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Rabat, 21 Agosto

A Rabat si arriva dopo un'oretta di treno, preso alla stazione Casa-Port; ho notato che i treni non sono molto dissimili da quelli italiani, se non per il fatto che l'aria condizionata funziona, sono in orario, e negli scompartimenti si entra in otto persone.
Oggi è la festa di re Mohammed VI, e la capitale è tutta imbandierata. La gente affolla tanto i mercati della medina (sono in Marocco solo da due giorni e già ho la nausea di mercati e mercatini) quanto le spiagge. Ho deciso di adeguarmi e così, dopo aver preso alloggio all'Hotel Majestic, a circa 400 metri dalla stazione, di fronte all'ingresso della medina, per la modica somma di 226 dirham per notte (almeno è tutto ristrutturato di recente, il bagno è pulito, posso pagare con la Visa), ho dapprima preso accordi con il locale Surf Club per una lezione domani, e poi mi sono sdraiato in costume a riva, in un punto meno gremito.
Un giro pomeridiano nella Rabat moderna mi ha fatto quasi sentire a casa, con un Mc Donald's affollato di giovani armati tutti di telefonino (tenuto peraltro bene in vista, dato che ultimamente il suo grado di diffusione in Marocco ne ha fatto un vero ammennicolo d'obbligo), traffico impazzito per la chiusura dell'arteria centrale cittadina a causa delle manifestazioni per il compleanno regio, coatti in Audi cabrio con musica techno a palla. Mi sa che per vedere l'Africa che c'è nel Marocco mi devo muovere di qui.
La sera ho assistito a parte dei festeggiamenti di piazza per il genetliaco di Sua Maestà; c'era un kitchissima torta di cartone alta cinque metri, con "candeline" con in cima lampadine, il tutto sormontato da un cubo con quattro foto del festeggiato: intorno, diversi ensembles che eseguivano musica locale (almeno non erano quelle puttanate ad uso turistico). Devo dire però che nell'organizzazione non hanno avuto un gran senso dell'intrattenimento, almeno come inteso nel nostro show business: i gruppi spesso si suonavano l'uno addosso all'altro, creando un gran casino, oppure vi erano lunghe pause di silenzio durante le quali non accadeva assolutamente nulla, con evidente calo di tensione ed attenzione. Grazie alla pluriennale esperienza di concerti metallari sono riuscito a conquistare un'ottima posizione a ridosso della transenna, ma dopo una mezz'ora ho ceduto alla noia (e alla fame!) e sono andato a cena all'economicissimo (nonchè infestato da formiche) Cafè de la Jenuesse; qui ho mangiato il mio primo couscous (alla vitella), e ho ritrovato quattro fanciulle venete presenti anche alla visita della moschea a Casablanca, dalle quali ho carpito un pò di informazioni sugli alloggi, dato che avevano finito il giro ed erano sulla via del ritorno.

Festa in piazza per il 38° compleanno di Re Mohammed IV
(torta compresa...)

