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LEBANON 2012

© Alessandro Scarano 2012

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Beirut, 22 aprile

Dieci giorni a disposizione tra festività e ponti, mezza Lonely Planet ancora da utilizzare (Siria e Libano, la prima parte già sfruttata nel 2009), perché mai rimanere in Italia?
Biglietto aereo con la Middle East Airlines, compagnia di bandiera libanese, prenotazione dall'Italia delle prime quattro notti all'Embassy Hotel (l'unico che ho trovato a 50 euro a notte per una doppia, gli altri andavano dai 100 dollari in su), ed eccomi qua in compagnia di mia sorella.
L'albergo fa molto “avventure nel mondo”, ma è pulito e centrale nel quartiere di Hamra.
Notiamo subito che possiamo scordarci di connetterci gratis ad internet: tutti gli spot wifi che troviamo non sono di libero accesso.
Prima passeggiata esplorativa prima verso l'Università Americana, dove però per accedere occorre mostrare il passaporto, che abbiamo lasciato in albergo, e poi sulla Corniche, fino al belvedere sugli Scogli del Piccione, dove ammiriamo il tramonto in mezzo alle famigliole locali dedite allo struscio domenicale.
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Tornati verso l'albergo, decidiamo per una veloce cena a base di spiedini di pollo alla griglia da Marrouche (22 euro in due).
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Manco a dirlo, con la piantina della Lonely Planet non si va assolutamente a colpo sicuro, anche perché alcuno nomi delle strade sono stati cambiati da “Via Tizio” a “Via numero tot”.
Spero sempre, quindi, nel mio senso di orientamento.

Beirut, 23 aprile

Dopo aver sperimentato gli ottimi dolci della pasticceria Taj Al-Moulouk abbiamo preso un taxi (8.000 lire, sicuramente un furto) per la fermata degli autobus di Dawra, da dove abbiamo preso un mezzo (2.000 lire per uno) per Byblos.
L'autobus lascia sull'autostrada per Tripoli, e da lì occorre fare una breve camminata attraverso il vecchio souk (che vende roba per turisti) fino all'ingresso degli scavi (8.000 lire).
Il posto è molto bello non tanto per la grandiosità delle rovine, quanto per dove esse sono situate (una collinetta a strapiombo sul mare) e per i numerosi fiori colorati che punteggiano gli scavi in questi giorni di primavera.
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Dopo aver girovagato in lungo e in largo per l'area archeologica abbiamo fatto una passeggiata in direzione del porto, passando prima per una chiesa che la Lonely Planet descrive come di San Giovanni Battista, ma che per noi è sembrata dedicata a San Marco.
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Mah!
Il posto è delizioso, e ci siamo concessi un pranzo al ristorante Bab El Mina, bello e pulito, e nemmeno troppo costoso.
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Altra camminata fino all'autostrada, dove abbiamo preso un bus per tornare a Beirut (Darwa) e poi un taxi fino a Piazza dei Martiri (5.000 lire – nota: gli autisti dei taxi conoscono il nome dei posti solo in arabo, per cui è necessario farsi dire prima in albergo il nome arabo dei posti che si intende visitare).
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Da qui tutto a piedi fino all'albergo, passando per il quartiere centraledi Downtown ricostruito con ampie zone pedonali, un moderno centro commerciale, grattacieli, lo yacht club, l'ancora bombardato Holiday Inn (che sembra un monumento al recente tragico passato).
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E poi l'American University of Beirut, uno splendido campus con ottime strutture tenuto in maniera esemplare.
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Di fatto, a Beirut sembra che convivano entità completamente diverse tra di loro, separate magari solo da una strada, ma dove si ha l'impressione di entrare in un altro mondo.
Per cena solo un panino al pollo da Marrouche, dopo la camminata di oggi siamo troppo stanchi per pensare ad un pasto completo.

