mano trasformate quasi tutte in ristoranti di lusso: ne abbiamo vista una, ma appariva falsa come un biglietto da un euro e mezzo.
Il clima è caldo afoso ed umidissimo, per cui si rientra in albergo e ci si butta in piscina (sul tetto) fino all’ora di cena.
Andiamo in un ristorante consigliatoci in mattinata da Tinh, ma a partire dal menu scritto solo in vietnamita, e che non spiegava a cosa corrispondesse il nome del piatto, per finire con il servizio, il posto non ci ha affatto soddisfatto.
Non può sempre dirci bene…

Hanoi, 25 agosto

Dopo la colazione lascio che le donne vadano al mercato, mentre io mi piazzo in piscina per un po’ di relax prima di lasciare l’albergo alle 12.
Per ingannare il tempo fino a sera, quando avremo il volo per Hanoi, dopo aver pranzato al “solito” Banana Mango ed aver fatto una passeggiata per finti antiquari e vere “casa giardino” oramai semi-abbandonate, abbiamo preso una barca che per soli 250.000 dong ci ha portato ai tempietti taoisti di Hon Chen, che si trovano ad un’ora di navigazione da Hué.
Il posto ed il tragitto non valgono assolutamente una visita, ma avendo tempo da perdere tanto vale prendere un po’ di fresco sul fiume.
Purtroppo le aspettative per l’antica capitale erano maggiori, e così quando abbiamo prenotato il volo abbiamo pensato di prendere quello delle 22 per avere più tempo da spendere qui.
Bella cazzata.
Cena ancora al Banana Mango, un insulso gelato alla gelateria neozelandese (!) di fronte, e poi all’aeroporto, dove abbiamo salutato il buon Chan che ora dovrà tornarsene con la macchina fino a Bac Lieu e ci metterà almeno tre giorni.
Siamo arrivati ad Hanoi, complice un ritardo dell’aereo, verso la mezzanotte.
Meno male che avevamo concordato con l’Hanoi Boutique Hotel 1, assegnatoci dall’organizzazione della gita alla baia di Halong, di farci venire a prendere all’aeroporto.
L’albergo sembra abbastanza rifinito, ma la nostra finestra dà su un muro.

Baia di Halong, 26 agosto

Buona colazione (c'è pure il créme caramel!), e poi partenza alle 8,30 con il pulmino della Phoenix, che per i prossimi tre giorni ci porterà in giro per la baia tanto decantata ed inserita tra i patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Arrivo al porto alle 12,30 (dopo la consueta sosta nel solito supermercato di cianfrusaglie per turisti) ed imbarco sulla Phoenix.
Nel frattempo siamo diventati sei, visto che ci hanno raggiunto il fratello di Anna Maria e suo zio.
La sistemazione sulla nave è abbastanza buona (205 dollari per tre giorni e due notti, più la notte ad Hanoi), il cibo è tanto, ma le bevande conviene portarsele da terra od acquistarle dalle donne che arrivano con le loro barchette fin sotto le finestre delle cabine.
Prima tappa, la grotta di Hang Sun Sot, molto affollata (è venerdì) ma niente di che per chi ha visto almeno Castellaneta in Puglia.
Poi un'oretta in giro con il kayak, poi bagno nelle acque verdastre della baia, dove gira anche qualche grossa medusa.
Caldo molto umido.
Cena non male, abbondante e con una parvenza di qualità.
L'alto costo delle bevande a bordo fa sì che si portino a tavola quelle acquistate dalle donne sulle barche e messe per tempo nel frigo della cabina.

Baia di Halong, 27 agosto

Mi sono alzato presto per vedere l'alba, ed il sole è sorto puntuale alle 6.
Solo che a quell'ora in giro sulla barca non c'era nessuno, nemmeno del personale, per cui sono rientrato in cabina aspettando le 7 per la colazione, che è a buffet ma con burro surgelato e scongelato svariate volte (e quindi con una pessima colorazione giallastra) e marmellate sintetiche.
Meno male che ho con me il mio pacco di biscotti, che anche oggi mi sono stati chiesti da chi all'inizio sfotteva per il fatto che me li porto dall'Italia.
Ma è una scena cui oramai sono abituato, dopo tanti anni di viaggi con i miei tarallucci, per cui rispondo di no senza troppi rimorsi.
Oggi giornata di mare: con una barca “di servizio”, dopo un'ora di navigazione, siamo arrivati in una baia stranamente deserta in mezzo agli oramai consueti pinnacoli calcarei, e abbiamo fatto un giro sui kayak per un'oretta, per poi buttarci su di una piccola spiaggia per fare il bagno in un punto ove l'acqua è più pulita.
Purtroppo, infatti, il punto dolente di Halong è la monnezza che viene scaricata in acqua da barche e villaggi galleggianti e che deturpa la scena, altrimenti da sogno.
Pranzo a bordo della barca, con pesce e calamari visibilmente scongelati.
Riposino, altro bagno, ancora barca fino ad un altro punto da girare in kayak, infilandosi in una grotta che dà su di una laguna interna.
Poi ancora barca sfiorando un villaggio galleggiante e facendo una visita ad un centro di produzione di perle.
Rientro alla Phoenix per la doccia e la cena, di molto inferiore per qualità e quantità rispetto a quella di ieri sera.
Scopriamo che ad ogni tavolo viene servito un menù diverso a seconda del fatto che gli occupanti siano alla prima o alla seconda serata.
Mah.

