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Qom/Teheran, 2 gennaio

Dopo un'ulteriore visita ad una delle case mercantili di Kashan e non essere entrati al giardino di Bagh-é Fin perchè il custode si rifiutava di farci lo sconto per insegnanti (ha guardato il tesserino di un adelle mie compagne di viaggio e lo ha definito "bullshit"), siamo ripartiti per Teheran, via Qom.
Abbiamo provato a corrompere l'autista per farci portare - strada facendo - al lago salato nel deserto del Dasht- è Kavir, ma ci ha fatto vedere che la strada è interdetta ai pullman, e che ci saremmo dovuti procurare una jeep.
A Qom, città santa ove è nato Khomeini, grazie al nostro numero esiguo e ad una piccola dose di diplomazia siamo riusciti ad entrare - di venerdì! - nei cortili della moschea e del santuario, autorizzati dalla sicurezza locale e scortati da una guida che non parlava inglese ma con la quale alla fine siamo riusciti a comunicare grazie alle traduzioni di una diplomatica iraniana e di una delle mie compagne, che parla l'arabo; ovviamente, le ragazze hanno dovuto indossare un più castigato chador.
Il brutto cielo nuvoloso non gioverà alle foto, ma stare qui a vedere l'afflusso della folla per il venerdì di preghiera non è cosa di tutti i giorni.
Sulla strada per Teheran, in mezzo alla neve, abbiamo visitato il luogo in cui è posta la bara di Khomeini; nulla di spettacolare, ma in fin dei conti lo stesso ayatollah chiese di poter stare in un posto sobrio, dove la gente potesse essere felice e tranquilla e i bambini poter giocare.
All'interno non sono ammesse macchine fotografiche, si lasciano fuori le scarpe e si viene sottoposti a perquisizione.
Alla fine siamo riusciti a raggiungere l'Iran Hotel, che si trova proprio di fronte al Kowsar, dove abbiamo alloggiato all'arrivo ma che costa il doppio; pagheremo 35 dollari per una doppia, senza la colazione, ma per stanze abbastanza grandi.
Akbar, il nostro autista, appena abbiamo scaricato i bagagli è ripartito sgommando con il pullman, senza salutare o discutere il programma di domani.
Bah!

