Potrei stare ore a girovagare
per le strade di Sana'a, tra la gente indaffarata e gli oziosi, le donne
velate e i bambini che chiedono in continuazione "sura, sura!",
ovvero "fammi una foto!"; curiosamente, e diversamente da molti
altri posti dove sono stato, qui la gente nella maggior parte dei casi è
orgogliosa di farsi fotografare e, a volte, ti lasciano il loro precario
quanto improbabile indirizzo ("Alì, presso il mercato delle
verdure") per farsi spedire una copia.
Consumata un'ottima cena in un ristorantino proprio fuori della Bab Al-Yaman,
sono tornato in taxi al Gundam Hotel, che ci ha dato qualche stanza per
"appoggio" durante la giornata: da lì siamo ripartiti per
l'aeroporto, destinazione Roma.
*** *** ***
Confesso che i
diari dei miei viaggi con Avventure nel Mondo non mi piacciono, perché
con un gruppo organizzato non riesco a godermi appieno non solo i luoghi,
ma pure lo stesso viaggiare: mi sento tanto turista...
E così finisco per scrivere più per abitudine che per piacere,
e mi capita spesso di omettere la descrizione di quelle sensazioni, impressioni,
luci, ombre e colori che caratterizzano la visita di Paesi tanto diversi.
Per ovviare, aggiungo qui le impressioni sullo Yemen scritte da una delle
mie compagne di "avventura" (?).
*** *** ***
Ad
agosto avevo pubblicamente giurato che sarebbe passato del tempo prima
che un paese musulmano avesse l'onere e l'onore di avermi con sé.
Stufa di foulard, maniche lunghe, donne nascoste, caviglie coperte, niente
alcool, moschee vietate.
Arriva dicembre, e mi prenoto per un tour dello Yemen, proprio il paese
islamico per antonomasia!
Eppure
eppure è stato bello. Ed interessante.
Eliminando il gruppo, il casino organizzativo, il capogruppo maestrina,
le lamentele sul cibo, sul poco mare, sul troppo mare,
è
stato bello.
Fisicamente. Spazio, aria, lo sguardo che vaga e non identifica una casa.
Si focalizza e alla fine ne vede una piccoletta, un piano solo, di mattoni
di fango o pietra tagliata faticosamente. Si mimetizza in modo impressionante.
Tutto è beige, nello Yemen continentale: montagne, sabbia, case,
pecore e capre, pane. Si vede del verde, è vero, il verde del qat.
Verde bosco, nelle coltivazioni recintate con filo spinato; verde tenero
di germogli, per terra a bordo strada dalle undici in poi, su teli di
plastica o sacchi di yuta per l'acquisto quotidiano; verde pistacchio
- quello del gelato, per intenderci! - nelle bocche degli uomini e dei
bambini sopra il metro e una spanna che dalle due alle sei masticano inesorabilmente
come dei ruminanti, facendo aumentare di minuto in minuto la protuberanza
della guancia. Destra o sinistra, sembra non ci sia preferenza. I costi
sono differenti, in base allo stadio di crescita della foglia: 200ryal
(1euro circa) se ci si accontenta di foglie medio grandi, un po' coriacee,
magari anche con qualche rametto; 1000/12000ryal per i germogli più
teneri (il pensiero automaticamente si rivolge a koala e giraffe, che
cercano disperatamente teneri germogli
maledetti documentari con
i quali sono cresciuta, che ti inducono ad associare inesorabilmente teneri
germogli a koala) e freschi, raccolti quella stessa mattina. Nelle zone
di vendita sono riconoscibili perché custoditi preziosamente in
una specie di tubo chiuso da spago, per mantenere l'umidità. Non
sono riuscita a capire da quale pianta ricavassero il tubo - neppure me
ne sono occupata, a dir la verità: canna da zucchero? Bambù?
Non ne ho idea
Fatto sta che gli autisti verso le undici iniziavano
a preoccuparsi del quat. E, cosa ben più grave - per noi ecologisti
facili e grossolani: inquina di più un sacchetto di plastica o
il riscaldamento a 23°C da mattina a sera, automobile sotto il culo,
cibo sterilizzato e non contaminato in comode vaschette incellofanate,
latte nel tetrapak che il vetro pesa, acqua in bottiglie che quella dell'acquedotto
sa di cloro
- dicevo, il qat viene venduto in pacchettini di sottile
plastica nera, o rosa, che poi vengono gettati fuori dal finestrino. Yemen,
come il Senegal o il Mali; come qualsiasi paese dove i sacchetti di plastica
li abbiamo portati noi e
e mi fermo, altrimenti divento polemica
e non va bene!