Beirut, 24 aprile

Consueta puntata alla pasticceria Taj Al-Moulouk, e taxi (6.000 lire) fino al Museo Nazionale.
Qui, dopo aver visto il documentario (toccante) sulla ricostruzione del museo dopo le devastazioni della guerra, abbiamo visitato i due piani che presentano qualche reperto decisamente notevole.
Una volta usciti, abbiamo avuto il problema di cambiare almeno una banconota da 100.000 lire, visto che eravamo a corto di spicci e non saremmo riusciti a prendere un taxi.
Facile?
Nemmeno per idea: nessuna banca in giro, alla Western Union ci hanno detto di non avere banconote di piccolo taglio (!), non c'era nemmeno un benzinaio cui chiedere il favore, così alla fine siamo entrati in un negozietto di alimentari per comprare da bere e delle noccioline, e il gestore ci ha risolto il problema.
Cosicché abbiamo preso un taxi (4.000 lire) per la stazione di Cola, a Beirut Est,
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da dove parte il bus (3.000 lire per uno) per Beiteddine.
In realtà l'autobus lascia i passeggeri lì diretti sulla strada principale, dopodiché abbiamo preso un taxi (2.000 lire per uno) con una ragazza e due ragazzi francesi fino al palazzo.
Questo è veramente una bella costruzione, dotata pure di un hammam, fontane ed un piccolo giardino.
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Dal palazzo abbiamo preso un altro taxi, sempre con i tre francesi (i due ragazzi parlano arabo, essendo uno magrebino e l'altro algerino), per andare a Deir Al-Qamar, un paesino con una piacevole piazza (dove abbiamo pranzato) e null'altro.
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Da qui il gruppetto ha preso un ennesimo taxi fino a Barouk, base di partenza per la visita alla più piccola delle due riserve di cedri del Libano rimaste.
Da Barouk un'altra macchina ci ha portato su fino a quota 1.500 metri, dove c'era ancora un bel po' di neve e qualche bel cedro, sopravvissuto a qualche millennio di disboscamento.
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Discesa a piedi, e poi abbiamo trovato un tale che con un SUV ci ha portato per 7.000 lire l'uno alla periferia di Beirut, dove il gruppo si è diviso e noi abbiamo preso un taxi “privato” (ovvero non condiviso, come sono tutti gli altri la cui tariffa è – ormai lo abbiamo capito – di 2.000 lire a persona) fino all'albergo, e costato ben 20.000 lire.
Cena al solito Marrouche (stavolta ottimi spiedini misti) e via immediatamente a letto, dato che domattina si va a vedere Baalbek ed Aanjar.

Beirut, 25 aprile

Immancabile rifornimento di dolcetti da Taj Al-Moulouk e partenza con un autista prenotato tramite l'Hotel Embassy, che sarà a nostra disposizione per tutta la giornata (130 dollari).
Lungo la strada per Aanjar, nostra prima tappa, Stephan (inutile riportare il corrispettivo in arabo, che non mi ricorderò mai come si pronuncia e come si scrive) ci illustra la situazione sociale a cavallo tra quelle che erano Beirut Est e Beirut Ovest.
Composizioni etniche e religiose, campi profughi che oramai sono dei veri e propri quartieri della città, la vita sotto le bombe, e la sua personale visione della situazione passata e presente.
Lui è stato molto all'estero, parla più o meno sette lingue, e ci sembra la persona adatta per cercare di conoscere un po' di più la società libanese.
Aanjar si trova (come pure Baalbek, altra nostra meta odierna) nella Valle della Bekaa, altopiano tra le montagne del Chouf e la frontiera con la Siria, in un luogo popolato principalmente da armeni, esperti artigiani dell'argento.
Le rovine di Aanjar (6.000 lire il biglietto) forse non sono spettacolari né grandi (un rettangolo di qualche centinaio di metri per lato), ma presentano diversi begli archi e sono in un luogo suggestivo, circondato com'è da montagne con ancora la neve sulle cime.
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La visita non richiede più di un'ora, e uscendo incrociamo il primo gruppetto di turisti italiani.
Dirigendoci verso Baalbek abbiamo potuto vedere lungo l'autostrada alcuni accampamenti di profughi siriani, in fuga dalla guerra civile che in questi giorni affligge il loro Paese.
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In questa zona è molto forte la presenza di Hezbollah, il “Partito di Dio” sciita che, forte delle sovvenzioni iraniane, assiste libanesi e profughi.
Numerose le effigi, anche lungo l'autostrada, dei capi barbuti ed inturbantati del movimento, e addirittura all'ingresso di Baalbek è in costruzione una moschea sciita sullo stile architettonico delle moschee iraniane (anche se molto lontana dalla loro bellezza).
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Il biglietto per le rovine di Baalbek costa 15.000 lire, ma le vale tutte.
I resti dei templi sono impressionanti per la loro grandezza, sono alti e massicci, e dopo un paio d'ore siamo usciti totalmente soddisfatti.
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Sopra il nuovo parcheggio c'è un localino piccolo piccolo che propone una specialità culinaria di Baalbek, una specie di ravioli di carne cotti al forno e che si ordinano a dozzine e si mangiano dopo aver spremuto su ognuno di loro poche gocce di limone: ottimi, anche perché fatti lì per lì davanti ai nostri occhi, con scatole e scatole che partivano in continuazione per Beirut.
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Siamo poi passati a trovare la sorella di Stephan, che lui non vedeva da quasi un anno, ed abbiamo così sperimentato l'ospitalità libanese che – anche in un'abitazione modesta – ci ha fatto sentire a nostro agio.
Un nipote di Stephan si è anche dato da fare per fare aprire apposta per noi la moschea omayade, ricostruita una decina di anni fa sulle rovine di quella costruita tra il VII e l'VIII secolo.
Molto carina, veramente, con le pareti in pietra, il soffitto in legno ed il colonnato romano.
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Sulla via del ritorno per Beirut ci siamo anche fermati alla fabbrica (?) del vino di Ksara, dove abbiamo visto alcune delle grotte ove conservano il vino.
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A Beirut passeggiata per Hamra e cena da Abou Hassan (Raoushe-Karakas Str.), che abbiamo reputato degno di una nostra visita in quanto affollato di gente locale, e che infatti si è rivelato buono ed economico (32.000 lire in due).