L'afflusso dei pellegrini alla moschea di Qom

Le mie castigatissime compagne di viaggio

Teheran, 3 gennaio

Akbar non si è più visto, dobbiamo vedere il Museo Nazionale e poi andare all'aeroporto, nevica; chiamiamo il corrispondente di "Avventure" a Teheran e spieghiamo la ituazione: dopo circa un'ora arriva un pullmino con un autista sveglio (anche se pure lui non parla una parola di inglese), che cio porta al museo.
Il Museo Nazionale Iraniano ci accoglie con dei reperti del V° secolo avanti Cristo (!), e mostra via via oggetti di ottima fattura che risalgono fino a circa il 500 a.C.; non è molto grande, anzi, ma quanto esposto merita assolutamente la visita ed il prezzo (60.000 rial), che comprende anche l'ingresso alla sezione del periodo islamico, secondo me non eccessivamente interessante.
Ci siamo poi fatti portare dall'autista in una sala da tè vicino a Ferdowski Square, la Ayyarah Tea House, dove abbiamo gustato, oltre al tè, un ottimo dolce, riparandoci dalla nevicata e prendendo tempo per giungere in orario all'aeroporto.
Arrivati lì, amara sorpresa!
I voli in partenza erano tutti cancellati per il maltempo, e quindi l'esserci distaccati dal gruppo per andare a vedere le mete di nostro esclusivo interesse si è rivelato inutile: che sfiga, roba da matti!
Prima il terremoto che distrugge Bam, poi la tormenta di neve che blocca i voli... imprecando contro la sorte ria, cerchiamo un taxi per tornare in albergo ma, ovviamente, tutti gli iraniani che pure hanno dovuto rinunciare a recarsi in aereo dove volevano andare hanno anche loro avuto bisogno di rientrare in città, sicchè di taxi o non se ne trovano, o chiedono prezzi "da giapponesi", tipo 75.000 o 100.000 rial (quando il prezzo "giusto" è 30.000).
Per fortuna siamo stati aiutati da un simpatico ragazzo italo-iraniano, che ha fatto in modo di trovarci due taxi, di prendere un passaggio su uno di essi, e di pagarlo perfino, nonostante le mie proteste.
Quando ci ha proposto di uscire tutti a cena insieme, abbiamo colto l'occasione al volo e lo abbiamo raggiunto nella parte nord della città.
Da lì, con due taxi sempre pagati da lui, siamo andati in un ristorante tradizionale iraniano con tanto di allegro spettacolo dal vivo, fonte di numerosa chiusure d'autorità in passato.
Durante l'ottima ed abbondante cena (il ristorante è l'Alì Qapu, il conto è salato per qui, ma è frequentato dalla Teheran "bene") siamo venuti a sapere che lo stipendio medio di un operaio è di circa 150 euro al mese, mentre un impiegato specializzato prende all'incirca 250 euro, che la benzina costa l'equivalente di 4 centesimi di euro al litro, il gasolio 1 centesimo (e lo Stato ci guadagna pure!).
Sulla situazione politica e sociale ci è stato detto che, come già sapevamo, la gente è oltremodo stufa delle imposizioni religiose che limitano fortemente la libertà, e la dimostrazione è stata data dall'autentico plebiscito che ha portato all'elezione dell'attuale moderato Capo dello Stato.
In ogni caso, anche se le cose sono molto cambiate negli ultimi due anni, la repressione delle manifestazioni studentesche, il controllo daparte della polizia speciale sugli iraniani che si recano spesso all'estero, le punizioni corporali per quelli che possono essere chiamati "reati da divertimento" (qui se si da una festa e si viene trovati con un goccio di alcool si viene frustati, uomini o donne non fa differenza), fanno ritenere che senza un'altra rivoluzione difficilmente cambiamenti radicali potranno avvenire in tempi brevi.
A pensare che fino a pochi anni fa si poteva essere fremati in mezzo alla strada se si passeggiava con una ragazza (solo chiaccherando, mica a braccetto, ci mancherebbe altro!), e che se la ragazza in questione non era una parente stretta si passavano guai seri per aver "dato scandalo", vengono i brividi.
Oggi a Teheran si possono vedere anche (rare) coppie che passeggiano tenendosi per mano, e il famigerato hijab, ovvero il fazzoletto che dovrebbe coprire la testa delle donne, fa vedere sempre più capelli; anche il trucco fa la sua discreta comparsa, ma per chi viene dalla realtà occidentale l'impressione è sempre e comunque quella di un paese represso.
Secondo il nostro amico l'Iran non è un paese maschilista, perchè in fin dei conti le donne hanno accesso a qualsiasi carriera, cosa che in altre nazioni musulmane non sempre avviene, come per esempio in Arabia Saudita (pare anche che gli iraniani non vedano di buon occhio gli arabi, per via del cambiamenti culturali che hanno determinato con la loro conquista già a partire dal VII° secolo dopo Cristo), ma noi continuiamo a rimanere perplessi.

Museo Nazionale: inizia a nevicare

Azadi Square imbiancata

Teheran, 4 gennaio

Neanche a dirlo, oggi c'è una spelndida giornata di sole.
Prima tappa, la sede centrale dell'Iranair, per farsi rimborsare i biglietti non utilizzati ieri.
Nella mia qualità di "capogruppo" derivante, se non altro, dall'essere l'unico di sesso maschile (incredibile quanto la cosa conti da queste parti: le mie compagne di avventura non sono minimamente prese in considerazione), ho presieduto all'operazione, coadiuvato da un giovane e simpatico impiegato che, come sovente mi è accaduto in questo viaggio, mi ha intrattenuto con una conversazione sul nostro campionato di calcio.
Qui in Iran, come capiscono che sei italiano, iniziano a citare squadre e giocatori, sui quali sono aggiornatissimi.
Ammirano Milan e Roma, Totti, Del Piero e Vieri, non citano molto l'Inter (quando un giorno vinceremo qualcosa forse le cose cambieranno), ma sanno che Cuper è stato cacciato via e che ora l'allenatore è Zaccheroni.
Solo in un'occasione mi è toccato sentire l'abusato "Italia, mafia", ma forse si riferivano alla Juventus...
Dagli uffici dell'Iranair siamo andati al Museo dei Gioielli, ma solo per scoprire che avrebbe aperto alle 14, e così abbiamo scelto di visitare il Museo Reza Abbasi, che mostra pregevolissimi reperti risalenti a periodi che vanno dalla preistoria, agli imperi persiani, all'epoca islamica; il terzo piano, dedicato agli oggetti più antichi, è veramente notevole.
Dopo una breve tappa in albergo, siamo tornati al Museo dei Gioielli, dove ci simo trovati circondati da quanto di più kitch l'arte orafa abbia potuto concepire con un mare di ori, argenti e pietre preziose (soprattutto smeraldi); il Trono del Pavone faceva la sua figura in fondo alla sala, ma il top del pacchiano era rappresentato da un mappamondo tempestato di gemme, un oggetto tanto prezioso quanto imbarazzante per il suo pessimo gusto.
Dopo aver lungamente cercato, ed alfine trovato dei bei libri fotografici, uno grande sull'Iran e uno piccolo (ed in farsi!) solo su Bam, siamo andati a cena a quell'Ayyarah Tea House dove già avevamo preso il tè.
Come ristorante non è affatto male, i prezzi sono contenuti, l'atmosfera è cordiale, c'è un vecchietto in abito tradizionale che serve il tè, prepara il dizi (altrimenti detto abgusht), toglie il malocchio, insomma funge da "maestro di cerimonie" del locale, che è veramente un personaggio.
Purtroppo, l'idilliaca atmosfera conviviale è stata turbata dall'ingresso di qualcuno del quale proprietario e camerieri avevano un apaura fottuta, evidentemente perchè era dotato di sufficiente potere relogioso-integralista per far avere seri guai al locale: da quel momento, musica lagnosa, niente narghilè per le donne, ed atmosfera tetra.
Il capo cameriere si è scusato con noi, ma ci ha fatto capire che era un momentaccio.
Peccato, ma contiamo di tornarci per l'ultima cena prima di ripartire per l'Italia.
Domani gita nel deserto del Dasht-é Kavir, fino al lago salato Namak.

