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Fathepur Sikri/Agra, 16 agosto

Sarà di un certo livello, il Niro's, ma se dopo la prima sera avevamo avuto qualche lievissimo disturbo gastrointestinale stavolta abbiamo dovuto affrontare il viaggio supportati da pasticche varie.
Ad ogni modo, dopo ore di un viaggio tormentato dalle condizioni stradali e dal traffico, siamo giunti alle rovine di Fathepur Sikri, città voluta da Akbar e che venne abbandonata dopo la sua morte.
La giornata è caratterizzata da un caldo particolarmente umido ed asfissiante, e l'architettura spigolosa dei palazzi di color marrone rossiccio ci trasmette un senso di oppressione; visitiamo anche la moschea, che porta il nome di Jama Majid come quella di Delhi ma è molto più grande (anche se inverosimili risultano le affermazioni secondo le quali sarebbe la copia di quella della Mecca).

Fathepur Sikri: i palazzi...

...e la moschea

Ad Agra i problemi cominciano quando il primo alloggio sulla nostra lista risulta completo: iniziamo così a peregrinare da un posto ad un altro, che scartiamo perchè troppo cari o troppo sporchi o... completi!
Il fatto è che molti indiani hanno fatto il "ponte di ferragosto" approfittando della festa dell'indipendenza (venerdì), e sono venuti ad affollare Agra e a vedere il Taj Mahal.
Alla fine troviamo posto all'Atithi Hotel per 1.260 rupie (25 euro) dopo aver contrattato un pò: è caro, ma ha la piscina...
Filiamo di corsa verso il Taj Mahal, tappa imperdibile di un viaggio in India, e scopriamo che il biglietto per gli stranieri costa ben 750 rupie: paghiamo, ovviamente, anche se il fatto che gi indiani paghino 20 rupie ci fa girare le palle non poco.
Lo spettacolo che ci si presenta all'ingresso è in ogni caso maestoso, e non ci sono foto che possano rendere l'idea di questo edificio che si staglia tra i quattro minareti.

Il Taj Mahal

Particolare d'angolo

Il giro intorno ai cenotafi è stato compiuto in tempo brevissimo: tra la folla e il caldo e la puzza e il casino degli indiani che, scoperto l'eco prodotto dalla cupola, non facevano altro che emettere grida, non era il caso di attardarci all'interno.
Siamo usciti sulla terrazza dal lato del fiume, e poi pian piano ci siamo diretti verso l'uscita, voltandoci ogni pochi passi per ammirare la bellezza bianca che nella semplicità delle sue lineee costituisce un monumento di grazie e maestosità insieme.
Con il pullmino navetta elettrico che fa la spola con il parcheggio (l'area di 2,5 km quadrati intorno al Taj Mahal è interdetta al traffico, per preservarlo dall'inquinamento) abbiamo raggiunto Gurnam e ci siamo diretti verso l'albergo, o meglio, verso la sua piscina.
Tempo per visitare l'Agra Fort tanto non ce n'era, e ad ogni modo di forti ne abbiamo visti tanti.
Tre quarti d'ora ammollo, dopo una sudata in compagnia dei gitanti locali che ci aveva ridotto ad essere maleodoranti, hanno fatto di noi delle persone nuove.
Cena nell'unico posto vicino che ispirasse una certa fiducia: Pizza Hut!
Non ci avevo mai messo piede neanche in Europoa, ma credo che i sapori non fossero così dicersi da quelli inglesi, e poi dopo i problemi che ci avevano colto per le cene al Niro's di Jaipur, volevamo una cucina "non indiana".


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