Correggo quindi l'affermazione di prima; lo Yemen è beige. Ma si
aggiunge il nero e il rosa dei sacchetti, quasi ridicoli quando si impigliano
nella sterpaglia e nei cespugli bassi, quando sembrano degli strani frutti
esotici
E nero. Nero delle donne, dalla prima all'ultima: nera la veste lunga
fino ai malleoli, nero il velo che si adagia sulla fronte, nero lo strascico
che miracolosamente segue la linea del naso e copre guance e sorriso,
neri i lunghi guanti che nascondono le mani, nere talvolta anche le calze
che ricoprono i piedi
Rimangono visibili gli occhi, scuri anche
quelli, occhi espressivi - come potrebbe essere altrimenti? Eppure chiacchierando
con alcuni uomini yemeniti - perché le donne difficilmente parlano
con gli stranieri - ti rendi conto che sono in grado di riconoscerla,
una donna. Da come cammina, si muove, guarda, respira, odora. Riconoscono
anche una prostituta, nonostante sia nera come le altre. Penso ai viali
padovani, dove la cosa più coperta sono piedi e polpacci, avvolti
in lunghi stivaloni luccicanti
il gioco degli opposti, giusto? E
pensavo che alla fine ci si adatta all'ambiente in cui si vive: i sensi
si affinano e si specializzano, imparando a decodificare quello che il
velo nasconde. Per me, italiana e scostumata, l'idea di riconoscere una
donna yemenita rasenta l'assurdo; per loro è una banalità!
Le somale, invece, vestono altri colori, e talvolta hanno il viso scoperto.
Henne sul palmo della mano e sulle unghie, sui piedi scuri. Sorridono
di più. Che sciocca! Anche le velate sorridono, solo che lo vedi
dalle pieghe dolci attorno agli occhi, e dal luccichio dello sguardo.
Scendendo a piedi lungo il canyon di Kawkaban - rocce friabili dai mille
colori - ho incontrato una donna che saliva faticosamente. Ci siamo fermate,
e le ho fatto un cenno rispetto alla fatica di arrivare su in cima, fatica
dei 300 metri di dislivello umido e cocente. Ha tirato su il velo, mostrando
un viso maturo e segnato, imperlato di sudore. Ha preso con energia la
mia mano, e l'ha appoggiata sul cuore, per farmi capire la fatica di quella
salita: pulsava come il cuore di un neonato. Ho provato imbarazzo nel
sentire sotto il mio palmo la forma del suo seno. Ma soprattutto per l'inaspettata
intimità di tale gesto: mai nella mia vita ho avvicinato una mano
estranea al mio seno per far sentire la fatica
Prima di riprendere
le nostre strade diametralmente opposte, m'ha offerto del quat, aprendo
con cautela il sacchettino di plastica rosa.
Poi ci sono i bambini. Un'infinità di bambini! Allegri, gioiosi,
che chiedono una foto e si aspettano di vederla sul piccolo monitor delle
digitali
maledetta globalizzazione, penso tra me e me con la mia
reflex tra le mani! Quasi tutti vanno a scuola, con la loro divisa verde
militare. Le bambine hanno un foulard bianco che copre la testa e scende
lungo le spalle, di un'eleganza sorprendente. Hanno una cinghia che tiene
uniti il libro e il quaderno, per lo più rosa, di quella carta
grezza d'altri tempi che si usava da noi nel dopoguerra. Poi ci sono i
mendicanti, non tantissimi, che allungano una mano verso di noi e fanno
segno di volere del cibo. A San'a' l'ultima sera, seduta con Ale nella
piazza davanti alla porta Bab Al-Yaman ad osservare la gente, i colori,
le finestrelle illuminate, il viavai incessante, s'è avvicinata
una bambina e le ho dato un pane. L'ha preso ed ha iniziato a correre
impazzita avanti e indietro, con il fratellino che la seguiva. Ridevano
felici. Dopo cinque minuti, esausti, si sono seduti sui gradini di fronte
a noi e hanno diviso il pane, assaporandolo con lentezza
San'a' bellissima, finestrelle di panna montata e cinque, sei sette piani
di cioccolato al latte. Lunette delle finestre fatte di canditi, e porte
di cioccolato fondente. Cammini per le strade e saluti, ti fermi, contratti,
annusi, tocchi un oggetto, alzi gli occhi verso l'alabastro che si illumina
dall'interno e lascia intravedere ombre operose, sbirci nel retro del
ristorante e vedi un padre che aiuta il figlio nel fare i compiti, entri
dal fornaio e scatti una foto prendendo accordi per la spedizione: indirizzo
scritto in arabo, ovviamente! Ascolti racconti dai commercianti, aspiri
mirra ed incenso, fotografi spezie dai colori sgargianti - pensando a
quali e quanti coloranti tossici sono presenti in una misura di quella
polvere arcobaleno - ti scontri con una carriola impazzita che corre verso
sud trasportando uvetta, ti siedi esausta e felice, assaporando la semplicità
di una vita polverosa ma di una dignità inimmaginabile per noi.
A Bir'Ali. Tre donne dal viso scoperto che con una pietra rompono conchiglie
in riva al mare. Una di loro ha l'henne sul viso. Pazientemente riempiono
un contenitore di plastica bianco con flaccidi molluschi. Per fortuna
non me ne offrono uno. In compenso mi danno le loro ciabatte per raggiungerle,
in modo che non mi ferisca i piedi. A gesti mi fanno capire che vorrebbero
un reggiseno, e io che mento: "bukara!" consapevole del fatto
che nel mio zaino di reggiseno non ce ne sono e che domani non ci sarò.