Tripoli, 26 aprile

Movimentato trasferimento a Tripoli, quest'oggi.
Taxi fino alla stazione degli autobus di Charles Hélou, dove ci hanno detto – o almeno questo abbiamo capito – che nessun autobus sarebbe partito per Tripoli prima delle tre del pomeriggio per protesta contro l'innalzamento del prezzo della benzina (che costa come da noi in Italia, per cui li capisco benissimo), ma che la strada NON era chiusa.
A quel punto, declinata l'offerta dell'esoso tassista che ci avrebbe portato a Tripoli per 200 dollari, tramite un paio di minibus (1.000 lire l'uno a tragitto) siamo ritornati all'Hotel Embassy, da dove abbiamo contattato il loro tassista che ci ha mandato un suo conoscente che per 85 dollari ci avrebbe condotto a destinazione.
In effetti, lungo la strada poco fuori Beirut abbiamo trovato un blocco parziale da opera di alcuni autotrasportatori, ma il traffico non ci ha impedito di continuare.
Peccato però che a 15 km da tripoli la strada fosse ulteriormente bloccata, con la previsione che sarebbe rimasta tale fino alle tre del pomeriggio.
Considerato che erano le 11 del mattino e che eravamo vicini allo svincolo per i Cedri e Becharrè, l'autista ci ha proposto di andare fin laggiù per poi proseguire verso Tripoli dopo la riapertura della strada, al non economico costo totale di 170 dollari che, però, ci avrebbe permesso di vedere un altro pezzo di Libano.
Piuttosto che perdere tutta la mattinata in fila sull'autostrada abbiamo accettato, e lui ha fatto inversione sulla stessa corsia, arrivando contromano allo svincolo.
Abbiamo così iniziato l'ascesa fino alla stazione sciistica dei Cedri, a poco più di 2.000 metri, dando un'occhiata anche al piccolo boschetto di alberi sopravvissuti ai tagli avvenuti nel corso dei millenni.
C'era anche la neve, ma non abbastanza per sciare, sicché gli impianti erano chiusi e c'erano solo pochi escursionisti francesi in giro.
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Da lì siamo scesi verso Becharrè, famosa per aver dato i natali al poeta Kahlil Gibrain, ma che non ha avuto per noi altra attrattiva se non il ristorante Makhlouf, dove abbiamo pranzato con degli enormi panini al pollo pieni di cipolla, che hanno continuato a riproporsi durante tutto il resto del giorno.
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Bello il panorama sulla valle di Qadisha, ma la strada per Tripoli era riaperta e ci siamo affrettati per arrivarci.
Qui, dopo faticosa ricerca, abbiamo finalmente trovato l'Hotel Koma, dove avevo prenotato una stanza (65 dollari a notte), che si trova vicinissimo alla centrale piazza Tell, ma in un vicolo stretto ed oscuro.
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Le stanze sono però ristrutturate di recente e l'aspetto interno è decisamente migliore di quello che appare da fuori.
Giretto per il souk, purtroppo in via di chiusura per via dell'ora pomeridiana, e poi taxi (5.000 lire) per Al Mina, propaggine verso il mare della città, dove abbiamo visto il Burj Es-Sabaa, costruzione militare mamelucca
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che sorge in mezzo a cumuli di immondizia dove le famiglie fanno picnic, nonché scheletri di vagoni ferroviari arrugginiti dove pascolano le capre.
Lunga passeggiata verso e sulla Corniche, percorsa dalle solite famigliole e da patiti del jogging.
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Altro taxi (4.000 lire) per il centro cittadino e rientro in albergo senza cena, considerati gli effetti nefasti dei panini mangiati a pranzo: burp!