Teheran, 5 gennaio

E invece no!
La sfiga, che ci perseguita dall'inizio e che non è stata eliminata dalle operazioni anti-malocchio del cameriere dell'Ayyarah, ha colpito ancora.
Avevamo organizzato, tramite il corrispondente locale di Avventure nel Mondo, una gita per l'intera giornata nel Dasht-é Kavir, per vedere il deserto, un caravanserraglio, il lago salato, ma appena ci siamo inoltrati nella zona (peraltro coperta da un bel nebbione che limitava la visibilità a pochi metri) non abbiamo potuto proseguire perchè chi aveva organizzato il giro non aveva provveduto a munirsi dei numerosi permessi (il deserto in questione è una riserva naturale protetta).
Chiaro che non abbiamo pagato un centesimo, salvo dare una mancia all'autista e alla simpatica guida (multilingue, stavolta!), ma siamo pur sempre tornati a Teheran con le pive nel sacco.
Come già avvenne in occasione del nostro rientro dall'aeroporto bloccato dalla neve, ci siamo ripresentati al perplesso personale dell'Iran Hotel con un "hello again!", e abbiamo preso un paio di stanze per riposarci , in attesa della partenza di stanotte per l'aeroporto alla volta dell'Italia.
Tanto, di interessante a Teheran non era rimasto molto da vedere e quindi, considerata la levataccia mattutina per la gita fallita, tanto valeva dormire fino a sera.
Come preventivato, siamo tornati a cenare all'Ayyarah di Ferdowski Square, eletto nostro locale preferito nella capitale, dove stavolta non ci sono stati impedimenti di sorta al trascorrere di una lieta serata (anche se il proprietario ed i camerieri erano sempre sul chi vive e davano frequenti occhiate all'ingresso).
Ad un certo punto, però, anche le "mie donne" hanno dovuto smettere di fumare il narghilè, poichè qualche altra ragazza presente nel locale ha cominciato a fare discorsi con i camerieri del tipo "se lo fanno loro, perchè io no?".
Congedatici dal locale, abbiamo fatto ritorno in albergo: appuntamento all'una di notte per la partenza.

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Cammelli battriani nel Dasht-é Kavir

Ayyarah Tea House

Alla fine del viaggio, tanti, tantissimi rimpianti: ero venuto apposta per vedere Bam, ed è crollata prima che potessi vederla, non ho potuto vedere la ziggurat di Choga Zambil perchè la tormente ha bloccato i voli, non sono potuto entrare nel Dasht-é Kavir perchè chi ci ha organizzato la gita era un deficiente, e perfino i tentativi di andare a Mashad sono naufragati perchè i voli erano tutti completi.
Certo, ho visto cose molto belle, ho conosciuto gente molto simpatica, ma questo in Iran è stato per me un viaggio "monco".
Tutte le preoccupazioni di chi in Italia sentiva della mia partenza per questi luoghi, preoccupazioni dovute solo ad un'abbondante dose di ignoranza, si sono rivelate assolutamente infondate.
Il posto è sicurissimo, ed è stato uno dei pochi, se non il solo, ove ho potuto tranquillamente andare in giro con lo zainetto dietro anzichè davanti.
La gente è cordialissima, e quando chiede "da dove vieni?", alla risposta immancabilmente dicono "benvenuto in Iran, benvenuto a..." e aggiungono il nome della città ove ci si trova.
Hanno dei seri problemi con il regime, ma pare che le cose stiano lentamente migliorando.
Le mie compagne di viaggio hanno sofferto molto l'imposizione dell'hijab, ma questi sono i costumi locali: prendere o lasciare.
Però... ammazza che sfiga questa volta!


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