Sono giovani, dai tratti somali, belle. E il mare è una meraviglia!
Nonostante la delusione di non poter partire subito per Socotra, assaporo
i 200 chilometri di strada da Al Mukalla a questo angolo di paradiso.
Pietra lavica e dune di sabbia, bandierine che avvertono della presenza
di mine, la scorta armata che muove le braccia freneticamente per farci
capire che su quella sabbia non dobbiamo mettere piede. E il pigolio di
fondo del gruppo, che sostiene che la scorta è un trucco di Ali,
una tangente non dichiarata per muoversi in questo paese sotto la sua
protezione
Ali gentile, disponibile, che forse un po' ci spilla
soldi veramente, ma che comunque permette di capire qualcosa in più
di questo paese. Ali che mi invita a vedere i comfort del suo letto dentro
la 4X4 per la notte, e io che - un po' ridendo e un po' imbarazzata -
lo ringrazio, ma preferisco la camerata con i miei 3 uomini e i topi locali!
S'è offeso, ovviamente, e da quella sera ha evitato di parlarmi
Arrivati nel paese si ordina il pranzo in una specie di ristorante. Capre
che vengono vicine al gruppetto seduto sulla stuoia e leccano i piatti.
A me viene da ridere, gli altri sono inorriditi da una simile mancanza
di igiene. Una passeggiata al mercato fino al mare, ed è mattanza!
Centinaia di tonni dalla pinna gialla, fetore, camminare su polmoni e
branchie, il rosso del sangue sulla spiaggia e nell'acqua. Nugoli di bambini
e ragazzini che ti vengono appresso. Barche e moltissimi uomini. Un leggero
senso di angoscia, quando mi rendo conto che gli altri se ne sono andati.
Chiudo la macchina fotografica e cammino veloce verso il ristorante, cercando
di non ascoltare lo scricchioli dei polmoni rosso sangue sotto i miei
sandali
Dalla sera stessa si opta per grandi cene preparate in spiaggia dai sardi.
Ottimo pesce, riso schifoso la prima sera, eccellente la seconda. Patate
al cartoccio e birra fresca. Gli animi si chetano, finalmente.
Ci sono tantissimi granchi fantasma - che conoscevo come granchi violinisti
nel Senegal. Scavano la tana nella sabbia, producendo bizzarri cucuzzoli.
Daniele va in giro con il granchio a guinzaglio. Mi viene da ridere, immaginandolo
in piazza duomo a Milano con il suo granchio addomesticato
Vediamo
un sacco di pesci, i delfini, una tartaruga, conchiglie bellissime. Assaggio
pure un'ostrica appena raccolta. Passiamo tre giorni di puro relax, isolati,
sereni, scossi solo dal vento che soffia tranquillo. Belle stelle di notte,
una canna sdraiata sulla sabbia di fianco ad un uomo che sembra un igloo,
ma poco importa.
E poi Socotra, finalmente! Il ricordo che mi porto a casa? Il verde -
povero Ale che il verde lo odia e lo deprime! Mille varietà di
verde. Da quello chiaro, quasi argenteo dei prati dell'altopiano, a quello
scuro degli alberi bottiglia, al verde del tamarindo, dell'euforia, dell'acacia,
del cucumber tree, degli alberelli bassi e storti dal vento con infinite
foglioline lungo il tronco, come un nugolo di pidocchi. Verde che commuove,
muove, mi lascia a bocca aperta e con il cuore in mano. Isola forte, ventosa,
strana nel suo porsi sempre diversa, bastano pochi chilometri di pista
ed inizia un'altra storia, altre rocce, altri colori. Cielo intenso di
nuvole monsoniche, due ore per piantare una tenda con tutto che vola via,
miliardi di stelle nella notte al villaggio, dove tutto è stato
perfetto e bellissimo, anche il brodo di capra. Vento eccitante ed inebriante,
mi sentivo una bambina nella notte di Natale. Cene e canti, dolci italiani
che passano di mano in mano, il divieto di stappare lo spumante portato
appositamente per l'ultimo dell'anno
ci son cose più gravi,
nella vita! Sveglia all'alba sotto un sole insperato, un sentiero di sassi
costellato dal dragoon's blood tree, alla fine una vasca naturale di acqua
dolce a strapiombo sul mare. Un mare blu intenso, gioioso, bianco spumeggiante
di onde salate, uccelli che ti volano sopra la testa, e l'avvoltoio egizio
che a terra sembra veramente un pennuto spelacchiato! E poi i cavalieri
d'Italia in quella pozza con i cerchi colorati, e gli uccellini piccoli
piccoli dalle zampe lunghe che girano intorno alle buche dei granchi.
L'ultima alba, a Hadibou, dalla terrazza dell'albergo; un via vai di gente
con il pane fresco, il muezzin che richiama i fedeli, i bambini che vanno
a scuola. Un lampo m'attraversa la mente, ricordo di secoli addietro:
mi piacerebbe fermarmi qui
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