Teheran, 4
gennaio
Neanche a
dirlo, oggi c'è una spelndida giornata di sole.
Prima tappa, la sede centrale dell'Iranair, per farsi rimborsare i
biglietti non utilizzati ieri.
Nella mia qualità di "capogruppo" derivante, se non
altro, dall'essere l'unico di sesso maschile (incredibile quanto la
cosa conti da queste parti: le mie compagne di avventura non sono
minimamente prese in considerazione), ho presieduto all'operazione,
coadiuvato da un giovane e simpatico impiegato che, come sovente mi
è accaduto in questo viaggio, mi ha intrattenuto con una conversazione
sul nostro campionato di calcio.
Qui in Iran, come capiscono che sei italiano, iniziano a citare squadre
e giocatori, sui quali sono aggiornatissimi.
Ammirano Milan e Roma, Totti, Del Piero e Vieri, non citano molto
l'Inter (quando un giorno vinceremo qualcosa forse le cose cambieranno),
ma sanno che Cuper è stato cacciato via e che ora l'allenatore
è Zaccheroni.
Solo in un'occasione mi è toccato sentire l'abusato "Italia,
mafia", ma forse si riferivano alla Juventus...
Dagli uffici dell'Iranair siamo andati al Museo dei Gioielli, ma solo
per scoprire che avrebbe aperto alle 14, e così abbiamo scelto
di visitare il Museo Reza Abbasi, che mostra pregevolissimi reperti
risalenti a periodi che vanno dalla preistoria, agli imperi persiani,
all'epoca islamica; il terzo piano, dedicato agli oggetti più
antichi, è veramente notevole.
Dopo una breve tappa in albergo, siamo tornati al Museo dei Gioielli,
dove ci simo trovati circondati da quanto di più kitch l'arte
orafa abbia potuto concepire con un mare di ori, argenti e pietre
preziose (soprattutto smeraldi); il Trono del Pavone faceva la sua
figura in fondo alla sala, ma il top del pacchiano era rappresentato
da un mappamondo tempestato di gemme, un oggetto tanto prezioso quanto
imbarazzante per il suo pessimo gusto.
Dopo aver lungamente cercato, ed alfine trovato dei bei libri fotografici,
uno grande sull'Iran e uno piccolo (ed in farsi!) solo su Bam, siamo
andati a cena a quell'Ayyarah Tea House dove già avevamo preso
il tè.
Come ristorante non è affatto male, i prezzi sono contenuti,
l'atmosfera è cordiale, c'è un vecchietto in abito tradizionale
che serve il tè, prepara il dizi (altrimenti detto abgusht),
toglie il malocchio, insomma funge da "maestro di cerimonie"
del locale, che è veramente un personaggio.
Purtroppo, l'idilliaca atmosfera conviviale è stata turbata
dall'ingresso di qualcuno del quale proprietario e camerieri avevano
un apaura fottuta, evidentemente perchè era dotato di sufficiente
potere relogioso-integralista per far avere seri guai al locale: da
quel momento, musica lagnosa, niente narghilè per le donne,
ed atmosfera tetra.
Il capo cameriere si è scusato con noi, ma ci ha fatto capire
che era un momentaccio.
Peccato, ma contiamo di tornarci per l'ultima cena prima di ripartire
per l'Italia.
Domani gita nel deserto del Dasht-é Kavir, fino al lago salato
Namak.
Teheran, 5
gennaio
E invece no!
La sfiga, che ci perseguita dall'inizio e che non è stata eliminata
dalle operazioni anti-malocchio del cameriere dell'Ayyarah, ha colpito
ancora.
Avevamo organizzato, tramite il corrispondente locale di Avventure
nel Mondo, una gita per l'intera giornata nel Dasht-é Kavir,
per vedere il deserto, un caravanserraglio, il lago salato, ma appena
ci siamo inoltrati nella zona (peraltro coperta da un bel nebbione
che limitava la visibilità a pochi metri) non abbiamo potuto
proseguire perchè chi aveva organizzato il giro non aveva provveduto
a munirsi dei numerosi permessi (il deserto in questione è
una riserva naturale protetta).
Chiaro che non abbiamo pagato un centesimo, salvo dare una mancia
all'autista e alla simpatica guida (multilingue, stavolta!), ma siamo
pur sempre tornati a Teheran con le pive nel sacco.
Come già avvenne in occasione del nostro rientro dall'aeroporto
bloccato dalla neve, ci siamo ripresentati al perplesso personale
dell'Iran Hotel con un "hello again!", e abbiamo preso un
paio di stanze per riposarci , in attesa della partenza di stanotte
per l'aeroporto alla volta dell'Italia.
Tanto, di interessante a Teheran non era rimasto molto da vedere e
quindi, considerata la levataccia mattutina per la gita fallita, tanto
valeva dormire fino a sera.
Come preventivato, siamo tornati a cenare all'Ayyarah di Ferdowski
Square, eletto nostro locale preferito nella capitale, dove stavolta
non ci sono stati impedimenti di sorta al trascorrere di una lieta
serata (anche se il proprietario ed i camerieri erano sempre sul chi
vive e davano frequenti occhiate all'ingresso).
Ad un certo punto, però, anche le "mie donne" hanno
dovuto smettere di fumare il narghilè, poichè qualche
altra ragazza presente nel locale ha cominciato a fare discorsi con
i camerieri del tipo "se lo fanno loro, perchè io no?".
Congedatici dal locale, abbiamo fatto ritorno in albergo: appuntamento
all'una di notte per la partenza.
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