Hanoi, 28 agosto

Stamattina breve gita a Dao Ti Top, isoletta sulla cui sommità, scalati 450 gradini, si trova una piccola costruzione dalla quale si gode una vista panoramica sulla baia o, almeno oggi, su parte di essa, vista l'umidità che provoca una certa foschia.
Ad ogni modo la salita con questo caldo fa sudare non poco, e la doccia al rientro sulla Phoenix è stata una benedizione.
Fatti i bagagli e lasciata la cabina, mentre gli altri si dilettavano con la lezione di cucina al ponte superiore, io me ne sono rimasto al fresco nella sala ristorante in compagnia del libro scelto per questo viaggio, un incongruo quanto interessante volumetto sulla storia delle guerre coloniali italiane.
Pranzo se possibile ancora più scadente della cena di ieri sera, dopodiché sbarco ad Halong City e trasferimento verso Hanoi, non senza la consueta sosta nella grossa rivendita di paccottiglia per turisti.
Ad Hanoi stavolta alloggiamo allo Stars Hotel, 450.000 dong al giorno per una doppia con PC in camera, addirittura.
Per il resto, le finiture sono un po' datate e anche al quinto piano si sente il traffico stradale, ma siamo centralissimi.
Dopo aver visto solo da fuori un ristorante di Pho di lunga tradizione ma insopportabile sudiciume, abbiamo optato per un locale posto di fronte, che all'apparenza sembrava più pulito, ma i cui piatti si sono rivelati pessimi.
Ah, quanto ci manca Chan, infallibile cercatore di ristoranti tipici!

Hanoi, 29 agosto

Dopo la colazione, tutt'altro che “sontuosa” come sostenuto dalla Lonely Planet, anzi, la famiglia di Anna Maria è andata con una gita organizzata alle pagode sul Fiume dei Profumi, mentre io e Chiara ce ne siamo andati a spasso per un primo giro nella capitale.
Considerato che di lunedì avremmo trovato chiuso qualcosa nella zona commerciale, abbiamo dedicato la giornata ad una lunga camminata che ha toccato il piccolo tempio di Ncog Son sull'isoletta in mezzo al lago, il Teatro dell'Opera (non visitabile), il quartiere francese, l'orrenda cattedrale neogotica in mattoni rivestiti di cemento, la Hang Bong, ove sono più che altro negozi che vendono seta (ben pochi di buona qualità).
Dopo una doverosa sosta in albergo per una doccia, abbiamo ripreso il cammino per l'affollato quartiere vecchio, dove si deve camminare per strada facendo attenzione a non essere investiti da auto e, soprattutto, motorini, visto che i marciapiedi sono ingombri di stessi motorini parcheggiati e, nel poco spazio rimanente, dai negozianti, i quali vi siedono, mangiano, bruciano finte banconote a scopo propiziatorio.
Devo dire che è il popolo più superstizioso che abbia mai visto, continuamente dentro e fuori i templi a fare offerte di denaro, cibo ed incenso e a pregare le varie divinità per avere favori di varia natura o per ringraziare nel caso questi siano stati ottenuti.
Buona cena al Quan An Ngon, frequentatissimo dai locali, con un'infinità di possibilità dal menù, e perfino dai prezzi estremamente modici.

Hanoi, 30 agosto

Taxi fino all'assurdo mausoleo di Ho Chi Min, che evitiamo di visitare Chiara per un motivo, io per un altro.
Andiamo, però, a vedere la sua residenza, che visitiamo intruppati in una lunga fila che si snoda intorno alla palafitta in cui viveva il padre della patria, fila che non  consente di tornare indietro sui propri passi qualora si abbia voglia di rivedere qualcosa.
Vediamo poi la insignificante pagoda su di un solo pilastro (per giunta di cemento), e ci dirigiamo – attraverso il quartiere delle residenze diplomatiche “amiche” durante il periodo della guerra fredda – verso il Tempio della Letteratura.
Qui scegliamo un posto all'ombra per riposarci e metterci al riparo dalla forte ed umida calura.
Il tempio è un'oasi di pace all'interno della città caotica ed inquinata, e poco fuori di esso si trova il ristorante Koto, gestito da un'organizzazione no-profit che si propone lo scopo di dare un futuro ed una sistemazione a giovani provenienti da famiglie disagiate, i quali imparano chi a cucinare, chi a servire a tavola, chi a fare il manager della struttura.
Abbiamo mangiato bene del cibo cucinato e presentato ottimamente.
Proseguendo a piedi e sotto un caldo persistente siamo andati verso la Cittadella ed il suo piccolo orto botanico, ove riposiamo ancora un po' prima di riprendere un taxi verso l'albergo, dove scopriamo che siamo stati destinati ad un'altra stanza, nel più recente e ristrutturato Stars Hotel 3, proprio alla porta accanto.
Effettivamente, questo è (di poco) più rifinito, ma senza PC in camera.
Per la cena, dopo aver dato un'occhiata al 69 Bar Restaurant (troppo caro), e all'Hemingway 4 (troppo insignificante), entrambi consigliati dalla Lonely Planet (i cui autori, notoriamente, di cucina non capiscono un cazzo come gran parte degli anglosassoni), decidiamo di riprendere un taxi e tornare al Koto.

