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Yazd, 27 dicembre

Dopo una notte quasi insonne per la rabbia di perdermi Bam, siamo partiti alla volta di Yazd.
Il pullman ha percorso in più di 8 ore il tragitto, dovendo moderare la velocità a volte per il traffico di camion (mai però veramente intenso), ma in primo luogo perchè qui la polizia controlla - come è successo a noi - il dischetto cartaceo di registrazione della velocità che hanno tutti i mezzi "pesanti".
Lungo la strada, che scorre su altopiani circondati da montagne a volte innevate, abbiamo trovato un vecchio caravanserraglio in rovina, caratterizzato da un'insolita pianta ottogonale.
A Yazd l'Hotel Nabavi aveva solo 19 posti letto liberi e disponibili, e così noi della "fronda" abbiamo alloggiato all'Hotel Farhang.
Entrambi gli alberghi sono un tantino sporchi e decrepiti ma, in fin dei conti, accettabili, anche se ci si muore dal caldo per il riscaldamento afoso e lenzuola e coperte sono di puro finto acrilico.
Speriamo bene per la colazione di domattina!
Cena - niente di che, quanto a quantità - al ristorante Malek-oTojjar, e partita a UNO nella stanza che ancora condivido con il mio omonimo.

Yazd, 28 dicembre

Colazione, come già a Shiraz, non eccezionale, ma la marmellata di carote surclassava quella di ciliegie trovata in precedenza.
Dopo aver trovata chiusa la piccola fortezza zoroastriana dei leoni, abbiamo proseguito il giro dedicato ai seguaci di Ahura Mazda recandoci con il pullman del gruppo prima alle torri del silenzio, ove fino a non molti anni fa i cadaveri venivano fatti spolpare dagli avvoltoi, e poi al tempio del fuoco, ove arde ininterrottamente un fuoco acceso nientepopodimenochè nel 470 d.c..

Una delle torri del silenzio

Tornati nel centro cittadino, il gruppo si è diviso, ed in cinque siamo andati a spasso per la città vecchia, inoltrandoci per vicoli pressocchè deserti, ma riuscendo a trovare - nonostante la estremamente lacunosa mappa della Lonely Planet - tutti i luoghi che ci eravamo prefissi di visitare, ed anche qualcosa in più.
Dalla Masjed-é Jamé al mausoleo di Seyed Roknaddin, alla Prigione di Alessandro, alla tomba dei Dodici Imam, per finire alla quasi introvabile Husseinia, dal cui tetto abbiamo goduto di una splendida vista della città, ed il cui portone è stato sbarrato non appena siamo usciti dagli operai che stavano ristrutturando l'edificio.
Dopo aver acquistato un paio di programmi informatici (in Iran non pagano i diritti di copywright, quindi programmi per un valore di centinaia o migliaia di euro sono liberamente venudti per pochi spicci) ed aver preso un tè caldo in albergo (fuori fa parecchio freddo), siamo ripartiti per un pò di shopping nel bazar, dove però abbiamo trovato pochissime cose decenti.
Cena all'Hamum-é Khan, altro ristorante "elegante" (=da turisti) ambientato in un ex hammam, dove, come al solito, non ho mangiato un granchè bene (quanta nostalgia per il mio ristorante persiano di fiducia a Roma!); dopo il pasto ci siamo trasferiti in un salone dedicato al fumo del narghilè, il cui tabacco al retrogusto di menta era anch'esso scadente.
Strano posto, Yazd, con le sue viuzze deserte, i suoi edifici color terra, le sue due religioni, le sue siringhe ed i suoi cannelli di carta usati per fumare oppio lasciati nelle costruzioni diroccate vicino alle torri del silenzio, oppure negli angoli dei vicoli del centro storico, con il suo freddo invernale che ti congela le mani ed il naso, e con il suo aspetto allo stesso tempo invitante ed inquietante.
Sarebbe curioso sperimentare anche il suo famoso caldo estivo, ma 50 gradi forse sono troppi anche per me.

Masjed-é Jamé

Panorama dal tetto dell'Husseinia

Portone: notare i batacchi differenti per uomini e donne


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