Tiro, 27 aprile

Oggi la colazione è compresa nel costo della camera, e nella sala ove viene servita incontriamo il primo italiano, un giornalista di Pesaro, ed un simpatico ragazzo cinese che parla un inglese perfetto.
Considerato che oggi è venerdì e che quindi il souk chiuderà alle 12:30, decidiamo di vedere in mattinata la città vecchia ed il souk, e partire all'ora di pranzo per Tiro.
Il giro del vecchio mercato riporta a tempi andati, con il consueto andirivieni di gente negli stretti vicoli.
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Riesco a trovare il ciondolo ricordo del viaggio (manco a dirlo, un piccolo cedro del Libano in argento), mentre mia sorella concentra i suoi acquisti nel campo del sapone artigianale.
Visitiamo anche la fortezza, che però è in ristrutturazione e quindi non totalmente accessibile.
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Non riusciamo ad entrare nella Grande Moschea per via della preghiera del venerdì, ma visitiamo l'hammam Al-Jadid, oramai in disuso ma i cui resti sono molto belli.
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Ripresi i bagagli in albergo, saliamo sul primo minibus in partenza per Beirut, che ci porta alla stazione di Charles Hélou.
Da lì un taxi per 8.000 lire ci porta alla stazione da cui partono i minibus per Tiro (Sour, in lingua locale), uno dei quali stava per partire proprio al nostro arrivo (5.000 lire il biglietto).
E così in breve tempo abbiamo attraversato tutto il Libano da nord a sud.
Vediamo anche i primi caschi blu dell'ONU, ed una presenza militare leggermente più marcata, ma d'altro canto fino a qualche anno fa questa zona era occupata militarmente dall'incomodo vicino meridionale, quell'Israele che solo problemi ha portato all'area dalla sua creazione.
Ennesimo taxi (4.000 lire) per l'Hotel Al Fanar, proprio di fronte al faro del piccolo porto, che per 70 dollari ci dà l'ultima stanza disponibile, con vista sulla hall ed un bagnetto dal cui soffitto cadono pezzi di intonaco.
Ma la colazione è compresa nel prezzo, e c'è il wifi gratis (!), e proprio di fronte c'è una piccola spiaggia dove ci stendiamo immediatamente al sole.
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Cena al Petit Phoenicien, ristorante un po' pretenzioso e costosetto specializzato in pesce, dove ce la caviamo con 50.000 lire ma usciamo sazi.

Tiro, 28 aprile

La colazione che viene servita all'Hotel Al Fanar è forse abbondante, ma non incontra il nostro gusto in quanto sostanzialmente salata, e così ricorro alle mie scorte personali di biscotti e merendini per le quali vengo costantemente preso in giro ma che alla fine mi vengono sempre chieste dalla persone con cui viaggio.
E anche stavolta niente eccezioni, con mia sorella che ha con gusto inzuppato nel tè i miei tarallucci del Mulino Bianco.
Lunga camminata fino al sito archeologico di Al Bass, situato di fianco ad un campo di profughi palestinesi.
Le rovine non sono eccezionali, ma spicca l'enorme ippodromo romano, più lungo del Circo Massimo a Roma.
Pochissimi turisti, tra i quali un gruppetto di militari cinesi dell'UNIFIL, che ci hanno chiesto  di posare con loro per una foto.
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Da Al Bass altra lunga camminata fino al sito minore di Al Mina, situato quasi in riva al mare e che non vale un granché.
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Chiusura del giro con un breve rientro in albergo per cambiarci, ed altra lunga camminata fino alla “Riserva Naturale” della spiaggia di Tiro (leggi: spiaggia meno sporca delle altre), dove siamo rimasti a prendere il sole tutto il pomeriggio in completo ozio.
Le camminate – a piedi anche il ritorno in albergo – ci hanno comunque fiaccato a dovere: fatta la doverosa doccia, nessuno dei due ha avuto voglia di rivestirsi per andare a cena, sicché siamo andati direttamente a dormire.