Rabat, 22 Agosto

La prima onda. La prima onda, a dire il vero, è stata l'ultima, ma forse è meglio che le cose vengano raccontate dall'inizio... Non ho mai amato il windsurf (forse perchè non ho mai avuto buoni rapporti - quando ero un teenager - con chi praticava questo sport che io consideravo "da atteggio"), ma il surf puro ha sempre avuto quel qualcosa che mi attirava: sarà stato "Un mercoledì da leoni", oppure "Point Break", o ultimamente un'invidia pre-senile nei confronti dei pischelli che ad Ostia passano le ore facendo su e giù per le onde mentre io concretizzo le mie giornate nella lettura di un libro steso sul lettino a riva, fatto sta che per me che odio nuotare e basta (per andare dove, poi?) il surf ha spesso rappresentato una buona alternativa ludica alla mera permanenza in acqua senza nè meta nè scopo. Ciò che mi ha sempre trattenuto dal voler imparare il surf ad Ostia è stata quella forma di orgoglio che mi impediva di poter essere fatto oggetto di scherno dai giovani "iniziati" (e devo dire che - in realtà - di trentacinquenni suonati che vogliano imparare ad andare sul surf non ne conosco affatto: sarò mica l'unico in crisi di età?), quindi ho colto al volo l'occasione offertami dalla possibilità di avere lezioni di surf all'Oudayas Surf Club di Rabat, Marocco.
Mi sono presentato in spiaggia alle 8,15, ora normale per i surfisti ostiensi, ma non c'era sole, c'era un vento fottuto e - soprattutto - non avevo fatto i conti che ero sull'Oceano: la bassa marea aveva arretrato l'acqua di un centinaio di metri rispetto al pomeriggio precedente, lasciando allo scoperto un fondale roccioso ai limiti della praticabilità. Dopo tre quarti d'ora passati ad attendere che si facesse vivo qualcuno al Club, mezzo morto di freddo (altro che Africa!) stavo già per fare fagotto ed andare a cercare un pullman per Tangeri, ma mi sono detto il fatidico "ora o mai più!", e alle 9,00 ho varcato la soglia.
La lezione costa 60 dirham l'ora, compresa tavola e muta: resetto tutte le mie nozioni in materia d'igiene, in particolar modo quelle associate alle micosi e, indossata la muta (una Body Glove nera ed azzurra) e presa la tavola (una long board per principianti gialla), ben predisposto dall'accostamento dei miei tre colori preferiti seguo Said, che sarà il mio padrino in questa uscita battesimale. Devo dire che l'ambientazione non è affatto male: parte sabbiosa della spiaggia sotto l'antica casbah di Rabat, alla foce del fiume, con la città pirata di Salè sullo sfondo e musica berbera pompata dagli altoparlanti di un caffè sotto le mura. Imparo subito due cose: l'utilità della muta, senza la quale mi sarei congelato e, soprattutto, che il surf non è così facile come sembra a vederlo da riva. Nonostante la long board, che è la tavola più stabile, ho passato un'ora a fare voli in acqua: quando ero troppo avanti e mi affossavo, quando provavo ad alzarmi troppo presto e "pinnavo", sta di fatto che nonostante le assicurazioni di Said, secondo il quale per essere la prima volta non andavo affatto male, mi sentivo il solito goffo idiota principiante. Per fortuna ho visto in vita mia troppi goffi idioti principianti per non sapere che prima o poi - salvo casi estremi, ma subito riconoscibili ad un occhio esperto - qualche risultato arriva: terminata l'ora, ho voluto tentare un'ultima onda. Non è alta, ma qui sono lunghe, dai bracciate, sentila sotto, aspetta che raddrizzi la tavola dopo la picchiata, uno, due, tre, in piedi, al centro, spostato indietro, piedi paralleli, che faccio, non cado?, perchè?, vai avanti finchè puoi, l'onda si esaurisce, è fatta. E' ora di uscire, anche perchè ho cominciato a tremare dal freddo, ma la vacanza ha avuto il suo senso già dopo tre giorni: nei prossimi, accada ciò che accada. Il bello è che al Club non c'era a disposizione neanche uno specchio, per cui dovrò attendere lo sviluppo della foto fatta con Said davanti all'ingresso per sapere che aspetto ho "da surfista": che palle essere così vanesi...
Nel pomeriggio sono andato a visitare il locale museo archeologico: un pò sfornito, anche perchè buona parte è in fase di allestimento, ma la Sala dei Bronzi ripaga abbastanza i ben dieci dirham pagati all'ingresso (effettivamente belle le teste di Giuba e Catone).
Meno male che sono divenuto un maestro nell'arte di perdere tempo quando non si ha nulla da fare, perchè altrimenti qui sarebbe da spararsi. Purtroppo l'unico treno utile per Tangeri parte alle 7,40 del mattino per cui, una volta fatta la lezione di surf, bisogna andare a zonzo fino a sera, cosa che ho fatto concludendo con un'altra cena al Cafè de la Jeunesse che, formiche a parte, non è poi tanto male (stavolta tajine di vitella). Come già Casablanca, Rabat non è poi un posto così entusiasmante, anche se ho notato - giusto a titolo di curiosità - che ci sono una palestra di Tae Kwon Do ed una di Aikido, quest'ultima purtroppo chiusa (non che mi sarei allenato, ma una lezione l'avrei vista molto volentieri).

La kasbah di Rabat


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