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Sabratha, 11 agosto

Oggi inizia il ramadan.
È la prima volta che mi capita, dopo tanti viaggi in Paesi islamici, e sono un po' curioso di vedere - almeno da queste parti - cosa comporta nella vita di tutti i giorni.
Ci tocca l'ultima delle lunghe tappe di trasferimento, 10 ore di pullmino per la maggior parte trascorse su strade che scorrono nel nulla totale, con conseguente estremo tedio.
Per ravvivare la giornata ci siamo fermati a vedere due granai fortificati, il primo a Nalut, caratterizzato dagli stretti vicoli al suo interno anziché dal solito cortile, che invece ha il secondo, il Qasr Al Hajj.

Altro lungo e noioso tratto di strada

Le rovine di Nalut vecchia...

...ed il suo granaio

Qasr Al Hajj dall'esterno

...e dall'interno

Per il resto del viaggio, due palle così fino all'arrivo a Sabratha, dove abbiamo preso alloggio al Jawharat Subrata Tourist Hotel, niente di che ma frigo in camera e curioso rubinetto del lavandino a forma di delfino.
Volevo sapere come regolarmi per il cibo durante il ramadan?
Sono stato servito: i ristoranti non aprono prima delle 10 di sera, e fino ad allora abbiamo ciondolato in giro facendo le vasche sulla strada statale che scorre all'interno della città, in attesa dell'apertura, per poi entrare nel primo che ha aperto, una pizzeria.

Tripoli, 12 agosto

Siamo arrivati al sito di Sabratha, dove abbiamo trovato ad attenderci la guida che ci ha illustrato abbastanza bene (mai quanto quella di Leptis Magna) la rovine, che sono sì   interessanti, ma anch'esse non come quelle di Leptis.

Sabratha: il monumento fenicio

Il foro

La curia

Il battistero nella basilica

Poche vestigia di una grande città

Mosaici...

...e terme

Il teatro

Balaustra nel teatro

Durante la visita la guida ci ha detto che domani, essendo venerdì di ramadan, il museo di Tripoli sarà chiuso, e che oggi chiuderà all'una.
Risultato, siamo dovuti partire di corsa per Tripoli, saltando il museo di Sabratha, il previsto bagno davanti alle rovine (ahimè!), e la tomba bizantina di Janzur.
Nonostante la corsa, siamo giunti a tripoli alla chiusura del museo e, tramite la guida tripolina avvisata da Sabratha per telefono, siamo riusciti a tenerlo aperto solo per noi con un "contributo" di 100 dinari a favore del personale che sarebbe dovuto rimanere.
Il museo ha di interessante soprattutto un mosaico tra i più belli al mondo, fatto con tessere piccolissime che hanno consentito agli autori di eseguire incredibili   sfumature policrome, mentre per il resto non ha oggetti veramente eccezionali, e la sezione della storia della Libia moderna manca totalmente di una parte riguardante Re Idriss.
Al riguardo, la guida ha detto che non dipendeva da lei... bisogna dire che tutte le volte che si parla di Gheddafi e di decisioni del suo governo tutti i libici fanno "i vaghi" e cercano di cambiare discorso.

Il castello di Tripoli

Un bel mosaico a tessere minute

Finita la visita al museo, abbiamo preso possesso dei nostri alloggi all'Hotel El Medina (dignitoso, ma senza frigo in camera), sul lungomare tra la Piazza Verde, luogo delle adunate del leader libico, e l'Arco di Marco Aurelio.
Abbiamo riscontrato che oggi è proprio tutto chiuso: negozi e suk, tutte saracinesche abbassate, impossibile o quasi (bisogna avere la fortuna di trovare uno dei rari alimentari aperti) reperire cibo e bevande durante il giorno.
Una passeggiata dalla Piazza Verde (di giorno un grosso parcheggio) verso i palazzi costruiti dagli italiani durante l'occupazione non ci ha consentito di vedere bellezze architettoniche particolari, anche perché la Galleria De Bono è chiusa per lavori di ristrutturazione, ma considerato che i negozi sono tutti chiusi un giro a piedi era l'unica cosa da fare.