Hanoi, 31 agosto

Gita organizzata di un giorno a Hoa Lu e Tam Coc.
Sul pulmino siamo 26, tra italiani, francesi, spagnoli, vietnamiti, e il simpatico architetto Juan Carlos, messicano che ha studiato in Italia e ora lavora a Dubai.
Prima tappa, la consueta rivendita di ciarpame per turisti.
Poi i due templi di Hoa Lu, la prima capitale del Vietnam: non eccezionali, molto restaurati, visti in una calda mattinata a 38 gradi.
Poi il pranzo al ristorante, dove al posto del ricco menù previsto dal programma ci viene propinato un pugno di riso con poco altro verdurame di companatico.
Praticamente non tocco cibo, e così si parte sulle barchette condotte a remi con i piedi da gente del posto lungo il fiume che scorre tra risaie e pinnacoli rocciosi, passiamo sotto tre grotte e riceviamo l'assalto di donne su altre barche che cercano di venderci di tutto.
Un'ora ad andare, una a tornare indietro all'approdo.
Acqua apparentemente pulita, paesaggio bucolico.
All'arrivo, altra sorpresa negativa: anziché andare in bici lungo i 12 km da Tam Coc a  Hoa  Lu, ci fanno fare 40 minuti di un giro intorno al ristorante.
Tornati ad Hanoi, sono riuscito ad avere un piccolo rimborso di 5 dollari (avevamo pagato il tour 25 dollari l'uno), quanto meno per una questione di principio (e per una piccola deformazione professionale...).
Stanchi morti, crolliamo in camera, dove ceno con un'insalata messicana con tonno, due banane ed un merendino di quelli che sono solito portare dall'Italia per la colazione.

Hanoi, 1 settembre

Oggi si riparte, ma l'aereo è alle 22,30 per cui occorre trovare il modo di trascorrere la giornata dal check-out dall'albergo (ore 12,00) fino al taxi per l'aeroporto (ore 20,15) senza sudare troppo, il che rasenta l'impossibile.
Nonostante sia specializzato nel perdere tempo, dopo aver con estrema lentezza fatto colazione, doccia, bagagli, aver pagato l'albergo ed essere usciti dallo stesso addirittura alle 12,30, è cominciata la passeggiata per una Hanoi come al solito dominata dal caldo umido (mai come quello di Hué, ma sufficiente per grondare sudore dopo soli 100 metri).
Un'ottima soluzione è stata la visita al Museo di Storia, che in questi giorni ospita un'esibizione temporanea di giade antiche, con pezzi veramente strepitosi.
Gli altri oggetti presenti nella struttura non sono eccezionali, ma il posto è fresco, i bagni puliti, e le poltrone comode, cosicché ci fermiamo fino alla chiusura delle 16,30, quando ci sbattono fuori.
Altra passeggiata a passo lento per le vie cittadine finché, sudati fradici, andiamo a cena al Mediterraneo, buon ristorante italiano dove ci concediamo – ultimo giorno del viaggio – un piatto di pasta cucinato come si deve ed un gelato che sembra buono, non so se nella sua realtà oggettiva o solo perché è la cosa che più mi manca fuori dall'Italia.
Lasciamo lì gli ultimi dong, visto che il taxi è già pagato perché prenotato dall'albergo, e ce ne andiamo in aeroporto per il lungo volo di rientro via Francoforte.

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Piaciuto il Vietnam?
No.
Prescindendo dal fatto che delle cose che mi interessano – archeologia ed architettura – c'è ben poco e di scarsa qualità, anche i paesaggi non hanno impressionato, più che altro per la scarsa cura che i vietnamiti hanno di tutto, compreso il Paese che abitano.
Qui è la culla dell'approssimazione, tutto è fatto senza alcuna attenzione, dalle costruzioni all'accoglienza dei turisti.
Le case sono tirate su con i piedi, nessuna rifinitura, nessun gusto, buchi e crepe ed infiltrazioni ovunque, la bassa qualità impera.
Lo stesso dicasi per il grosso delle merci in commercio, l'artigianato vero è praticamente inesistente, con materiali sintetici e colori acrilici.
In ristoranti ed alberghi pochissimi parlano inglese, e chi lo fa spesso è incomprensibile ed incomprendente.
Si salva il cibo, molto vario rispetto a tantissimi altri Paesi che ho viistato, ma ciò non può rendere un viaggio indimenticabile.