Tiro, 29 aprile

Oggi gita a Sidone: bus dal porticciolo di Tiro (2.000 lire a testa), non proprio celere perchè non percorre l'autostrada, ma noi non abbiamo alcuna fretta perché il cielo è nuvoloso e non dobbiamo forzare i tempi per rientrare a Tiro per andare in spiaggia.
A Sidone visita dei resti del castello del mare, del bel Khan dei Francesi, splendidamente restaurato, dei (pochi) resti del castello di San Luigi, e poi giro per i suggestivi vicoli del souk, dove siamotornati nel medioevo.
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Pranzo a base di felafel da Abou Ramy, davanti al castello del mare, e ritorno nel pomeriggio a Tiro con il solito bus.
Cena presso il nostro albergo.

Beirut, 30 aprile

La mia esperienza di viaggi a volte non mi impedisce di commettere qualche errore: aver fatto caricare il conto della cena direttamente sulla stanza senza averlo prima esaminato ha fatto sì di aver avuto questa mattina la sorpresa di ben 25 dollari in più da pagare per il cibo niente di che di ieri sera.
Ben mi sta.
Quanto meno ci hanno accompagnato gratuitamente alla stazione dei minibus per Beirut (destinazione Cola, 5.000 lire l'uno).
Da qui taxi service (5.000 lire) fino al nostro albergo, sempre l'Embassy di Hamra.
Giornata nuvolosa, e passeggiata fino a Downtown, destinazione il nuovo centro commerciale fighetto di Beirut Souks.
Qui sembra di essere in un altro mondo rispetto al resto del Paese: negozi delle migliori marche, tutto pulito, wifi gratis, e bagni impeccabili dove appena ho finito di utilizzarne uno si è materializzata dal nulla un'inserviente che ha immediatamente provveduto a pulire tazza e tavoletta mentre io mi lavavo le mani.
Ovviamente, della “gente comune” qui non vi è traccia: sembra di essere entrati in un ghetto al contrario.
Lo stesso dicasi per il resto del quartiere, dove non si sentono strombazzare tassisti che chiedono di caricarti a bordo, non ci sono minibus collettivi, e dove ci sono cantieri che costruiscono nuovi grattacieli.
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Ultimi acquisti di souvenir e pasticcini da Taj Al-Mouloud.
Trovato pieno il ristorante Abou Hassan, quindi cena dal solito Marrouche e a letto presto, che domattina alle 5:30 un taxi ci porterà in aeroporto per tornare a Roma.

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E così ho aggiunto l'ennesimo tassello al Medio Oriente.
C'è da dire che qui, più che in altri posti della zona geografica, ho notato enormi differenze tra le fasce della popolazione che godono di un reddito elevato e la “gente comune” (per non parlare di chi vive nei campi profughi).
In Libano chi ha i soldi vive a Beirut, anche perché sia Tiro che Sidone sono spesso teatro di scontri a fuoco tra fazioni rivali o di invasioni israeliane.
Non che a Beirut si viva sempre tranquilli, ma la differenza stridente che c'è tra la sua downtown ed il resto del Paese dà quell'impressione di “isola felice”.
Il Libano è grande quasi come il Lazio, ed offre allo stesso tempo mare e montagna, siti archeologici anche di rilievo, mercati fascinosamente rimasti al medio evo, grattacieli stile Montecarlo e palazzi crivellati dai proiettili.
Si visita agevolmente in dieci giorni, i prezzi dei mezzi pubblici sono assolutamente contenuti, e anche per mangiare non ci si svena.
Da vedere, almeno nei periodi di pace...