La torre ottomana dell'orologio

La Masjed Jamal Abdel Nasser (ex cattedrale)

Sale da tè in stile coloniale italiano

La biblioteca nazionale (ex palazzo del governatore)

Abbiamo cenato, concedendoci un piccolo lusso, all'Athar Restaurant, un posto all'aperto abbastanza raffinato (considerati i nostri standard durante il viaggio) proprio adiacente l'Arco di Marco Aurelio: alla fine per circa 24 dinari abbiamo avuto il piacere di mangiare con un tovagliolo di stoffa, il che non mi pare poco considerato che spesso non ne abbiamo avuto nemmeno di carta.
Dopo cena un'altra passeggiata lungo la via Omar Al Muktar, strada di "struscio" notturno che parte da una Piazza verde illuminata a giorno con orrendi riflettori buoni per San Siro.

Tripoli, 13 agosto

Oggi è venerdì di ramadan, per cui la città sembra Roma a ferragosto qualche anno fa.
Tutto chiuso, non un'anima in giro, per cui la soluzione è stata prendere un taxi (3 dinari) per Sandy Beach, a ovest del promontorio su cui sorge la medina, proprio sotto l'erigendo Hotel Marriot.
La spiaggia non è pulitissima, ma per un dinaro a testa si può stare sotto la tettoia di palma (indispensabile per proteggersi dal sole cocente) e fare il bagno nel mare pulito e sabbioso.

La spiaggia, con l'Hotel Marriot sullo sfondo

Nel pomeriggio passeggiata nel cuore della medina che si preparava alla cena serale, con effluvi di cibo provenienti dalle case nei vicoli polverosi (e pulciosi, come possono testimoniare i miei piedi).
Abbiamo potuto osservare, oltre alle moschee e alle case, scorci della vita quotidiana tradizionale degli abitanti locali.

L'arco di ingresso alla medina

Le moschee: arte

e spiritualità

L'arco di Marco Aurelio

Cena in un ristorante nella parte orientale della città, non lontano dalla Piazza Verde, dove nonostante l'atmosfera quasi lussuosa (pareti decorate con vetrate ad immagini colorate), il cameriere capiva solamente l'arabo.
Cambiati al nero (sotto l'arco di ingresso alla medina dalla parte della Piazza Verde) i dinari che ci sono rimasti per non correre il rischio di trovare le banche chiuse in aeroporto domattina, siamo andati a fare i bagagli.

*** *** ***

La Libia, almeno nella sua parte costiera, si è rivelato il Paese più brutto visto finora dal sottoscritto, fatta eccezione - naturalmente - per i maggiori siti archeologici.
Prescindendo dal territorio, per la gran parte piatto e brullo (salvo la Cirenaica, più collinare e coltivata), le costruzioni sono tutte state fatte con il solo scopo di farvi abitare la gente, senza alcun progetto estetico, con gli impianti idraulici tutti "a vista".
La mancanza assoluta di un qualsiasi senso estetico, dovuta forse al fatto che per centinaia di anni le popolazioni locali hanno abitato sotto delle tende e senza interscambi culturali di un certo rilievo dopo la caduta dell'impero bizantino, hanno fatto sì che questo Paese sia stato costruito secondo il principio "basta che funzioni, almeno in qualche modo": la casa non deve essere altro che un tetto sulla testa, il bagno un luogo ove espletare i propri bisogni e darsi una ripulita.
Non esistono centri storici se non a Tripoli e a Ghadames (che, però, è abbandonata e ridotta ad una città museo), e gli edifici sono solo mattoni e cemento in attesa di costriurvi sopra un ulteriore piano.
Ciò posto, Leptis Magna è meravigliosa, e vale da sola il viaggio.
Anche Sabratha e Cirene non sono male, ma in un'ipotetica scala di bellezza sono situate molti gradini più in basso della città natale di Settimio Severo.
Peccato che tutti i siti siano lasciati molto in abbandono, pare per il motivo che il leader libico veda Greci e Romani alla stregua di invasori, e quindi le loro vestigia indegne di attenzione.
D'altra parte non è che il turismo sia molto invogliato, anzi, è quasi sopportato: in fin dei conti con tutto il petrolio che ha, la Libia non ha certo bisogno della valuta portata dai turisti stranieri.
Chi è stato nel deserto a sud me ne ha detto meraviglie, io mi sono limitato a vedere parte di quello prossimo alla frontiera con Algeria e Tunisia e devo dire che non mi ha impressionato affatto.
Da vedere, quindi, ma con tutte le dovute riserve.


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